Spagna, verso le elezioni 2012 (di Aldo Garzia).

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 06-04-2011

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È assai singolare la situazione che si è venuta a creare in Spagna dopo l’annuncio di José Luis Rodríguez Zapatero che non sarà lui a guidare il Psoe nelle elezioni politiche del 2012. Reggerà la sfida in Parlamento con i Popolari di Mariano Rajoy nell’ultimo anno di legislatura ma sarà un altro a disputare il match in cui in ballo c’è il terzo mandato consecutivo a guida socialista. Quanto al metodo della successione, è probabile che vengano usate le “primarie” con qualche accortezza maggiore rispetto a ciò che accade nell’italico Pd (voteranno, come nel caso recente che ha scelto il candidato socialista per la Comunidad di Madrid, solo gli iscritti al Psoe).

Si chiude così un ciclo politico iniziato nel 2000 con la conquista – a sorpresa – della segreteria del Psoe e consolidatosi nel 2004 con la leadership di governo. Con l’uscita di scena tra un anno di Zapatero esce però ammaccato pure quel “socialismo dei cittadini” che era l’idea-forza con cui il leader socialista aveva cercato di voltar pagina rispetto all’era di Felipe González (premier dal 1982 al 1996). Zetape, come lo chiamano in Spagna, pensava che nell’epoca della globalizzazione economica e della fine dei vincoli interni in economia una nuova idea di socialismo andasse praticata più sul terreno della democrazia politica, dei diritti e della laicità rispetto alle tradizionali politiche socialdemocratiche di welfare all’insegna di piena occupazione e ridistribuzione dei redditi. La Spagna del dopo José Maria Aznar, tornata per otto anni a una politica di destra estrema, sembrava la società ideale per praticare quel nuovo socialismo che aveva nel filosofo Philip Pettit il teorico ispiratore.

Il Partito Politico oggi.

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica nazionale, Teoria e critica filosofica | Posted on 06-04-2011

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Postiamo un contributo di Walter Tocci sul “Partito politico oggi”, uscito anche sull’Unità del 6 aprile 2011, sperando sia utile spunto di riflessione.

Per la prima volta nella sua vita il Pd si prende cura della forma partito. Bersani ha annunciato un lungo lavoro per dare un senso moderno a quella parola partito che, unici in Italia, portiamo nel simbolo. E’ appena cominciato con un seminario di studio  tra dirigenti nazionali e periferici e autorevoli studiosi italiani, europei e americani. Si è discusso fuori dai soliti schemi giornalistici. Nessuno si è impigliato nelle false alternative – primarie si o no, partito leggero o pesante, partito degli iscritti o degli elettori – che in passato hanno condotto il dibattito su strade senza uscita. La pubblicazione dei materiali offrirà l’occasione per allargare la discussione a tutto il partito. Tutti hanno scansato il rischio di uno sterile amarcord dei vecchi partiti di massa. Si tratta di ripensare la funzione del partito come costruttore di democrazia nell’Italia di oggi, come protagonista della ricostruzione civile del dopo Berlusconi. E’ davvero necessario? E’ possibile praticamente? Siamo in grado di realizzarlo? Partire da queste domande, a mio avviso, aiuta a evitare il rischio e a cogliere l’opportunità.

1) La necessità di un rilancio della forma partito scaturisce da una lettura critica del ventennio, come ha sottolineato Maurizio Migliavacca nell’introduzione. Negli anni novanta l’idea di demolire i partiti, peraltro non nuova, prometteva un futuro radioso per la politica: più decisione, potere diretto ai cittadini e Seconda Repubblica. Queste promesse sono clamorosamente fallite. Il populismo, tra i tanti difetti, ha anche quello di non prendere alcuna decisione rilevante per il futuro del paese. L’ultima scelta importante è stato l’euro, poi solo propaganda e gestione corrente. Il potere dei cittadini non è mai stato così debole e mai così forte il dominio delle oligarchie economiche, politiche e corporative. Le recenti manifestazioni dei giovani e delle donne hanno messo a nudo prima di tutto queste diseguaglianze. E infine, la Repubblica invece di rinnovarsi rischia di spezzarsi sotto i colpi del leghismo e del sovversivismo dall’alto. Dove è il pericolo è anche ciò che salva, diceva il poeta. Proprio nelle fratture della crisi democratica si misura la necessità del rilancio del partito, come soggetto collettivo della Decisione, come promotore dell’Eguaglianza, e come forza coesiva dell’Unità della Repubblica.

2) Alcuni processi oggettivi – società mediatica e personalizzazione, ad esempio – militano contro la possibilità di organizzare grandi partiti. Tutto ciò è vero, ma contiene anche esagerazioni strumentali. La cultura del community organizing, ad esempio, ha suggerito a Obama di utilizzare i nuovi media come infrastruttura organizzativa della vittoria elettorale. I vecchi partiti italiani sapevano ben utilizzare la personalizzazione come fattore coesivo dell’organizzazione, tanto è vero che ancora oggi parliamo di Moro e Berlinguer, per dire solo degli ultimi.

PSE. Il documento di Atene.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale | Posted on 14-03-2011

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Il 4 marzo 2011, i leader del PSE convenuti ad Atene hanno approvato un forte documento di politica europea e economica, alternativo alle linee che si stanno affermando a livello europeo. All’incontro non hanno partecipato esponenti italiani, troppo impegnati nelle discussioni interne ad un partito che non esiste e che non si può/vuole  definire socialdemocratico (il PD).

La retorica “oltrista” ha portato il PD a non avere collocazione e cornice teorico politica. Scegliere il PSE significherebbe perdere Fioroni e pochi altri ex democristiani e allora i dirigenti del Pd preferiscono non essere socialisti e tenersi Fioroni… lascio giudicare a voi: tra andare a parlare con Milliband di politica, di economia e di  Europa o  tenersi Fioroni scelgono Fioroni… Totò avrebbe risposto: “ma mi facci il piacere”…

Qui di seguito un’ampia sintesi, che tradotta da Claudio Bellavita.


L’Europa è nelle mani sbagliate. Non bisogna dare la colpa all’Europa ma alla maggioranza conservatrice che la governa.

Ci siamo riuniti per mettere  a punto una alternativa alla linea dominante “solo austerità”: questo mese sarà decisivo per l’Unione Europea, i paesi dell’eurozona e soprattutto per il popolo europeo. Sono in gioco i principi su cui fu fondata l’unione europea: solidarietà e destino comune.

I conservatori europei si stanno preparando a sacrificare questi principi per mettere stati e cittadini in competizione gli uni con gli altri. le proposte che sono state messe all’ordine del giorno del  prossimo Consiglio Europeo sono tutte improntate all’istituzionalizzazione dell’austerità e all’annacquamento del nostro modello sociale e delle istituzioni di welfare.

Nonostante tutto quello che è successo negli ultimi 30 mesi, la linea è ancora quella di far pagare il fallimento dei mercati finanziari alla gente comune.

Il PSE ha una alternativa chiara,socialmente responsabile ed economicamente credibile,

per mantenere un corretto ritmo di crescita, e garantire l’occupazione, il progresso sociale e il pareggio dei bilanci pubblici.

Il PSE ha capito che la crisi non è colpa della gente comune o del welfare, ma dell’avida e irresponsabile politica dei governi conservatori di alcuni stati dell’Unione e della perdurante mancanza di controlli sui mercati finanziari.

Nel corso del 2011, lo smantellamento del welfare attraverso la riduzione generalizzata degli stanziamenti ridurrà il livello di vita in tutta la UE, indebolendo quelli che sono già deboli. Il messaggio che mandano i conservatori è “noi prendiamo le decisioni, voi i sacrifici, noi parliamo a nome dei ricchi che sono i soli che possono permettersi uno stato povero”.

Invocando confuse e misteriose “esigenza tecniche”, i conservatori vogliono imporre, a partire dai piccoli stati, un diktat di ultraliberismo e di misure di sola austerità che renderà impossibile superare la crisi, perché bloccherà le possibilità di crescita.

L’Europa non riesce a resistere alle pressioni dei governi conservatori di Francia e Germania, e  a dare una risposta alla crisi del debito diversa dagli aumenti fiscali e dai tagli alla politica sociale, di crescita e di occupazione.

La politica franco-tedesca vuole ridurre i paesi europei a sussidiari delle grandi corporations: con un’Europa dominata da due stati, gli altri paesi e il parlamento europeo verranno totalmente ignorati.

Noi non vogliamo uno scontro tra stati in Europa: l’Europa ha un valore suo proprio. E siamo convinti che per uscire dalla crisi bisogna usare il metodo della Comunità Europea, basato non sugli ukase, ma su coordinamento, sussidiarietà e solidarietà, coinvolgendo tutti gli stati dell’Unione e le istituzioni europee.

Le misure che si stanno preparando e che si  vorrebbero imporre in fretta,sono di strangolamento economico,riduzioni salariali, tagli nella protezione sociale e nella funzione pubblica, in contraddizione non solo col progetto di Europa 2020, ma anche alla Carta dei diritti e alla sovranità dei singoli stati nel perseguire le loro politiche sociali.

I conservatori non hanno un quadro complessivo della crisi mondiale: in nome della sovranità del mercato finanziario globale non hanno proposte per affrontare con le cospicue forze dell’Europa gli attacchi alle valute, i dumping commerciali e la speculazione sulle materie prime.

I socialisti d’Europa hanno un progetto per una crescita sostenibile,per avere più lavoro e lavori migliori con una politica industriale europea, per garantire la piena occupazione e il progresso sociale, per ridurre il debito pubblico aumentando il reddito e quindi le entrate fiscali.

Vogliamo il progresso nella prosperità e non la recessione con l’austerità: la differenza tra la nostra strategia e quella dei conservatori osannati dalla finanza mondiale è di 8 milioni di posti di lavoro  nei prossimi 5 anni.

Il nostro progetto è di fare agire tutti insieme i paesi e le istituzioni europee

-insieme, darci una vera politica industriale europea e far riprendere gli investimenti nelle manifatture. Servono regole, innovazione, ricerca energetica e ambientale, investimenti nell’efficienza produttiva, non tagli ai salari e ai benefici sociali

-insieme, arrivare a  una vera integrazione sociale europea, anziché incoraggiare la concorrenza al ribasso delle protezioni sociali. Definire insieme standard minimi di spesa sociale e di eguaglianza di possibilità e di genere.

Occorre un Patto europeo per l’occupazione e il progresso sociale, per garantire la crescita e combattere la disoccupazione. Gli stati membri devono essere posti in grado di investire in miglioramento dell’istruzione, dell’innovazione, dell’addestramento al lavoro nei settori a maggiore intensità di lavoro, come le tecnologie verdi, la salute e l’assistenza.

Bisogna elaborare politiche per combattere la disoccupazione giovanile e lo sfruttamento all’ingresso del mercato del lavoro.

Occorre stabilire standard europei minimi di sicurezza sociale, di salario e di qualità del lavoro. Su tutti questi temi, il Pse lancerà una campagna sociale di informazione e di lotta.

-insieme, riesaminare la spesa pubblica con criteri di efficienza, e istituire la tassa sulle transazioni finanziarie e la carbon tax sulle produzioni inquinanti di energia per avere risorse aggiuntive per la riduzione del debito e gli incentivi all’innovazione

-insieme affrontare il problema del debito, cercando di ridurlo con l’aumento del Pil e degli occupati e non con la riduzione dei contributi ai disoccupati , la miseria e la disperazione sociale. Anche i creditori delle banche che hanno provocato il disastro devono contribuire al risanamento. E poi dobbiamo usare fino in fondo la grande forza dell’euro e delle emissioni garantite dalla Banca Centrale Europea

-insieme, ricordare lo scopo per cui è stata costituita l’Unione europea, per superare gli egoismi delle nazioni e per garantire un progresso sociale ed economico costante coerente e solidale. L’Unione Europea è una fantastica opportunità per le nazioni e per gli individui. ma dobbiamo cambiarne le regole di funzionamento, accentuando la parte sociale e dettando precise regole di controllo finanziario e intelligenti regole fiscali che lascino lo spazio per garantire il progresso sociale comune e gli investimenti anticiclici.

Regionali Piemonte 2010. Intervista a Tuccari:”la politica deve guardare al futuro”

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica nazionale, Teoria e critica filosofica | Posted on 15-03-2010

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Tratta da www.corriereweb.net, di Michele Cento

Intervista a Francesco Tuccari, ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Torino e candidato alle Regionali piemontesi nella lista “Insieme per Bresso”.

“Ripartire dal futuro”. È l’idea guida della candidatura del prof. Francesco Tuccari nella lista “Insieme per Bresso”, che alle prossime elezioni Regionali del Piemonte sosterrà l’attuale goventratrice del centrosinistra Mercedes Bresso contro il leghista Roberto Cota. Una candidatura, quella di Tuccari, che coniuga cultura e impegno civile, in linea con l’esempio del suo maestro Massimo Salvadori e con la tradizione “bobbiana” dell’ateneo torinese.

Professore, da docente e da studioso lei ha dedicato gran parte della sua vita al mondo degli studi, dell’insegnamento e della cultura. Qual è stata la molla che ha fatto scattare in lei l’esigenza di candidarsi ad assumere un “ruolo pubblico” negli organi regionali del Piemonte?

Devo premettere che io amo moltissimo il mio lavoro di studioso e di professore e che in esso ho realizzato, almeno sino ad ora e con grandi soddisfazioni, il mio percorso di vita. Tre ragioni essenziali, tuttavia, mi hanno spinto ad accettare una candidatura alle prossime elezioni regionali nella lista “Insieme per Bresso”. La prima, di carattere più generale, è che ritengo ormai non soltanto doveroso ma anche necessario impegnarsi in prima persona, nelle sedi istituzionali più appropriate, a contrastare il crescente degrado che da diversi anni continua a investire la politica e lo stesso spirito pubblico nel nostro Paese. La seconda ragione, più specifica, ha a che fare con il mondo in cui svolgo da anni la mia professione. Le università italiane, e con esse tutto il sistema dell’alta formazione in Italia, sono ormai allo stremo. Conoscendo assai bene quel mondo e il suo disagio, vorrei dunque portare in un luogo strategico come la Regione le mie competenze, la mia esperienza e il mio impegno personale. Infine, ed è la terza ragione della mia decisione di «scendere in campo» (espressione, purtroppo, efficacemente sintetica!!), in Piemonte le prossime elezioni regionali vedranno contrapporsi non soltanto due candidati dalle caratteristiche molto diverse – Mercedes Bresso e Roberto Cota – ma due visioni radicalmente differenti delle prospettive e del ruolo della nostra Regione. E una di queste visioni – quella a dir poco «anacronistica»  rappresentata dalla Lega Nord – non può che suscitare la più viva apprensione in chi crede, come il sottoscritto, nei valori della solidarietà e della cultura. Ecco perché, ancora una volta, ritengo indispensabile assumere personalmente responsabilità politiche.

Il lavoro e il capitale

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 04-02-2010

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di Pietro Folena (tratto da Epolis del 2 febbraio 2010).

“Il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità”.

Lo ha scritto papa Benedetto XVI° nell’enciclica Caritas in veritate, i cui concetti ha ribadito domenica all’Angelus, davanti agli operai di Portovesme.

Chissà Sergio Marra, operaio di 36 anni, suicida perché prostrato dopo aver perso il lavoro a Zingonia, in una piccola fabbrica chimica, se aveva letto di quest’enciclica.

Certo è che il capitale la sua persona, la sua integrità non l’hanno rispettata. Il lavoro ridotto a merce, precarizzato all’estremo, prima vittima delle multinazionali (così per Termini Imerese, dove Marchionne paga il prezzo del suo shopping internazionale, così per l’Alcoa di Portovesme, dove gli americani chiudono dalla mattina alla sera), non più un valore – quello di cui parla l’art.1 della Costituzione –, oggi è frullato.

Poche chiacchiere: solo la fine del credo liberista degli anni 90, che ha travolto tutte le culture politiche, potrà fermare questo massacro.

Occorre un nuovo credo lavorista, o laburista: una vera e propria rivoluzione copernicana delle politiche economiche e sociali. Su queste colonne sosteniamo da tempo questa tesi, anche quando eravamo più soli.

La compagnia oggi si è arricchita: il cardinale Tettamanzi (Milano), il cardinale Poletto (Torino), il cardinale Scola (Venezia), il cardinale Romeo (Palermo). La Chiesa – lo testimoniano anche gli operai a San Pietro – sembra uno dei pochi baluardi morali e sociali a difesa del lavoro. E così la CGIL, colpevolmente isolata dalle altre confederazioni sindacali.

E tuttavia all’appello mancano ancora i soggetti che più possono compiere la rottura col passato.

Il primo sono gli imprenditori, o meglio la Confindustria, attardata a chiedere vecchie politiche liberali anziché un’azione volta a aumentare i sostegni pubblici alle aziende che danno lavoro stabile, duraturo, garantito.

Il secondo è il Governo, che agisce come se fosse l’opposizione denunciando demagogicamente questa o quella impresa salvo poi non prendere iniziative forti e chiare: per trovare un investitore, anche internazionale a Termini, per sostenere costi quel che costi Portovesme, e per intraprendere un programma deciso di sostegno all’occupazione e di lotta alla precarietà – anticamera della disoccupazione – , decantata dal ministro del Lavoro come regno delle opportunità. E infine le opposizioni, a partire dal Pd. Anche dai carri del Carnevale, leggiamo oggi, è scomparsa la sinistra.

Un’estinzione lunga e inesorabile. Più coraggio e più radicalità: questo ci si aspetta da Bersani. E’ l’ora della rinascita di una grande forza politica che tuteli e rappresenti il lavoro, e l’aspirazione a un lavoro vero e a un reddito sicuro.

RITORNO ALLA REALTA’

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 14-01-2010

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di Pietro Folena (tratto da Epolis del 14 gennaio 2009)

Il ritorno all’attività politica a pieno regime spazza le illusioni natalizie di un nuovo clima nel Paese -animato dal conflitto e dal confronto sulle cose da fare, più che sulle persone o sulle ideologie-, e la speranza di una possibile svolta civile capace di incoraggiare quella grande maggioranza di lavoratori e di famiglie che si danno da fare con onestà e intraprendenza per il futuro.

Il Consiglio dei Ministri – nelle ore in cui l’emozione e l’attenzione di tutti va all’immane tragedia di Haiti – ha deciso tre cose: la prima, di non fare un decreto blocca-processi, a fronte delle riserve del Quirinale e del Presidente della Camera, e della netta contrarietà dell’opposizione; la seconda di costruire trentamila posti in carcere in più (quasi il doppio di oggi: sono cinquantamila), anche a fronte delle nuove norme che stabiliscono che un clandestino di per sé è un criminale – la cui coerenza si è vista all’azione nel pogrom di Rosarno- ; la terza, che la diminuzione delle tasse, con due aliquote, sbandierata ai quattro venti da Berlusconi, era un pesce d’aprile fuori stagione.

In questa riunione del CdM c’è la fotografia dei rapporti di forza nella maggioranza e della situazione reale della società italiana.

Nella maggioranza, la Lega -incassate le candidature a governatore in Veneto e Piemonte- la fa da padrona, dettando legge sulla sicurezza. Nella società italiana, invece, la crisi è ben più grave di quanto non sia stato detto finora: una riforma fiscale -vera e propria base di un patto democratico, tanto più se si rinuncia al principio sacrosanto della progressività dell’imposizione- ha costi enormi in un periodo di crescita, figurarsi ora, ed è più importante della riforma costituzionale. Il problema italiano è il rischio che nella crisi salti definitivamente una parte dell’apparato industriale – a cominciare dalla Fiat di Termini Imerese per arrivare a tanta piccola e media impresa senza capitale e senza sostegno creditizio-, e che l’indebitamento delle famiglie (minore rispetto ai grandi paesi occidentali prima della crisi) esploda sui mutui, sui prestiti, sul sistema bancario.

Di questo dovrebbe parlare il CdM, fuori da ogni propaganda: sarebbe un atto di forza, per Berlusconi, aprire un confronto sulle cose da fare (aumenti salariali, tassazione delle rendite, uscita dalla precarizzazione di massa, sostegno del credito alle PMI) davanti al Parlamento e al Paese.

Tanta parte dei lavoratori, si aspetta dal Pd e dall’opposizione di sostituire alle dodici domande di Repubblica -che finora hanno fatto il gioco del premier- una semplice domanda: “cosa state facendo per il futuro dei giovani e dell’Italia?”

Vent’anni dopo la svolta

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 15-11-2009

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di Fabrizio Rondolino, 9 novembre 2009

da www.leragioni.it di


Mentre Achille Occhetto era a Barcellona con Claudio Martelli per partecipare ad una riunione dell’Internazionale socialista, a Rimini, su un camper trasformato in ufficio e parcheggiato dietro il palazzo dei congressi, Bettino Craxi amabilmente chiacchierava con Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Era il 22 marzo 1990, il Pci non era ancora diventato Pds e il segretario del Psi aveva appena terminato la sua relazione alla Conferenza programmatica. Volle incontrare D’Alema e Veltroni, che non conosceva personalmente, perché gli sembravano i migliori della nuova generazione, e i più promettenti. Craxi avrà avuto molti difetti, ma non gli mancava il fiuto politico.

C’è però un doppio retroscena che merita di essere ricordato. Il camper di Craxi era un luogo-simbolo della Prima repubblica ormai al tramonto: l’anno prima, all’Ansaldo di Milano, proprio in quel camper Craxi e Forlani avevano siglato l’accordo di pentapartito in seguito noto come “Caf”. Occhetto, invitato a Rimini, subodorò la trappola: “Mi farà salire sicuramente sul camper, ma io non voglio”. Trovò così la scusa della riunione di Barcellona, dove la sua presenza non era inizialmente prevista, e declinò l’invito, nonostante Craxi giungesse ad offrirgli un volo privato. Il buffo è che anche Martelli non avrebbe dovuto essere a Barcellona quel giorno: Craxi non vedeva di buon occhio la diplomazia parallela del suo delfino, e aveva riservato a sé ogni decisione riguardante l’Internazionale (fu in effetti lui, alla fine del ’91, a dare il via libera all’ingresso del Pds). L’aneddoto aiuta a capire quale groviglio politico, psicologico e umano governasse in quegli anni i rapporti fra il Pci-Pds e il Psi. E perché la caduta del Muro, anziché riunificare la sinistra italiana, la seppellì.

È nell’incomprensione radicale fra Berlinguer e Craxi che si trova la ragione dell’antisocialismo di Botteghe Oscure e dell’anticomunismo di via del Corso.