“HIROAKI ASAHARA – LE FORME DEL SILENZIO” (il catalogo)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 15-05-2017

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H I R O A K I    A S A H A R A
LE FORME DEL SILENZIO
A cura di Roberto Mastroianni

Hiroaki Asahara, formatosi tra il Giappone e l’Italia, pittore e art designer, grafico, scultore e formatore ha saputo coniugare la tradizione dell’estremo oriente asiatico con l’estetica e la tecnica dell’occidente europeo. La natura è stato il referente principale della sua sperimentazione e della sua poetica, sia nella scelta dei materiali (la carta washi ed elementi naturali combinati con tecnologie di illuminazione e materiali sintetici) sia nell’elevazione delle forme e delle strutture, ispirate alla natura, come elementi simbolici inseriti in una figurazione artistica, interessata a interpretare il reale quale mondo sospeso e fluttuante. L’artista ha scelto come cifra principale della sua poetica il gesto libero della mano capace di generare configurazioni, assecondando i materiali e le rappresentazioni di quegli elementi che nella loro astrattezza o concretezza potessero esprimere la poeticità intrinseca del mondo naturale. Una precondizione fondamentale è stata rappresentata dal silenzio: il silenzio come modalità esistenziale
della creazione artistica e come elemento poetico cui dare forma con le opere.

Il volume documenta la grande mostra del maestro giapponese allestita a Torino, dal 17 giugno al 10 luglio 2016 in cinque sedi differenti: Palazzo Barolo, InGenio Arte Contemporanea, InGenio bottega d’arti e antichi mestieri, Ki-Gallery, Caracol Arte.

Per anteprima libro cliccare qui

Pagine: 62

Formato: 15×22 cm

Data di pubblicazione: 11-07-2016

Testi di: Roberto Mastroianni, Luciano Marocco, Tea Taramino

Fotografie di Ivan Catalano, Fulvio Colangelo, Federico Cano Correa. Progetto grafico di Fulvio Colangelo.

Lingua: Italiano

Copertina: Copertina Morbida Opaca

Editore: Prinp Editoria d’Arte 2.0

Prezzo libro cartaceo: 15.00 €

Prezzo ebook: 4.99 €

Formato ebook: .pdf

Giorgio Griffa. Il paradosso del più nel meno

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me..., Eventi, Teoria e critica filosofica | Posted on 19-01-2015

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Dopo un lavoro di più di un anno e mezzo sono contento di annunciarvi l’uscita, per Gribaudo-Feltrinelli, dell’ultimo libro che ho scritto con un gruppo di amici sull’opera pittorica e l’avventura intellettuale  di un maestro della pittura novecentesca (Giorgio Griffa).

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In questo libro “su” e “con” Giorgio Griffa una storica dell’arte (Martina Corgnati), un giornalista scientifico (Giulio Caresio) e un filosofo (Roberto Mastroianni) dialogano sui percorsi millenari del “less is more” che soggiacciono alla vita e alla ricerca artistica, scientifica e filosofica dell’uomo.

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“Prima c’è stato il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Nel quinto atto Teseo dice: Love, therefore, and tongue-tied simplicity In least speak most, to my capacity. Mi sembra giusto estrapolare le parole in least speak most. Stanno a indicare la consapevolezza di una condizione antica, che risale al tempo anteriore all’invenzione della scrittura. Il mito fissava le conoscenze in metafore idonee a facilitare la memoria. Le parole del mito costruiscono immagini le quali comprendono quel sovrappiù che il linguaggio diretto della parola scritta tenderà a escludere. […] Dunque less is more non è soltanto una formula fortunata. È la sintesi di un processo millenario”.

Giorgio Griffa.

In questo libro “su” e “con” Giorgio Griffa una storica dell’arte (Martina Corgnati), un giornalista scientifico (Giulio Caresio) e un filosofo (Roberto Mastroianni) dialogano sul percorso e sulla natura della pratica artistica di Giorgio Griffa, capace di portare a rappresentazione la facoltà dell’uomo di formare mondi attraverso segni semplici ed elementari e di condensare il “più” di cultura, storia e spiritualità umane nell’apparente “meno” dell’azione simbolica e della pratica artistica..

 

Un libro dedicato, insomma, al paradosso del less is more, in cui si intrecciano le riflessioni dell’artista Giorgio Griffa sulla pittura e la poesia, con il pensiero del “giornalista-osservatore di scienza” Giulio Caresio sui fondamenti della meccanica quantistica e le nuove conquiste delle scienze neurali, con la filosofica lettura del mondo di Roberto Mastroianni che disegna un interessante parallelo tra la pittura di Griffa e la speculazione filosofica di Arnold Gehlen.

Due brevi testi di Griffa e Caresio e un saggio di Mastroianni fanno da  introduzione ai tre dialoghi che costituiscono il “melting pot”, fulcro di spunti, interazioni e connessioni del libro.

A completare il volume, un testo incisivo di  Martina Corgnati – che conosce e segue Giorgio Griffa da molti anni – inquadra profondità e singolarità del suo percorso di conoscenza di artista e di poeta.

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Eccovi qualche spunto estrapolato dai testi del libro:

Giorgio Griffa

Prima c’è stato il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Nel quinto atto Teseo dice:

Love, therefore, and tongue-tied simplicity
In least speak most, to my capacity.

Mi sembra giusto estrapolare le parole in least speak most. Stanno a indicare la consapevolezza di una condizione antica, che risale al tempo anteriore all’invenzione della scrittura. Il mito fissava le conoscenze in metafore idonee a facilitare la memoria. Le parole del mito costruiscono immagini le quali comprendono quel sovrappiù che il linguaggio diretto della parola scritta tenderà a escludere. […]
Dunque less is more non è soltanto una formula fortunata. È la sintesi di un processo millenario.

Giulio Caresio

La funzione d’onda della meccanica quantistica, la cui scoperta risale all’inizio del secolo scorso, descrive meglio di ogni altro strumento matematico e fisico la realtà del mondo particellare in cui siamo immersi e di cui siamo costituiti. Una realtà di cui si dissolve una parte fondante non appena si tenti di afferrarla con la stessa scienza che ne ha suggerito l’esistenza. Ogni tentativo di misura  da parte dell’uomo provoca il collasso della funzione d’onda. Svanisce il sovrappiù.
[…] Qualcosa di diverso, ma che presenta interessanti  analogie, accade nell’ambito delle neuroscienze che si indirizzano sempre più allo studio della realtà impalpabile delle connessioni.
[…] Le connessioni sono il software, l’aspetto leggero, evanescente, che “poggia” sull’hardware: i neuroni.
E, anche in questo caso, è il “soft”-ware che fa la differenza.
Tra le maglie di quelle connessioni, di quel sovrappiù, si annida il mistero della vita in cui si ritrovano, intrecciano ed  evolvono memorie, conoscenze, esperienze, porzioni di noto e di ignoto, fors’anche le tracce di un dialogo possibile tra pittura, scienza e filosofia.

Roberto Mastroianni

Nel caso della pittura di Griffa un approccio filosofico si rende necessario. Non solo perché egli è un raro caso di pittore filosofo, una figura antica quasi estinta (che trova i suoi precursori in Leonardo, Piero della Francesca…), ma soprattutto perché è un pittore che crede che l’arte abbia un portato di verità, una funzione conoscitiva, sapienziale, sacrale, che interroga la scienza (la fisica quantistica, per esempio), la poesia (Ezra Pound, Paul Valery…) e la stessa filosofia (Wittgenstein, Platone…). E poi, Griffa la necessità di una visione più ampia sul suo lavoro e sull’arte in generale l’ha spesso affermata, insistendo sul fatto che «Bisognerebbe invece relazionarsi all’arte come espressione di tutti i saperi e le emozioni di un periodo; come sintesi di tutta la storia di quella specifica fase. Troppo spesso, invece, lo “specialista” si occupa di arte e non di storia, di scienza, di società, di poesia… ed è così che la sua lettura risulta limitata,  se non addirittura povera o sterile».

Martina Corgnati

Riflettendo sulla natura stessa della pittura e dei suoi strumenti, cioè implodendo e lasciandosi risucchiare, per così dire, verso il fondo di se stessa, senza paura della tradizione né della propria natura intrinseca, della propria semplicità e del proprio carattere, la pittura di Griffa ha incontrato dunque un punto cruciale in cui i diversi saperi e linguaggi si incontrano e  da cui tornano a dipartirsi per una specie di strano ed essenziale gioco di armonie. L’arte, non a caso, è un’esperienza essenziale dell’umanità; nasce nel fondo della preistoria e continua seguendo il cammino di ogni civiltà finché la civiltà esiste.

Per vedere la scheda del libro cliccare qui:

Giorgio Griffa – Il paradosso del più nel meno

di Giulio Caresio, Martina Corgnati, Roberto Mastroianni
ed. Gribaudo/Feltrinelli, Milano 2015, 176 pp., 12,90 €

Claudia Virginia Vitari. “Il corpo in questione. Forme, collassi, mutamenti” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me... | Posted on 13-01-2015

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Locandina studiodieci def.

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 16 gennaio ore 18,00

Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2015, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Il corpo in questione. Forme, collassi e mutamenti” di Claudia Virginia Vitari è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità, attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il settimo appuntamento della rassegna è una personale che, attraverso l’esposizione di sculture, disegni, video, installazioni e bozzetti, propone un percorso nel lavoro plastico e visuale di Claudia Virginia Vitari. Questa giovane artista torinese, dal forte profilo internazionale, indaga i processi di morfogenesi sociale, culturale e politica con particolare attenzione alle dinamiche di inclusione/esclusione, attraverso una ricerca scultoreo-installativa e grafico-visuale che fa dell’interazione tra disegno, scrittura e materiali (vetro, carta, gesso, ferro, in particolare) la cifra specifica della sua poetica. La mostra si presenta, sia come un percorso di carattere retrospettivo – a partire dai cicli storici “Melancholie”, “Percorso Galera” (realizzati dopo una ricerca nell’ospedale psichiatrico di Halle an der Saale in Germania e nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino) e “Le città invisibili Nikosia” (tratto dall’esperienza nella realtà “non istituzionale” Radio Nikosia di Barcellona, le cui attività si ispirano all’ antipsichiatria di Basaglia), sia come una presentazione/anticipazione del futuro ciclo di opere sui migranti e richiedenti asilo, a partire da una ricerca in corso nel mondo dei rifugiati a Berlino. Attraverso la presentazione in mostra di una selezione di “cubi” e “teche”, di un video prodotto per un contesto museale spagnolo, 3 opere inedite su carta cinese di grandi dimensioni, i bozzetti preparatori del nuovo ciclo sui richiedenti asilo e installazioni site specific di disegni di piccole dimensioni, la mostra intende mettere in evidenza il filo rosso della produzione dell’artista: la centralità del corpo, la sua figurazione e la relazione tra rappresentazione, retoriche socio-politiche e pratiche disciplinanti. Nei lavori dell’artista il mutare dei corpi e della loro rappresentazione si accompagna alla scritturalità biografica dei soggetti rappresentati nel tentativo di congelare visivamente quelli che la nostra società potrebbe considerare “eventi catastrofici” ovvero il collasso della dimensione psichica, le migrazioni dovute all’instabilità geopolitica oppure all’infrangersi dell’ordine sociale. Vi è la consapevolezza, da parte della Vitari, che le dinamiche socio-politiche e identitarie si basino su equilibri instabili e precari e che la loro rottura produca nuove condizioni e collocazioni socio-individuali, spesso determinate dalle narrative che accompagnano i ruoli sociali e i canoni di vita buona e giusta.  Per questi motivi le opere dell’artista mettono in scena una figurazione tesa a rendere ragione della “messa in forma dell’umano” da parte delle “istituzioni totali” e delle dinamiche di potere che pervadono la società. La corporeità e la sua rappresentazione assumono pertanto il valore di dispositivi di senso e significazione atti a smascherare, in modo poetico ed allusivo, l’azione delle pratiche bio-politiche capaci di produrre forme di umanità e disumanità socialmente determinate, accettate e perseguite. Il corpo, in questa prospettiva, è il luogo e il sostrato semiotico, in cui si manifestano le pratiche di disciplinamento antropo-politico, in cui si iscrivono criteri e canoni di vita giusta e di inclusione/esclusione promossi, veicolati e imposti dalle tassonomie socio-politiche e culturali. La rappresentazione dei “corpi individuali” diventa in questo modo specchio e figura dei “corpi sociali” in un processo bi-univoco tra singolarità e generalità, che fa della deformazione o figurazione rappresentativa un elemento di indagine, critica e produzione artistica intorno ai “modelli” e alla “retoriche di umanità”.  Il disegno e la ricerca sui materiali si integrano, pertanto, con la resa scritturale dei “discorsi” tratti dalla letteratura scientifica, dall’epica o dalle testimonianze autobiografiche dei soggetti ritratti, articolando un dispositivo artistico capace di parlare di umanità e disumanità, dei canoni e criteri, attraverso cui questi due concetti vengono determinati, accettati e promossi. La morfogenesi sociale dell’umano, in questa prospettiva, viene resa visibile dalle pratiche di figurazione, attraverso le quali l’artista può rendere ragione della percezione del sé individuale e collettivo in relazione alle istituzioni o alle norme sociali o al collasso psichico o alla condizione di esclusione e marginalità sociale, di cui il migrante quanto il carcerato o il folle sono portatori. Le “istituzioni totali”, siano esse il carcere, il manicomio o i centri d’accoglienza, diventano, quindi, un campo di ricerca nel quale muovere analisi e pratica artistica, al fine di portare alla luce le narrative e le costrizioni linguistiche e materiali messe in campo dalla società, per organizzare in modo bio-politico se stessa. È convinzione della Vitari che la costruzione dell’identità risponda sempre a dinamiche di disciplinamento, a pratiche istituzionali, comunicative e simboliche che Foucault definirebbe “microfisiche del potere”, e che queste dinamiche diventino evidenti nei processi di esclusione/marginalizzazione operati dal discorso della reclusione, della medicalizzazione, della psichiatra o della gestione delle migrazioni e dei profughi. La rappresentazione diventa quindi lo strumento per materializzare l’equilibrio dinamico, attraverso il quale le narrative antropologiche operano sui corpi degli umani collocandoli all’interno di catalogazioni socio-scientifiche dal valore politico. Il percorso espositivo mette, quindi, in scena porzioni di umanità (i volti), che emergono dai “cubi” o dalle “carte cinesi”, come fossero orme, tracce, su cui sono serigrafate le storie individuali dei soggetti, o che dialogano con la scrittura sulle “vetrine”, dando forma ad affabulazioni figurali (scrittura, parola, ritratti) su cui sono impressi i testi di autori come Goffman, Kafka, Foucault o scritti epici come l’Epopea di Gilgamesh.

La logica della catalogazione socio-scientifica e normativo-politica, in quest’ottica, viene “ri-articolata” dall’artista, come direbbe Stuart Hall, in modo che gli stessi argomenti (le citazioni scientifiche, letterarie, le auto-narrazioni dei pazienti o dei carcerati, dei profughi…) legittimanti la marginalizzazione possano diventare elementi di una narrazione sull’individualità, e sul valore e la dignità della persona. Attraverso le sue installazioni Claudia impone pertanto un nuovo “ordine del discorso”, che forza i margini delle pratiche istituzionali e rimette al centro dell’attenzione l’umanità violata, ferita, restituendo parola e dignità alla marginalità che le “retoriche di verità” tendono a presentare come pericolosa, non autosufficiente, criminale… La scelta dei materiali e la pratica della grafica figurativa e scritturale permettono all’artista di mettere in  evidenza quei margini simbolici e fisici che separano inclusione ed esclusione: i cubi  e le cornici in ferro delle vetrine diventano metafora dei vincoli posti dalle “istituzioni totali”; il vetro e la resina, materiali diafani e trasparenti, assumono il valore di una lente con cui meglio osservare l’umanità marginalizzata e nello stesso tempo producono una distanza gelatinosa, che fa percepire le distanze sociali tra “normalità” e “anormalità” e il distacco culturalmente organizzato verso gli esclusi; mentre la serigrafia rende visibile la pratica disciplinante che i discorsi egemoni producono, imponendo “regimi di verità” con cui legittimare l’esclusione e la marginalizzazione. Tutto questo lavoro si accompagna ad una leggerezza e a una maestria del disegno, capace di donare un alone poeticamente fluttuante alle opere. L’artista riesce, in questo modo, a dare vita a opere dal forte impatto che integrano un lavoro sui corpi, prevalentemente sui volti, con un disegno dal tratto raffinato e leggero, che viene fatto dialogare con una scritturalità scientifica, normativa o letteraria e collocato in cubi o teche di ferro, vetro, in cui i supporti della grafica e della scrittura (carta, vetro..) si contrappongono alla pesantezza dei materiali contenitivi in un gioco di pesantezza-leggerezza, che si presenta come emblema della transitorietà delle collocazioni e forme sociali.

 

 

 

Claudia Virginia Vitari | è nata in Italia, a Torino nel 1978.  Si è laureata nel 2004 ad Halle an der Saale, in Germania, presso l’Università di Arte e Design Burg Giebichenstein in pittura e grafica con il Prof. Ulrich Reimkasten. Successimamente ha seguito vari workshop sulla lavorazione del vetro in Germania, Spagna e Norvegia.  Il suo lavoro si incentra sullo studio della relazione tra l’individuo e la società e, in particolare, i suoi ultimi progetti artistici si basano su un’analisi artistica delle istituzioni totalitarie attraverso una documentazione grafica che invita ad un confronto tra singole storie personali e analisi delle istituzioni, viste in quanto parte integrante e specchio della società.   PERCORSOGALERA (2007-2009) è stato realizzato a Torino in collaborazione con l’Istituto penitenziario “Lorussoe Cutugno”. Le città invisibili (2009-2011) è invece nato a Barcellona in collaborazione con la Associazione Culturale “Radio Nikosia” e la sponsorizzazione di Derix Glas Studios (Germania). Entrambi i progetti hanno ricevuto il contributo di “Regione Piemonte”.  L’artista è rappresentata dalla galleria “Berlin Art Projects” con sede a Berlino e Istanbul e da Raffaella De Chirico Arte Contemporanea a Torino. Attualmente vive e opera tra Torino, Barcellona e Berlino. Ha esposto in mostre personali e collettive in Germania, Italia e Spagna.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

L’eredita di Villa Nevski (presentazione del romanzo di Eero Tarasti)

Posted by roberto09 | Posted in Dove sono - Appuntamenti, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 04-12-2014

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Gli amici dell’associazione italo finlandese Minuski hannno organizzato la presentazione torinese dell’ultimo romanzo di Eero Tarasti,  cui sono lieto di invitarvi.

tarast torino

Giovedì 4 dicembre ore 19.00

Presentazione di L’eredità di Villa Nevski di Eero Tarasti (Casa editrice Carabba)

con l’autore e Roberto Mastroianni.

Modera l’incontro Eija Tarkiainen di Minuksi.

Unica data torinese.

Un giovane impiegato di una agenzia viaggi fa, per caso, la conoscenza di una vecchia signora russa che abita in una villa in rovina e che sta scrivendo il romanzo della sua vita. La signora, di nome Sandra, chiede al giovane di trascrivere l’opera ambientata, in gran parte, in un castello dell’Estonia, Villa Nevski. Il romanzo inizia con una cena di fine estate organizzata proprio a Villa Nevski, alla quale partecipano familiari e amici provenienti da vari paesi d’Europa. I protagonisti parlano molte lingue e sono personaggi grotteschi, umoristici, a volte tragici e ribelli; non mancano i conservatori, qualche intellettuale e un artista famelico di fama. Attraverso le vicende e i dialoghi dei protagonisti, emergono i valori europei e come essi si siano preservati o distrutti o trasformati nel corso del ’900. La vicenda è ambientata tra la Villa in decadenza, la Parigi degli Esistenzialisti, il Brasile e la Siberia. L’aspetto epico e il racconto si armonizzano e si completano in un inaspettato epilogo.

Eero Tarasti (1948) è professore di Musicologia all’Università di Helsinki dal 1984, fondatore e direttore dell’International Semiotics Institute (ISI) di Imatra dal 1988 e presidente dell’IASS-AIS (International Association for Semiotic Studies) dal 2004. Ha pubblicato Myth and Music (1979, trad. francese 2002), Heitor Villa-Lobos (1985), A theory of Musical Semiotics (1994, Sémiotique musicale 1996), Existential Semiotics (2000), Signs of Music (2002, I segni della musica 2009), Fondamenti di semiotica esistenziale (Laterza 2009).

PRIMA CHE IL GALLO CANTI di Margherita Levo Rosenberg (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 22-11-2014

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invito

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a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 21 novembre 2014 ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

Prima che il gallo canti

 

Astratta come l’aria

la poesia di un giorno

arresa al pugno zeppo di diamanti

luccicanti nel sole

prima che il gallo canti

la prima volta

Margherita Levo Rosenberg, 2006

“Prima che il gallo canti” di Margherita Levo Rosenberg è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il sesto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva antologica del lavoro di Margherita Levo Rosenberg: artista e psichiatra genovese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sul linguaggio e il riciclo/riuso di materiali organici e inorganici e una ricerca sul nesso tra espressione, percezione e materialità nell’articolazione oggettuale del mondo.  L’utilizzo dei materiali e l’incorporazione dei giochi linguistici quotidiani nelle opere, spesso presentate in una serialità dalle minime alterazioni di forme, materiali e concetti, porta all’attenzione le dinamiche strutturali di una realtà solo apparentemente stabile e in precario equilibrio. Tutta la ricerca di Levo Rosenberg è imperniata sul tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, linguaggio-realtà, idealità-materialità, restituendo artisticamente i dispositivi linguistici che presiedono alla morfogenesi del reale.

“Prima che il gallo canti” è il titolo che questa retrospettiva mutua dalla narrazione evangelica, con un chiaro riferimento al tradimento di Pietro tratto dal verso di una poesia scritta dalla Rosenberg nel 2006, che si presenta come metafora di un’età dell’innocenza, che lo sguardo e la tonalità affettiva della pratica artistica tentano continuamente di ri-attualizzare. Una metafora che parla di quel tradimento di noi stessi e delle nostre intime vocazioni e aspirazioni, che la nostra quotidianità e la nostra crescita psico-fisica rinnegano precocemente (metaforicamente “prima del primo canto del gallo di cui abbiamo coscienza”), è che, in questa prospettiva, indica la possibilità di tornare alla sorgente di stupore e meraviglia, cui l’arte tenta di attingere tutte le volte che l’artista genovese cerca di rendere ragione del rapporto dell’uomo con il mondo. Fin dagli anni ’90 del secolo scorso, Margherita Levo Rosenberg ha infatti indirizzato la sua ricerca e sperimentazione artistica verso la messa in forma del rapporto tra la cosalità oggettiva della realtà e la percezione, interpretazione, comunicazione degli effetti di senso che gli esseri umani attribuiscono alle cose, attraverso un lavorio ermeneutico e produttivo. Per l’artista genovese l’arte si occupa, pertanto, “sempre e soltanto” della realtà, che si presenta come mutevole in base al sentire e interpretare dell’essere umano in generale e del fruitore dell’opera in particolare, ed è proprio di questo mutamento percettivo e della sua interpretazione che la Levo Rosenberg tenta di rendere ragione, restituendo al contempo la dimensione di quel senso di stupore, spesso rimosso, che gli esseri umani provano tutte le volte che si trovano per la prima volta innanzi allo spettacolo della natura o della cultura. In quest’ottica, la pratica artistica è una specie di reality test, che Margherita conduce sul mondo, sulle sue forme in relazione allo spazio e all’organizzazione grammaticale del reale, in vista di una ri-produzione laboratoriale delle dinamiche che danno forma alle cose, che le rendono percettibili, comprensibili e comunicabili.  Il risultato del test è evidente: tra le “cose”, la loro “rappresentazione produttiva” (che permette agli esseri umani di prendere e assumere la datità come realtà dopo averla interpretata e maneggiata), la loro “ri-produzione artistica” e la percezione/comprensione si instaura sempre una dinamica comunicativa, che è soggetta ad “opportuna” o “aberrante” decodifica e interpretazione.  In altre parole la realtà, nella sua verità e fisicità, è sempre innanzi agli esseri umani che la mettono in forma attraverso processi di natura sensoriale e linguistico-discorsiva; l’incomprensibilità del reale a questo punto è solo una questione di corretta comunicazione, spesso inficiata da pregiudizi, errori, incapacità etc., che tocca all’artista ripristinare, attraverso un lavoro sulle forme e la loro organizzazione interna. Per questi motivi sin dai primi anni ‘90 Margherita Levo Rosenberg ha indirizzato la sua ricerca sull’indagine delle possibilità espressive di materiali extra-pittorici, capaci di restituire la concretezza e l’ambiguità delle cose e delle nostre rappresentazioni di esse, integrando prospettive teoriche e sperimentazione artistica in una ricerca decostruttiva e critica e priva di stereotipi e cliché ideologici.  Da questo punto di vista, la pratica di Levo Rosenberg ha evitato di “tradire se stessa prima che il gallo cantasse”, rifiutando mode e soluzioni semplicistiche ed esplorando in modo coerente la propria vocazione, le strutture e le dinamiche che mettono in forma la relazione tra l’uomo e il mondo. Le opere di Margherita diventano così portatrici di una sensibilità che vuole indicare un differente modo di relazionarsi allo spazio e agli oggetti, che emergono da esso e in esso, suggerendo possibilità interpretative rafforzate da un lavoro sul linguaggio e sulle strutture percettive del soggetto. Nei lavori dell’artista si mischia infatti una sperimentazione nell’uso di materiali eterogenei, attenta ad un’armonia formale che pone in equilibrio elementi poveri o naturali (legno, plastica, elementi di recupero) con una concettualizzazione formale, spesso espressa nella titolazione delle opere e finalizzata ad esprimere la complessità del presente, il superamento dei quotidiani vincoli e giochi linguistici, delle convenzioni e degli stessi limiti materiali.

Le opere contengo, inoltre, possibili indicazioni di lettura come nel ciclo “La pipa di Magritte” o in “Ultimo pomodoro”, “Quadri, quadrati a quadretti” oppure in “Concetto-oggetto”, che si presentano come tracce da seguire nella fruizione e grimaldelli per scardinare una lettura ingenua del testo visuale, permettendo allo spettatore di accedere ad una dimensione distonica dell’opera che mette in questione la resa ingenua della rappresentazione e della percezione delle cose. Questo è possibile è in quanto tutte le opere di Levo Rosenberg sono il frutto di un’interazione tra asserzioni concettuali e prassi operative, che mettono in luce la densità del pensiero e dell’interpretazione che determina sempre la messa in forma del reale. La relazione soggettività-oggettività e quella percezione-comprensione diventano pertanto il centro della messa in forma delle opere, e vengono affrontate con la consapevolezza che il percepire e l’esprimere sono grammaticalmente organizzati e che questa organizzazione possa essere messa in discussione, attraverso dei cortocircuiti visivi che ne portino a galla il carattere “artificioso”, nel senso di costruito nell’interazione tra percepire, interpretare e pensare.

Erede in una solida cultura contadina, l’artista è cosciente che la materialità sia un valore da preservare e che le cose stesse siano nella loro materialità dense di senso e significato, per questo motivo la pratica dell’accumulo degli scarti organici o inorganici (rami secchi, pellicole di plastica…), di oggetti di uso comune (spilli, pezzi di filo…) o prodotti industriali (ex. le lastre per radiografie) è propedeutico ad un riuso e riciclo dei materiali che dona ad essi una seconda vita simbolica, capace di creare giochi  espressivi, che si presentano come dispositivi di senso e che parlano della realtà alludendola. In questa pratica risiede una vocazione alla “misurazione del reale”, alla sua scomposizione nelle forme prime e a una sua restituzione in nuove conformazioni, che si presenta come scelta teorica e operativa, estetica ed etica. Non solo il mondo viene scomposto in forme elementari, per esempio triangoli, sfere, quadrati…, che vengono successivamente riarticolate in installazioni oggettuali, ma anche gli oggetti ormai privi di funzione e valore vengono ri-utilizzati in una mappatura del mondo che produce oggetti dal forte impatto simbolico e dalla forte materialità, (ex. l’opera “Madre di Vento”, 2013). Questi presupposti etici ed estetici non impediscono però alla Levo Rosenberg di dare vita ad installazioni dal forte carattere ironico e pop (ex. “Idea del cavolo”, 2001) che aggiungono un gusto dissacrante e leggero a questa pratica di decostruzione e ricostruzione del mondo, operata attraverso la concettualizzazione e la ri-articolazione di elementi di riciclo trasformati in strisce, triangoli, coni, sfere che diventano i “tasselli” di nuove configurazioni visuali.

Nella storia artistica di Margherita vi è, insomma, un’attenzione alla realtà e alle sue configurazioni, alla morfogenesi dei fenomeni, che vede nell’emergere delle forme e nel loro significato una stabilizzazione di processi costruttivi e decostruttivi. Anche il materiale di elezione utilizzato (le pellicole radiografiche) racconta di una volontà di mettere a nudo la realtà nelle sue strutture profonde, fissandole in rappresentazioni che parlano della loro impermanenza e che alludono al continuo trasformarsi delle cose in relazione con lo spazio e gli esseri umani. Le installazioni di Levo Rosenberg si presentano quindi come oggetti dalla grande forza evocativa, in grado di costruire un sottile e armonico equilibrio tra l’interiorità e l’esperienza della realtà fenomenica, tra figurazione geometrica e suggestione mimetica, tra materialità e concettualità.

 

 

 

 

 Margherita Levo Rosenberg | è psichiatra ed arte terapeuta. 
Dai primissimi anni novanta la pratica artistica diventa elemento vitale, si arricchisce di nuova consapevolezza, con le esperienze delle ricerche psicologiche sulla creatività, la formazione e la pratica psicoterapeutica attraverso il linguaggio visuale. 
Nel 1992 fonda il gruppo Pandeia e declina il proprio stile come cifra del procedere cognitivo, espressione della continuità dei processi di pensiero indipendentemente dall’esito formale dell’opera. 
Dal 1996 fa parte dell’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata del progetto “artismo”, ha curato eventi espositivi approfondendo studi e ricerche sulla creatività e sulle applicazioni psicoterapeutiche del linguaggio visivo. 
Su questi temi ha relazionato a congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. 
Opere in collezioni private e museali. 
Vive e lavora a Genova.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

Margherita Levo Rosenberg. “Prima che il gallo canti”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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invito

Personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

Inaugurazione Venerdì 21 novembre ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 dicembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

QUESTO FILO È LUNICA COSA CHE MI LEGA ANCORA A TE (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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Dal 7 al 22 novembre 2014

InGenio Arte Contemporanea.

Inaugurazione venerdì 10 ore 17.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Testo Critico a cura di Roberto Mastroianni

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Ingenio Arte Contemporanea
Corso San Maurizio 14/e Torino
Apertura su richiesta dal martedì al sabato, dalle ore 9.00 alle 19.00, orario continuato.
Telefono 011 883157- ingenio@comune.torino.it

 

Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te

“Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te” è un’installazione interattiva site specific, nata dalla collaborazione tra l’artista Ennio Bertrand, Docente di Sistemi Interattivi e sei studentesse dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino (Elena Barberis, Federica Lincetto, Chiara Mazzotta, Elahe Salarzehim, Giulia Somma, Martina Stocchetti).

 

L’opera, ospitata negli spazi di InGenio Arte Contemporanea, si colloca all’interno del filone di ricerca sull’accessibilità per  un pubblico non vedente avviato nel 2012 – in preparazione di Arte Plurale – da Ennio Bertrand in collaborazione con Francesco Fratta dell’UICI Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino, con il coinvolgimento attivo di  studenti  nella progettazione,  realizzazione e mediazione culturale.

L’opera si presenta come una rilettura installativa del testo di Jean Cocteau La Voce Umana (1930).

Questo monologo sul crepuscolo dell’amore, sull’abbandono e l’incomunicabilità, vede come protagonista una donna che, attaccata al telefono cerca disperatamente di trattenere l’uomo che l’ha appena lasciata per un’altra donna, e consapevole dell’abbandono si strugge, trovando sull’orlo del suicidio – come unica ragione di vita – la telefonata promessa dall’amato. Cocteau usa il dramma straziante della donna frustrata e malata d’amore per setacciare l’angoscia umana, portando a rappresentazione un impasto contradditorio di tristezza, delusione, voglia di rivalsa, umiliazione, disperazione, affrontato dalla protagonista con apparente dignità che cede il posto allo sconforto, alla disperazione e ad improvvisi slanci d’ira. Il filo del telefono si trasforma così nell’unico, precario, e apparentemente indiscutibile strumento di relazione con l’altro e con le proprie emozioni.

A partire dal lavoro dell’artista francese e dalle sue innumerevoli interpretazioni cinematografiche e teatrali, Bertrand e le sue allieve mettono in scena l’interazione del pubblico con 4 telefoni, sviluppando la narrazione da quattro punti di vista diversi. Si crea così un gioco di immedesimazione, interazione e scambio di identità, attraverso cui il fruitore dell’opera ha la possibilità di entrare percettivamente e visivamente nella trama del testo, scomporlo e ricomporlo in una fruizione personale, ma comunque volutamente distonica. L’opera dell’artista francese viene infatti smembrata e ri-articolata e da essa vengono estrapolati alcuni nuclei tematici: la “violenza sulla donna”, la “fedeltà al testo”, il “discorso diretto/interpellazione” e la “vena tragicomica”, che diventano gli assi portanti dell’installazione. Attraverso la ricostruzione di una camera da letto, in cui gli oggetti ripropongono iconicamente le retoriche romanticamente leziose sulla condizione femminile, e la messa nello spazio di un artificioso letto a baldacchino, sul materasso del quale sono collocati i telefoni vintage, viene creata un’atmosfera di sospensione che si presenta come contesto ideale per la creazione di una fruizione relazionale dell’opera. Il pubblico è chiamato ad attivare l’installazione sollevando una delle cornette degli apparecchi telefonici, ad ognuno di essi sono stati attribuiti stralci casuali del testo, recitati dalla voce delle attrici, che nel tempo hanno interpretato La voce umana a teatro o al cinema, voci che si accompagnano alla proiezione sul materasso di immagini tratte da film contemporanei, che con i quattro temi e con il testo recitato non hanno niente a che fare. In questo modo l’installazione dà vita ad un contesto immersivo basato sugli innumerevoli montaggi narrativi che i fruitori possono mettere in atto. Il telefono diventa pertanto lo strumento attraverso cui il pubblico viene sollecitato, diventando interlocutore primo di una domanda/interpellazione esistenziale che arriva dalla cornetta o dalle immagini proiettate sul materasso. I fruitori possono allora decidere di immedesimarsi nella protagonista de La voce umana, accettando le sfide esistenziali del testo, oppure creare una narrazione composita attraverso l’articolazione di immagini e parole differenti. In ogni modo, la percezione concomitante dello spazio, delle immagini proiettate sul materasso creano un effetto distonico, capace di restituire l’atmosfera angosciante, anche se ironicamente articolata, gli intervalli e i silenzi, i vuoti della coscienza, della memoria e della percezione di sé alla base dell’opera di Cocteau. Se la grandezza de La voce umana è quella di elevare l’incomunicabilità e il vuoto a tema e la presenza di un canale comunicativo ad apertura vitale di speranza ed emozioni, il valore di questa installazione è restituire al telefono, oggetto ormai di uso comune e simbolo della banalità del quotidiano, la sua funzione di tramite con l’interiorità umana attraverso una costante relazione con gli altri. L’opera dà infatti vita a una molteplicità di spazi in cui prendono forma sollecitazioni sulla “quotidiana comunicativa” delle persone: uno spazio “reale” (quello della camera da letto della donna, nella piece e nell’installazione), uno “virtuale” (quello della telefonata/e, per essere più precisi quello contenuto negli apparecchi telefonici, di entrambe le opere) e  uno “immaginario” (quello delle emozioni e della riflessione sull’identità e sull’esistenza), nonché uno “relazionale” (quello messo in atto dai fruitori). In questa composita stratificazione di spazi, riferimenti testuali e visive, e relazioni, la condizione umana trova una possibilità di essere interrogata e portata a rappresentazione, attraverso un’installazione di forte impatto e valore concettuale.

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Ennio Bertrand vive a Torino e lavora impiegando immagini e tecnologie digitali. Le sue opere ripropongono minuscoli eventi, isolati dal flusso indistinto di informazioni e immagini che saturano le soglie della percezione, e quindi dilatati come sotto la lente di un microscopio da laboratorio.

Così nascono i Cieli, preziosi velluti trapuntati di piccoli LEDs che si illuminano con ritmi minimali. Le sequenze di fotogrammi televisivi riorganizzate in micro racconti di due, quattro o più immagini, si impongono con la forza di un tempo infinito nonostante provengano da una visione di frazioni di secondi.

Le installazioni sonore sono spazi interattivi in cui ogni movimento, nostro o di altri esseri viventi, viene amplificato e tradotto in suono, parola, immagine cangiante. O ancora sculture ottenute esclusivamente attraverso sistemi computerizzati, senza alcun intervento manuale e virtualmente riproducibili all’infinito.

È membro dell’associazione Arstechnica fondata nel 1988 a Parigi presso “La Cité des sciences et de l’industrie, La Villette” e cofondatore di Arslab, Arte Scienza e Nuovi Media a Torino nel 1996.

 

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari in differenti Università italiane e straniere.

 

 

 

Alessandro Bulgini. 000- 2014. “HAIRETIKOS-LABIRINTO, DELLE. GEOMETRIE COMPLICATE MIE E DI ANGELO FROGLIA”, FLASHBACK TORINO (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 10-11-2014

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 “Tu, tu rappresenti moltissimo, tu sei il mio referente, tu sei colui con il quale posso comunicare, i nostri lavori, situati vicino dialogheranno. Non hanno bisogno di noi per farlo. È così, checché tu ne pensi…”
Angelo Froglia ad Alessandro Bulgini, Livorno 1992

Il “labirinto” come luogo del pensiero e come spazio metaforico della condizione umana nel mondo, come svilupparsi di stratificate dimensioni di senso, significati e figurazioni; la “casa” come luogo dell’abitare e del pensare e l’“eresia” come cifra della pratica artistica, della dimensione sociale e politica: sono questi i tre elementi che Alessandro Bulgini articola nel suo ultimo lavoro, strutturando geometrie esistenziali e dando vita ad un’opera che è, al contempo, ritorno autobiografico e artistico al passato e risposta alle questioni del presente.“Hairetikos-Labirinto-delle geometrie complicate mie e di Angelo Froglia”, l’opera site specific che Bulgini presenta come progetto speciale all’interno di “Flashback 2014”, è infatti, il tentativo di dare risposta a delle questioni irrisolte del passato e, nello stesso tempo, affermare l’incombenza di una riflessione sulle strategie retoriche attive nel mondo dell’arte e nella società. Questioni solo apparentemente individuali (il rapporto tra Alessandro Bulgini ed Angelo Froglia) ma in realtà collettive (le strategie retoriche, politiche e comunicative attive nell’arte), che si accompagnano al grande rimosso storico che la nostra società ha messo in gioco rispetto al gesto e all’autorialità nel caso delle “vere false teste di Modigliani” ritrovate a Livorno nel 1984. La questione del passato che muove Bulgini è infine questa: come sia possibile che un artista del valore di Froglia sia stato posto ai margini della percezione e del ricordo? Una questione del passato che interroga la contemporaneità: come è possibile che la società e il mondo dell’arte non si interroghino sulle strategie che il potere mette in campo nella pratica e nel sistema dell’arte? Da questo punto di vista, “le complicate geometrie di Bulgini e di Froglia” assumono il valore di una risposta offerta al passato e al presente, mettendo in scena una prospettiva dissacrante e decostruente, che vede nell’arte la possibilità di aprire uno spazio di libertà profondo e accessibile, capace di mettere in discussione quelle che, con Michel Foucault, potremmo definire le “retoriche di verità che ammantano le logiche di potere” che disciplinano la società. In fin dei conti quale motivazione può essere addotta per la damnatio memoriae di Froglia, se non il fatto che con quella premeditata, consapevole e facilmente smascherabile operazione l’artista livornese ha inferto un colpo a tutto il mondo della critica e del sistema dell’arte, che non riuscì a riconoscere un “falso” nato per essere riconosciuto come tale. In quell’operazione “situazionista”, il cui obiettivo era svelare i meccanismi spettacolari della società e dell’arte, il dispositivo comunicativo cui Froglia dà vita assume una propria autonomia: smette di “recitare” il copione da lui scritto e comincia a “parlare” gli attori in campo. A quel punto la presenza di tre studenti universitari burloni e la mediatizzazione del caso rende così eccessivamente reale un’operazione nata per essere smascherante e decostruente e il suo valore decostruttivo non può più essere accettato, quindi deve essere rimosso. Bulgini si trova così a dover fare i conti con quella pratica artistica che lo accomuna all’amico scomparso e nello stesso tempo a dover dare risposte alle domande che la contemporaneità gli pone. Nasce così “Hairetikos-Labirinto” un’opera nata per rendere ragione: della percezione anestetizzata, con cui la maggior parte delle persone esperisce la realtà e lo spazio antropico in cui è immersa, e della volontà di alcuni di esercitare una critica eretica e decostruente rispetto all’ortodossia dominante. Bulgini dà pertanto vita ad un dispositivo spaziale che mette in scena le nostre relazioni con gli altri, con gli spazi di vita e di pensiero in cui l’esistenza umana prende forma. Entrando nel cubo/abitazione, allestito al secondo piano della fiera, si è pertanto repentinamente posti davanti alla banalità della nostra quotidianità, confortevole messa in forma di quelle “retoriche di felicità obbligata” che danno vita ad oggetti di consumo seriali e all’illusione di un confort e di un lusso a buon mercato accessibile a tutti. Le geometrie dell’esistenza sono però complicate e dietro la superficie della realtà sono sedimentati strati di senso e possibilità, che Bulgini indica aprendo delle porte/passaggi segreti posti sul fondo degli armadi, dalle quali si può accendere ad un fondo segreto della realtà: una stanza scura e nascosta, in cui il dialogo tra i due amici/artisti riprende e con esso un complotto decostruttivo e sovversivo delle retoriche di felicità obbligata proposte dalle ideologie dominanti. Nella stanza buia vengono così messe in scena due sedie vuote tra le quali è posta una bottiglia d’acqua e un bicchiere vuoto con cui condividerla e alle pareti due opere che “possono dialogare tra loro nel tempo in assenza dei due artisti”: un quadro nero di Bulgini (“Hairetikos”, 2006) e un manifesto che rappresenta Froglia (Manifesto della mostra sulle sculture di Modigliani, 1984). Bulgini mostra per l’ennesima volta di avere “un gusto del segreto” che, attraverso la potenza evocatrice degli oggetti, mette in scena l’incapacità di vedere di cui è affetta la nostra società, proponendo un elogio dell’eresia ospitato da una casa/labirinto. La ricostruzione di uno spazio antropico esemplare nella sua banalità e quotidianità diviene pertanto metafora di una dimensione labirintica del reale, che nasconde molteplici sensi e possibilità e quindi forme e spazi di libertà.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere.

Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. “Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 10-11-2014

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bi-personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 7 novembre ore 18,00

Dal 8 al 16 novembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” è una bi-personale di Carla Crosio e Fiorenzo Rosso inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il quinto appuntamento della rassegna propone una bi-personale/dialogo tra Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. I due artisti vercellesi, tra i fondatori nel 1971 di StudioDieciArtCityGallery,  indagano i processi di morfogenesi del reale, attraverso una ricerca fotografico-installativa (Fiorenzo Rosso) e una scultorea (Carla Crosio), con le quali cercano di rendere ragione: delle trasformazioni della materia organica e inorganica sotto la spinta del consumo, del dispendio delle energie e della temporalità, in una prospettiva di “anteriorità” quasi musealizzante (Crosio), e della capacità della visione di creare “spazi immaginari”, articolando gli elementi oggettivi e soggettivi attraverso il regime informante dello sguardo (Rosso). Entrambi gli artisti sono interessati alla emersione sociale, immaginaria e antropologica di un mondo condiviso, prodotto da elementi naturali in relazione alla temporalità, alla presenza umana, alla sua attività oggettivante e alla costruzione simbolica di un mondo condiviso.

La selezione delle opere interagisce nello spazio della galleria proponendo un dialogo tra impostazioni, sperimentazioni e ricerche contrapposte, ma integrate e complementari. Da una parte, la ricerca sulle “macchine della visione”, che mettono in scena con un linguaggio analogico elementi naturali ricostruiti ed articolati poeticamente nella loro interazione con il regime dello sguardo, con la percezione e le strutture narrative della coscienza, dell’identità-alterità e della memoria (Rosso). Dall’altra, la ricerca scultorea e installativa (Crosio), che mette in scena il fluire di forme organiche e inorganiche alternando un immaginario post-human tragico, viscerale, violento e nello stesso tempo a tratti pop-ironico.

Il dialogo tra i due artisti articola pertanto i temi della percezione, il regime della tattilità e dello sguardo, e dell’immaginario socialmente costruito e condiviso, attraverso narrazioni dal valore iconografico, capaci di mettere in scena il nostro immaginario contemporaneo, individuale e collettivo, sia nella sua poeticità, sia nella sua profonda conflittualità e contraddittorietà.

 

Carla Crosio

Nelle sculture di Carla Crosio prende forma una riflessione sull’identità/alterità, il divenire e la stabilità delle forme e la loro possibile trasformazione, in esse la centralità del corpo nella sua vulnerabilità e come portatore di genere, cultura e precarietà esistenziale diventa lo strumento per mettere in relazione il tempo, lo spazio e l’identità con il loro mutamento. La materia viene messa in forma dall’artista con una profonda attenzione alla sua organicità, creando un universo referenziale dove i materiali (argilla, legno, plastica, vetro, silicone…) diventano elementi di una grammatica generativa e trasformativa che parla del vissuto delle cose, del loro deperire, decadere e trasformarsi. In questo modo le opere indagano la vita, le sua logica globale e il suo ciclo vitale di crescita, compimento, e degenerazione, portando alla luce l’elemento perturbante della meccanicità naturale e della sua interazione con il libero arbitrio, che spesso si fa portatore di un impulso di distruzione e di una volontà di morte. La poetica dell’artista, impregnata di elementi post-human, esprime un interesse profondo per le dinamiche naturali, che vengono ricostruite e portate a figurazione scultorea, presentando porzioni di realtà e la logica strutturale della nostra relazione con il mondo. L’artista è consapevole che il reale è formato da “eventi catastrofici”, che presiedono il naturale evolversi delle cose, che si accompagnano a forme di lacerazione e rottura fisica, emotiva e simbolica, che sono sempre preludio a nuove forme e configurazioni della realtà. In questa mostra l’effetto conturbante della rappresentazione viene ottenuto attraverso la messa nello spazio di un dispositivo semiotico capace di mostrare “l’anteriorità del futuro”, in special modo attraverso un’installazione di “teche”, in cui elementi e dinamiche esemplari della strutturale dinamica delle cose vengono fissati e in qualche modo musealizzati. La “teche” sono infatti un dispositivo che permette di articolare in modo metonimico e metaforico degli elementi di uso comune (ex. cavi elettrici o scarpe da donna), in una logica di riuso e riciclo dei materiali, con prodotti di consumo o oggetti ludici (ex la bambola o i soldatini) o materiali inorganici dal forte impatto immaginifico, in modo da dare vita a delle istantanee installative di porzioni del nostro immaginario contemporaneo. Il fine è quello di fissare le trasformazioni della realtà e della nostra società in piccole narrazioni iconografiche dal forte impatto simbolico.

 

Fiorenzo Rosso

Le “macchine per la visione” di Fiorenzo Rosso sono installazioni visuali che, attraverso la ricostruzione di dispositivi ottici appartenenti alla storia della fotografia, mettono in relazione visione, percezione e rappresentazioni di elementi narrativi tratti dalla storia della letteratura o dalla natura (ex. mele, fiori, porzioni di territorio…), al fine di ricreare porzioni del nostro immaginario collettivo o individuale. Le “macchine” in mostra articolano pertanto un’interazione tra le tecniche antiche della fotografia e del cinema ed elementi naturali o culturali, che vengono restituiti, attraverso un linguaggio analogico in modo da dare vita ad atmosfere malinconiche ed emblematiche di un rapporto dell’uomo con il proprio panorama mentale, storico e culturale. Lo sguardo dello spettatore viene in questo modo proiettato in un ambiente immersivo che riproduce porzioni di mondo, interrogandosi sulle modalità con le quali il regime del vedere ritaglia e articola elementi organici e inorganici, naturali e culturali, facendo delle cose un articolato universo di senso. L’interesse di Rosso è quello di restituire le logiche che presiedono alla costruzione degli spazi antropici, portando a rappresentazione le modalità che fissano in un orizzonte condiviso gli elementi che danno forma al nostro mondo e le loro trasformazioni. L’interesse per la messa in forma del reale porta l’artista ad interrogarsi sugli spazi, intesi come “contenitori” in cui e da cui le cose possono emergere, articolandosi in una narrazione complessiva, che sempre unisce il tratto immaginario ed immaginifico con gli elementi materiali e naturali. La sensazione è quella di un “doppio filtro” che instaura una distanza tra “osservato” ed “elementi osservati”,  un filtro capace di donare poeticità e in qualche modo musealità agli spazi di esistenza ed emersione dell’umano e del mondo in relazione alla storia e alla nostra grammatica del vedere.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. 

AQUAE MUNDI

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti | Posted on 10-11-2014

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Dal 08 Novembre 2014 al 30 Novembre 2014

TORINO

LUOGO: QC Terme Torino / FusionArt Gallery / Inner Space / Para Photo Festival Torino

CURATORI: Roberto Mastroianni, Walter Vallini

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 338 6104031

E-MAIL INFO: info@innerspace17.com

SITO UFFICIALE: http://www.innerspace17.com

 

COMUNICATO STAMPA: ”Aquae mundi” intende presentare uno spaccato del mondo artistico italiano e internazionale attraverso un’esposizione tematica di opere inedite, che hanno come tema “L’ACQUA”, intesa come “bene comune”, “oro blu”, “sorgente di vita”, principio fisico e spirituale”, “elemento culturale e naturale”.
Gli artisti selezionati dai curatori saranno chiamati a lavorare su un tema comune ( l ‘acqua ) esprimendosi attraverso linguaggi, tecniche artistiche e prospettive culturali e offrendo in questo modo interpretazioni del tutto originali di un elemento apparentemente comune. Si immagina il coinvolgimento di artisti divisi tra “senior” e “young”, in modo che le differenze generazionali, insieme a quelle culturali, di nazionalità e di linguaggio artistico e mezzo espressivo possano rendere la complessità degli approcci ad un tema come quello dell’acqua che si presenta come il catalizzatore di riflessioni su:
stili di vita e la loro sostenibilità;
il suo valore economico, umano e sociale;
forme di spiritualità e materialità consapevoli ( il rapporto culturale e religioso e l’acqua intesa come fonte di vita o elemento cosmogonico);
temi politici con riferimento all’attuale dibattito su acqua, beni comuni e sostenibilità.
Tutti temi di stretta attualità in vista dell’EXPO 2015.
La parte dedicata alle installazioni sarà in esposizione presso la sede di QC Terme Torino.
Nella sezione fotografica della mostra esporranno ” Quelli di Franco Fontana”, un gruppo di allievi autori che hanno frequentato il workshop “Colore e Creatività” e che Franco Fontana, uno dei protagonisti assoluti della fotografia italiana del dopoguerra, ha selezionato nel corso degli anni.Elenco Artisti “Quelli di Franco Fontana”:
Dario Apostoli
Michele Berti
Francesco Brancaccio
Luca Brezigar
Fausto Corbetta Fausto Corsini Carolina Cuneo Giorgia Draisci Mauro Faletti Massimi De Gennaro Tea Giobbio Silvia Dominici Giuliana Mariniello Elena Melloni
Alex Mezzenga Roberto Mirulla Michela Petti Marina Rossi Roberto Salgo Maria Silvano Andrea Simeone Franco Sortini

Elenco artiisti installazioni:
Tegi Canferi
Giu.ngo.Lab
Fukushi Ito
Robert Lang Chen Li
Matteo Mezzadri Walter Vallini

Opening 8 novembre 2014
Fusion Art Gallery fino al 30/11
Innerspace fino al 11/11
Per gli ospiti del QC Terme Torino fino al 30/11
Visual presso Festival Para Photo fino al 10/11