Fiori dal cemento. Storia di donne che costruiscono (recensione di Elvira Sessa).

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 09-06-2013

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Proponiamo la recensione di  “Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono” (di Raffaella R. Ferrè, Carmen Pellegrino, Maria Cristina Sarò, Cristina Zagari, a cura di Ileana Bonadies, Ed. Caracò) scritta da Elvira Sessa.

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“Non credi ai giuramenti, tu, non credi nemmeno alle battaglie.

Dici che sono per i cuori di malta impastati con la calce (…).

Li hai mai visti i girasoli?

Dici che sono slavati, smorti (…). Sbagli.

Anche annientati da un’ascia (…) si aprono e si chiudono come un ventaglio ferito, ma le complicazioni dorate del giallo sono sempre più vive (…), come solchi di dinamite.”

 

Clizia rivolge questi pensieri al suo datore di lavoro che l’aveva demansionata da segretaria a centralinista. L’aveva punita. Perchè Clizia, dopo aver visto i suoi colleghi “soffrire terribilmente per l’impossibilità di far valere i propri diritti nei luoghi di lavoro”, aveva deciso che a lei, donna dal “cuore di malta impastato di calce”, non sarebbe accaduto, e si era iscritta al sindacato.

E così, per aver scelto di tutelare i diritti suoi e dei suoi colleghi, era stata recisa.

Ma rimaneva viva, anzi “sempre più viva come solchi di dinamite”, come un girasole che, a poco a poco, si fa largo nel grigio cemento di un mondo del lavoro declinato al maschile, dove sembra esserci posto solo per donne arriviste, spietate o disposte ad adbicare ai propri diritti.

“Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono”, raccoglie le testimonianze di Clizia e di altre tre donne che descrivono, con un pudore, una delicatezza e un coraggio tutto femminile, la loro lotta per l’indipendenza economica e il loro percorso di costruzione che si realizza, contemporaneamente, sul piano lavorativo e sul piano affettivo (famiglia, relazioni tra colleghi di lavoro).

La prima storia è quella di Linda, restauratrice, che per svolgere il lavoro per cui aveva studiato, emigra all’estero, “mollata” dalla sua Italia cui non interessano le sue competenze. Poi, “vai a capire perchè”, torna nella sua regione nel Sud dell’Italia. Il ritorno appare una sconfitta. Ma in quel soggiorno all’estero, Linda si è “costruita”, ha messo in gioco se stessa, ha modellato la sua identità.

E c’è la storia di Clizia, che consuma il suo corpo nel lavoro (“non l’ho mai trattato bene questo corpo: dovevo lavorare, solo lavorare, sempre lavorare”) pur di avere un’autosufficienza economica, e, dopo alcuni lavoretti, viene assunta come segretaria di una impresa edile.

Nella impresa si misura con turni e strumenti di lavoro forgiati sulla resistenza maschile e con un modo di concepire il lavoro che non le dà spazio: “Ogni mattina mettevo insieme la giornata di edili, operai, carpentieri, muratori, idraulici, elettricisti, ossia maschi, sempre e solo maschi (…) che inorridivano all’idea di una donna a organizzargli i tempi”. Nel suo lavoro, Clizia conosce il mobbing ed è costretta a rivolgersi al sindacato per veder ripristinate le sue originarie mansioni.

20 giugno. Un anniversario.

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 22-05-2010

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Il 20 giugno 1970 entrava in vigore lo Statuto dei Lavoratori, in una fase molto violenta, per l’Italia e l’Europa, di conflitto tra capitale e lavoro. Il movimento operaio e democratico  segnava un passo in avanti nella direzione dell’emancipazione materiale di uomini e donne, in un momento di grossi conflitti sociali.

Lo “Statuto” fu una vittoria socialista: socialisti erano i legislatori (Giacomo Brodolini e Gino Giugni); socialista e riformista era l’impianto della legge approvata da un governo di centro sinistra ed i sindacati ritennero quella una loro vittoria, mentre la maggioranza silenziosa e reazionaria del Paese la subì.

Lo “Statuto” aveva una lunga storia, nasceva da un’idea di Giuseppe Di Vittorio (lo storico leader della CGIL), e per la prima volta costruiva una cornice di diritti e doveri per i lavoratori  italiani, restituendo loro dignità di persone all’interno del processo produttivo.

Lo “Statuto” fu uno spartiacque: prima il lavoro salariato era sottoposto all’arbitrio del padronato (i lavoratori subivano il cottimo, erano spiati e spesso cacciati per le loro idee politiche), dopo i lavoratori ebbero la certezza del licenziamento per giusta causa, la giornata lavorativa di 8 ore e la sicurezza di essere detentori di diritti e doveri.

Oggi nell’anniversario dello “Statuto” la nostra generazione non può che constatare lo smantellamento delle garanzie e la precarizzazione sociale e lavorativa, cui è sottoposta e nello stesso tempo l’esaurirsi della forza propulsiva di quel movimento operaio che ha portato all’estensione di diritti e opportunità per milioni di persone.

Davanti all’incertezza delle nostre vite individuali ed alla capacità di trasformare i problemi del singolo in problemi collettivi e quindi politici, non possiamo che lavorare per cercare di mettere assieme i pezzi di una generazione frantumata, in vista di una nuova affermazione di diritti e dignità