Claudia Virginia Vitari. “Il corpo in questione. Forme, collassi, mutamenti” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me... | Posted on 13-01-2015

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Locandina studiodieci def.

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 16 gennaio ore 18,00

Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2015, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Il corpo in questione. Forme, collassi e mutamenti” di Claudia Virginia Vitari è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità, attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il settimo appuntamento della rassegna è una personale che, attraverso l’esposizione di sculture, disegni, video, installazioni e bozzetti, propone un percorso nel lavoro plastico e visuale di Claudia Virginia Vitari. Questa giovane artista torinese, dal forte profilo internazionale, indaga i processi di morfogenesi sociale, culturale e politica con particolare attenzione alle dinamiche di inclusione/esclusione, attraverso una ricerca scultoreo-installativa e grafico-visuale che fa dell’interazione tra disegno, scrittura e materiali (vetro, carta, gesso, ferro, in particolare) la cifra specifica della sua poetica. La mostra si presenta, sia come un percorso di carattere retrospettivo – a partire dai cicli storici “Melancholie”, “Percorso Galera” (realizzati dopo una ricerca nell’ospedale psichiatrico di Halle an der Saale in Germania e nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino) e “Le città invisibili Nikosia” (tratto dall’esperienza nella realtà “non istituzionale” Radio Nikosia di Barcellona, le cui attività si ispirano all’ antipsichiatria di Basaglia), sia come una presentazione/anticipazione del futuro ciclo di opere sui migranti e richiedenti asilo, a partire da una ricerca in corso nel mondo dei rifugiati a Berlino. Attraverso la presentazione in mostra di una selezione di “cubi” e “teche”, di un video prodotto per un contesto museale spagnolo, 3 opere inedite su carta cinese di grandi dimensioni, i bozzetti preparatori del nuovo ciclo sui richiedenti asilo e installazioni site specific di disegni di piccole dimensioni, la mostra intende mettere in evidenza il filo rosso della produzione dell’artista: la centralità del corpo, la sua figurazione e la relazione tra rappresentazione, retoriche socio-politiche e pratiche disciplinanti. Nei lavori dell’artista il mutare dei corpi e della loro rappresentazione si accompagna alla scritturalità biografica dei soggetti rappresentati nel tentativo di congelare visivamente quelli che la nostra società potrebbe considerare “eventi catastrofici” ovvero il collasso della dimensione psichica, le migrazioni dovute all’instabilità geopolitica oppure all’infrangersi dell’ordine sociale. Vi è la consapevolezza, da parte della Vitari, che le dinamiche socio-politiche e identitarie si basino su equilibri instabili e precari e che la loro rottura produca nuove condizioni e collocazioni socio-individuali, spesso determinate dalle narrative che accompagnano i ruoli sociali e i canoni di vita buona e giusta.  Per questi motivi le opere dell’artista mettono in scena una figurazione tesa a rendere ragione della “messa in forma dell’umano” da parte delle “istituzioni totali” e delle dinamiche di potere che pervadono la società. La corporeità e la sua rappresentazione assumono pertanto il valore di dispositivi di senso e significazione atti a smascherare, in modo poetico ed allusivo, l’azione delle pratiche bio-politiche capaci di produrre forme di umanità e disumanità socialmente determinate, accettate e perseguite. Il corpo, in questa prospettiva, è il luogo e il sostrato semiotico, in cui si manifestano le pratiche di disciplinamento antropo-politico, in cui si iscrivono criteri e canoni di vita giusta e di inclusione/esclusione promossi, veicolati e imposti dalle tassonomie socio-politiche e culturali. La rappresentazione dei “corpi individuali” diventa in questo modo specchio e figura dei “corpi sociali” in un processo bi-univoco tra singolarità e generalità, che fa della deformazione o figurazione rappresentativa un elemento di indagine, critica e produzione artistica intorno ai “modelli” e alla “retoriche di umanità”.  Il disegno e la ricerca sui materiali si integrano, pertanto, con la resa scritturale dei “discorsi” tratti dalla letteratura scientifica, dall’epica o dalle testimonianze autobiografiche dei soggetti ritratti, articolando un dispositivo artistico capace di parlare di umanità e disumanità, dei canoni e criteri, attraverso cui questi due concetti vengono determinati, accettati e promossi. La morfogenesi sociale dell’umano, in questa prospettiva, viene resa visibile dalle pratiche di figurazione, attraverso le quali l’artista può rendere ragione della percezione del sé individuale e collettivo in relazione alle istituzioni o alle norme sociali o al collasso psichico o alla condizione di esclusione e marginalità sociale, di cui il migrante quanto il carcerato o il folle sono portatori. Le “istituzioni totali”, siano esse il carcere, il manicomio o i centri d’accoglienza, diventano, quindi, un campo di ricerca nel quale muovere analisi e pratica artistica, al fine di portare alla luce le narrative e le costrizioni linguistiche e materiali messe in campo dalla società, per organizzare in modo bio-politico se stessa. È convinzione della Vitari che la costruzione dell’identità risponda sempre a dinamiche di disciplinamento, a pratiche istituzionali, comunicative e simboliche che Foucault definirebbe “microfisiche del potere”, e che queste dinamiche diventino evidenti nei processi di esclusione/marginalizzazione operati dal discorso della reclusione, della medicalizzazione, della psichiatra o della gestione delle migrazioni e dei profughi. La rappresentazione diventa quindi lo strumento per materializzare l’equilibrio dinamico, attraverso il quale le narrative antropologiche operano sui corpi degli umani collocandoli all’interno di catalogazioni socio-scientifiche dal valore politico. Il percorso espositivo mette, quindi, in scena porzioni di umanità (i volti), che emergono dai “cubi” o dalle “carte cinesi”, come fossero orme, tracce, su cui sono serigrafate le storie individuali dei soggetti, o che dialogano con la scrittura sulle “vetrine”, dando forma ad affabulazioni figurali (scrittura, parola, ritratti) su cui sono impressi i testi di autori come Goffman, Kafka, Foucault o scritti epici come l’Epopea di Gilgamesh.

La logica della catalogazione socio-scientifica e normativo-politica, in quest’ottica, viene “ri-articolata” dall’artista, come direbbe Stuart Hall, in modo che gli stessi argomenti (le citazioni scientifiche, letterarie, le auto-narrazioni dei pazienti o dei carcerati, dei profughi…) legittimanti la marginalizzazione possano diventare elementi di una narrazione sull’individualità, e sul valore e la dignità della persona. Attraverso le sue installazioni Claudia impone pertanto un nuovo “ordine del discorso”, che forza i margini delle pratiche istituzionali e rimette al centro dell’attenzione l’umanità violata, ferita, restituendo parola e dignità alla marginalità che le “retoriche di verità” tendono a presentare come pericolosa, non autosufficiente, criminale… La scelta dei materiali e la pratica della grafica figurativa e scritturale permettono all’artista di mettere in  evidenza quei margini simbolici e fisici che separano inclusione ed esclusione: i cubi  e le cornici in ferro delle vetrine diventano metafora dei vincoli posti dalle “istituzioni totali”; il vetro e la resina, materiali diafani e trasparenti, assumono il valore di una lente con cui meglio osservare l’umanità marginalizzata e nello stesso tempo producono una distanza gelatinosa, che fa percepire le distanze sociali tra “normalità” e “anormalità” e il distacco culturalmente organizzato verso gli esclusi; mentre la serigrafia rende visibile la pratica disciplinante che i discorsi egemoni producono, imponendo “regimi di verità” con cui legittimare l’esclusione e la marginalizzazione. Tutto questo lavoro si accompagna ad una leggerezza e a una maestria del disegno, capace di donare un alone poeticamente fluttuante alle opere. L’artista riesce, in questo modo, a dare vita a opere dal forte impatto che integrano un lavoro sui corpi, prevalentemente sui volti, con un disegno dal tratto raffinato e leggero, che viene fatto dialogare con una scritturalità scientifica, normativa o letteraria e collocato in cubi o teche di ferro, vetro, in cui i supporti della grafica e della scrittura (carta, vetro..) si contrappongono alla pesantezza dei materiali contenitivi in un gioco di pesantezza-leggerezza, che si presenta come emblema della transitorietà delle collocazioni e forme sociali.

 

 

 

Claudia Virginia Vitari | è nata in Italia, a Torino nel 1978.  Si è laureata nel 2004 ad Halle an der Saale, in Germania, presso l’Università di Arte e Design Burg Giebichenstein in pittura e grafica con il Prof. Ulrich Reimkasten. Successimamente ha seguito vari workshop sulla lavorazione del vetro in Germania, Spagna e Norvegia.  Il suo lavoro si incentra sullo studio della relazione tra l’individuo e la società e, in particolare, i suoi ultimi progetti artistici si basano su un’analisi artistica delle istituzioni totalitarie attraverso una documentazione grafica che invita ad un confronto tra singole storie personali e analisi delle istituzioni, viste in quanto parte integrante e specchio della società.   PERCORSOGALERA (2007-2009) è stato realizzato a Torino in collaborazione con l’Istituto penitenziario “Lorussoe Cutugno”. Le città invisibili (2009-2011) è invece nato a Barcellona in collaborazione con la Associazione Culturale “Radio Nikosia” e la sponsorizzazione di Derix Glas Studios (Germania). Entrambi i progetti hanno ricevuto il contributo di “Regione Piemonte”.  L’artista è rappresentata dalla galleria “Berlin Art Projects” con sede a Berlino e Istanbul e da Raffaella De Chirico Arte Contemporanea a Torino. Attualmente vive e opera tra Torino, Barcellona e Berlino. Ha esposto in mostre personali e collettive in Germania, Italia e Spagna.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

Margherita Levo Rosenberg. “Prima che il gallo canti”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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invito

Personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

Inaugurazione Venerdì 21 novembre ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 dicembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

Tea Taramino. “Sulla soglia”. Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014 (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 02-10-2014

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tea sulla soglia studio dieci

Sulla Soglia. Sculture e installazioni (2004-2014)

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 3 ottobre ore 18,00

Dal 4 ottobre al 26 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

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“Sulla Soglia. Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014” di Tea Taramino è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il quarto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva (2004-2014) del lavoro di Tea Taramino: artista torinese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sui materiali organici e inorganici e una ricerca sulla loro trasformazione in una serialità di forme solo apparentemente stabili e in precario equilibrio, nel tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, equilibrio-instabilità, differenza-ripetizione, logiche del vivente e della relazione.

 

“Tutto merita un secondo sguardo” e “tutto merita una seconda possibilità”, direbbe Tea Taramino. Tutto merita un “secondo sguardo”, che vada oltre la superficialità, che sia capace di far emergere la logica profonda delle cose, l’arbitrarietà mutante e vivente delle configurazioni del reale.  Uno “sguardo” che assume il valore della “cura”, per l’organico come per l’inorganico, garantendo una seconda possibilità agli oggetti, come alle persone e agli elementi naturali. In questo modo le cose tornano a nuova vita, vengono scomposte nei propri elementi primi e rientrano in un gioco di riciclo, riuso e interazione che permette loro di diventare materiale per nuove configurazioni oggettuali di senso. Il “secondo sguardo” di Tea è un’attitudine spirituale che diventa operativa: è la capacità di andare oltre le apparenze e creare una relazione produttiva con le cose e le persone, dando forma a sculture e installazioni dalla forte valenza simbolica.

Rispetto e riguardo sono un’attitudine spontanea per un’artista come Tea che ha sperimentato la “pratica dell’arte vivente”, attraverso un’esperienza pluriennale maturata all’interno del progetto del PAV/Parco Arte Vivente di Torino, e in quella “dell’arte relazionale”, vissuta – in rapporto con la disabilità fisica e psichica o la marginalità sociale – come educatrice e conduttrice dell’atelier e archivio storico La Galleria, Circoscrizione 8 e come curatrice della manifestazione internazionale Arte Plurale e dello spazio InGenio Arte Contemporanea della Città di Torino: luoghi e progetti in cui l’arte diventa forma di integrazione e valorizzazione delle differenze.

Nelle opere e nella pratica dell’artista si ritrova un’attenzione per le piccole cose che compongono il reale e per le infinite possibilità che esse racchiudono, sempre nel tentativo di dare ad esse nuova forma e nuova vita. Che si tratti dei fiori o delle argille, della carta o dei gesti del pubblico, tutti gli elementi su cui si poggia lo sguardo e la mano dell’artista vengono riarticolati in nuova oggettualità attenta alla logica interna degli stessi elementi. Siamo infatti di fronte a una pratica artistica che tenta di vedere e ascoltare le dinamiche profonde delle cose, di seguire le venature della materia e dare spazio alle spontanee trasformazioni che la vita porta con sé: si tratti, ad esempio, di restituire nuova vita a fiori secchi o argilla, che mescolati danno forma a “terre crude” e che continuano a vivere e trasformarsi (le “Terremadri”,  2004-14), cambiando colore, densità e ospitando al proprio interno la vita di micro-organismi (ex. le muffe) e subendo trasformazioni bio-chimiche (ex. ossidazioni) oppure di installazioni relazionali che, all’insegna del riciclo e riuso, trasformano vecchia carta da recupero in origami tridimensionali che necessitano del respiro del pubblico per assumere nuova configurazione (“Prestami il tuo respiro”, 2014).

Come artista, curatrice, educatrice e progettista culturale del lavoro artistico della Divisione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie della Città di Torino, Tea Taramino ha maturato un’esperienza pratica nell’organizzazione e umana nella relazione che, unita alla sua competenza tecnica di artista di vecchia scuola, incontra il regime dello sguardo e la gestualità dando vita a opere che, “vivendo una propria esistenza”, si presentano come metafore oggettuali della dinamica strutturale del reale. In questa mostra, le cui opere sono presentate nella loro totalità come interventi installativi site specific, vengono messi in scena lavori che sono il frutto di questa dimensione di “attenzione” e “relazione” frutto di una doppia spinta di “controllo” e “abbandono”, cui la materia è sottoposta nel processo creativo. Da una parte il desiderio di forma, la volontà di controllare la materia e le sue reazioni nella sua trasformazione in opera; dall’altra, la capacità di abbandonare la materia a se stessa, permettendo ad essa di seguire le proprie strutturali trasformazioni e continuare a vivere e mutare, trasformandosi in forma vivente. L’equilibrio prodotto da questa doppia spinta porta l’artista ad individuare il confine labile in cui le cose si trasformano e assumono una forma apparentemente stabile: è quello il momento in cui la morfogenesi del reale dà vita ad una serialità di cose e situazioni che nella loro similarità si presentano come sempre differenti e che Tea porta a rappresentazione. Nel momento in cui l’equilibrio precario delle forme compare e diventa intellegibile per l’artista lei diventa cosciente della loro precarietà e scatta una pulsione conservativa, che porta Tea ad assumere il ruolo di “imbalsamatrice delle forme”, che vengono da lei portate a rappresentazione come dispositivi di senso e significato dall’altro valore simbolico. L’artista è infatti consapevole che gli elementi materici (l’argilla, i fiori, l’acqua e il colore…) subiscono sempre la “catastrofe” di una trasformazione, da cui emergono nuove forme, che nella ripetizione seriale si presentano come stabili, ma che si preparano sempre con piccoli mutamenti a nuove trasformazioni. In quello spazio tra il nuovo che già diventa vecchio, tra la materia che prende forma e tra la forma che torna materia si pone il gesto di antica sapienza manuale ed artistica di Tea ovvero il tentativo di “imbalsamazione” delle cose in manufatti artistici. In questo modo i fiori secchi e le terre vengono “conservate” in sfere e coni, che fissano in una forma pura e simbolicamente densa i processi di decomposizione e trasformazione della materia oppure i movimenti imprevedibili dell’acqua e gli inchiostri, vengono fissati con la tecnica del Suminagashi, sulla carta velina giapponese e fissati da elementi metallici – quale sorta di ulteriore scivolamento di piano e d’accento sulla precarietà della vita umana – per diventare un’ installazione muraria (“Si possiede solo ciò che non si può perdere in un naufragio”, 2014), capace di portare a rappresentazione il valore politico e sociale oltre che fisico e morfogenetico del mutamento del reale.

L’indagine di Taramino si concentra pertanto in questa retrospettiva sul concetto di “soglia” ovvero in quel confine mobile e fluttuante in cui la materia e le forme sembrano cristallizzarsi in una stabilità apparente che però è in continua trasformazione. La “soglia” è lo spazio in cui le forme si rapprendono dopo quelli che René Thom definirebbe “eventi catastrofici” ovvero “repentini mutamenti di stato”, che danno vita a nuove forme, distruggendo le precedenti. Questo spazio liminale viene portato a rappresentazione dall’artista nel contrasto tra il “desiderio di forma e mantenimento” e il flusso naturale delle cose, in un’attività che produce opere, materia manipolata, che continuamente fanno riferimento ad un immaginario collettivo ed individuale, che contiene forme del passato proiettate nel futuro (Cfr. “Quali certezze? Il futuro è immaginario”, 2013). È questo il modo per fissare le trasformazioni del reale in una simbolica potente, che prende la materia e l’articola attraverso una grammatica e una semantica antica, capace di rappresentare in modo inedito antiche contrapposizioni tra gli elementi naturali e tra il flusso e la struttura come nell’unione della simbolica del fuoco e dell’acqua, che dà vita ad una grande installazione di pesci di materiale metallico scurito capaci di ospitare il fuoco della materia in trasformazione (“Il mare brucia”, 2014). Tea sa che la natura contiene al suo interno una logica di emersione della realtà, che le continue trasformazioni cui sono sottoposte le cose rispondono alla legge della frattura e ricomposizione delle forme e sa che la realtà contiene il germe del cambiamento, anche sociale e politico non solo fisico, e che il comparire delle cose è come il sorgere di idee, corpi, stelle e che le cose nascono piccole e sono soggette a continui ed impercettibili mutamenti di stato, che ad un certo punto diventano così imponenti da dare vita a nuovi oggetti, nuove realtà fisiche, sociali, politiche o umane… In questa dinamica di trasformazione del mondo e della realtà si presentano i germogli di nuove forme, che forse potrebbero rendere migliore il nostro mondo. Davanti a questa consapevolezza scatta di nuovo il meccanismo della cura e si interseca con la pulsione dell’imbalsamatrice, per questo motivo lei prende in mano ciò che il suo “secondo sguardo” vede nella profondità delle cose e dà vita a degli spazi protettivi per quelle “scintille di vita”, che prima o poi supereranno il “punto catastrofico” diventando nuove realtà. Lei lo sa e nel frattempo se ne prende cura e crea per esse (idee, progetti…), che sembrano delle stelle nascenti, delle piccole abitazioni che le proteggano nella loro crescita (“Abitazioni per stelle nascenti”, 2014).