Spagna, verso le elezioni 2012 (di Aldo Garzia).

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 06-04-2011

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È assai singolare la situazione che si è venuta a creare in Spagna dopo l’annuncio di José Luis Rodríguez Zapatero che non sarà lui a guidare il Psoe nelle elezioni politiche del 2012. Reggerà la sfida in Parlamento con i Popolari di Mariano Rajoy nell’ultimo anno di legislatura ma sarà un altro a disputare il match in cui in ballo c’è il terzo mandato consecutivo a guida socialista. Quanto al metodo della successione, è probabile che vengano usate le “primarie” con qualche accortezza maggiore rispetto a ciò che accade nell’italico Pd (voteranno, come nel caso recente che ha scelto il candidato socialista per la Comunidad di Madrid, solo gli iscritti al Psoe).

Si chiude così un ciclo politico iniziato nel 2000 con la conquista – a sorpresa – della segreteria del Psoe e consolidatosi nel 2004 con la leadership di governo. Con l’uscita di scena tra un anno di Zapatero esce però ammaccato pure quel “socialismo dei cittadini” che era l’idea-forza con cui il leader socialista aveva cercato di voltar pagina rispetto all’era di Felipe González (premier dal 1982 al 1996). Zetape, come lo chiamano in Spagna, pensava che nell’epoca della globalizzazione economica e della fine dei vincoli interni in economia una nuova idea di socialismo andasse praticata più sul terreno della democrazia politica, dei diritti e della laicità rispetto alle tradizionali politiche socialdemocratiche di welfare all’insegna di piena occupazione e ridistribuzione dei redditi. La Spagna del dopo José Maria Aznar, tornata per otto anni a una politica di destra estrema, sembrava la società ideale per praticare quel nuovo socialismo che aveva nel filosofo Philip Pettit il teorico ispiratore.

Il Partito Politico oggi.

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica nazionale, Teoria e critica filosofica | Posted on 06-04-2011

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Postiamo un contributo di Walter Tocci sul “Partito politico oggi”, uscito anche sull’Unità del 6 aprile 2011, sperando sia utile spunto di riflessione.

Per la prima volta nella sua vita il Pd si prende cura della forma partito. Bersani ha annunciato un lungo lavoro per dare un senso moderno a quella parola partito che, unici in Italia, portiamo nel simbolo. E’ appena cominciato con un seminario di studio  tra dirigenti nazionali e periferici e autorevoli studiosi italiani, europei e americani. Si è discusso fuori dai soliti schemi giornalistici. Nessuno si è impigliato nelle false alternative – primarie si o no, partito leggero o pesante, partito degli iscritti o degli elettori – che in passato hanno condotto il dibattito su strade senza uscita. La pubblicazione dei materiali offrirà l’occasione per allargare la discussione a tutto il partito. Tutti hanno scansato il rischio di uno sterile amarcord dei vecchi partiti di massa. Si tratta di ripensare la funzione del partito come costruttore di democrazia nell’Italia di oggi, come protagonista della ricostruzione civile del dopo Berlusconi. E’ davvero necessario? E’ possibile praticamente? Siamo in grado di realizzarlo? Partire da queste domande, a mio avviso, aiuta a evitare il rischio e a cogliere l’opportunità.

1) La necessità di un rilancio della forma partito scaturisce da una lettura critica del ventennio, come ha sottolineato Maurizio Migliavacca nell’introduzione. Negli anni novanta l’idea di demolire i partiti, peraltro non nuova, prometteva un futuro radioso per la politica: più decisione, potere diretto ai cittadini e Seconda Repubblica. Queste promesse sono clamorosamente fallite. Il populismo, tra i tanti difetti, ha anche quello di non prendere alcuna decisione rilevante per il futuro del paese. L’ultima scelta importante è stato l’euro, poi solo propaganda e gestione corrente. Il potere dei cittadini non è mai stato così debole e mai così forte il dominio delle oligarchie economiche, politiche e corporative. Le recenti manifestazioni dei giovani e delle donne hanno messo a nudo prima di tutto queste diseguaglianze. E infine, la Repubblica invece di rinnovarsi rischia di spezzarsi sotto i colpi del leghismo e del sovversivismo dall’alto. Dove è il pericolo è anche ciò che salva, diceva il poeta. Proprio nelle fratture della crisi democratica si misura la necessità del rilancio del partito, come soggetto collettivo della Decisione, come promotore dell’Eguaglianza, e come forza coesiva dell’Unità della Repubblica.

2) Alcuni processi oggettivi – società mediatica e personalizzazione, ad esempio – militano contro la possibilità di organizzare grandi partiti. Tutto ciò è vero, ma contiene anche esagerazioni strumentali. La cultura del community organizing, ad esempio, ha suggerito a Obama di utilizzare i nuovi media come infrastruttura organizzativa della vittoria elettorale. I vecchi partiti italiani sapevano ben utilizzare la personalizzazione come fattore coesivo dell’organizzazione, tanto è vero che ancora oggi parliamo di Moro e Berlinguer, per dire solo degli ultimi.

PSE. Il documento di Atene.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale | Posted on 14-03-2011

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Il 4 marzo 2011, i leader del PSE convenuti ad Atene hanno approvato un forte documento di politica europea e economica, alternativo alle linee che si stanno affermando a livello europeo. All’incontro non hanno partecipato esponenti italiani, troppo impegnati nelle discussioni interne ad un partito che non esiste e che non si può/vuole  definire socialdemocratico (il PD).

La retorica “oltrista” ha portato il PD a non avere collocazione e cornice teorico politica. Scegliere il PSE significherebbe perdere Fioroni e pochi altri ex democristiani e allora i dirigenti del Pd preferiscono non essere socialisti e tenersi Fioroni… lascio giudicare a voi: tra andare a parlare con Milliband di politica, di economia e di  Europa o  tenersi Fioroni scelgono Fioroni… Totò avrebbe risposto: “ma mi facci il piacere”…

Qui di seguito un’ampia sintesi, che tradotta da Claudio Bellavita.


L’Europa è nelle mani sbagliate. Non bisogna dare la colpa all’Europa ma alla maggioranza conservatrice che la governa.

Ci siamo riuniti per mettere  a punto una alternativa alla linea dominante “solo austerità”: questo mese sarà decisivo per l’Unione Europea, i paesi dell’eurozona e soprattutto per il popolo europeo. Sono in gioco i principi su cui fu fondata l’unione europea: solidarietà e destino comune.

I conservatori europei si stanno preparando a sacrificare questi principi per mettere stati e cittadini in competizione gli uni con gli altri. le proposte che sono state messe all’ordine del giorno del  prossimo Consiglio Europeo sono tutte improntate all’istituzionalizzazione dell’austerità e all’annacquamento del nostro modello sociale e delle istituzioni di welfare.

Nonostante tutto quello che è successo negli ultimi 30 mesi, la linea è ancora quella di far pagare il fallimento dei mercati finanziari alla gente comune.

Il PSE ha una alternativa chiara,socialmente responsabile ed economicamente credibile,

per mantenere un corretto ritmo di crescita, e garantire l’occupazione, il progresso sociale e il pareggio dei bilanci pubblici.

Il PSE ha capito che la crisi non è colpa della gente comune o del welfare, ma dell’avida e irresponsabile politica dei governi conservatori di alcuni stati dell’Unione e della perdurante mancanza di controlli sui mercati finanziari.

Nel corso del 2011, lo smantellamento del welfare attraverso la riduzione generalizzata degli stanziamenti ridurrà il livello di vita in tutta la UE, indebolendo quelli che sono già deboli. Il messaggio che mandano i conservatori è “noi prendiamo le decisioni, voi i sacrifici, noi parliamo a nome dei ricchi che sono i soli che possono permettersi uno stato povero”.

Invocando confuse e misteriose “esigenza tecniche”, i conservatori vogliono imporre, a partire dai piccoli stati, un diktat di ultraliberismo e di misure di sola austerità che renderà impossibile superare la crisi, perché bloccherà le possibilità di crescita.

L’Europa non riesce a resistere alle pressioni dei governi conservatori di Francia e Germania, e  a dare una risposta alla crisi del debito diversa dagli aumenti fiscali e dai tagli alla politica sociale, di crescita e di occupazione.

La politica franco-tedesca vuole ridurre i paesi europei a sussidiari delle grandi corporations: con un’Europa dominata da due stati, gli altri paesi e il parlamento europeo verranno totalmente ignorati.

Noi non vogliamo uno scontro tra stati in Europa: l’Europa ha un valore suo proprio. E siamo convinti che per uscire dalla crisi bisogna usare il metodo della Comunità Europea, basato non sugli ukase, ma su coordinamento, sussidiarietà e solidarietà, coinvolgendo tutti gli stati dell’Unione e le istituzioni europee.

Le misure che si stanno preparando e che si  vorrebbero imporre in fretta,sono di strangolamento economico,riduzioni salariali, tagli nella protezione sociale e nella funzione pubblica, in contraddizione non solo col progetto di Europa 2020, ma anche alla Carta dei diritti e alla sovranità dei singoli stati nel perseguire le loro politiche sociali.

I conservatori non hanno un quadro complessivo della crisi mondiale: in nome della sovranità del mercato finanziario globale non hanno proposte per affrontare con le cospicue forze dell’Europa gli attacchi alle valute, i dumping commerciali e la speculazione sulle materie prime.

I socialisti d’Europa hanno un progetto per una crescita sostenibile,per avere più lavoro e lavori migliori con una politica industriale europea, per garantire la piena occupazione e il progresso sociale, per ridurre il debito pubblico aumentando il reddito e quindi le entrate fiscali.

Vogliamo il progresso nella prosperità e non la recessione con l’austerità: la differenza tra la nostra strategia e quella dei conservatori osannati dalla finanza mondiale è di 8 milioni di posti di lavoro  nei prossimi 5 anni.

Il nostro progetto è di fare agire tutti insieme i paesi e le istituzioni europee

-insieme, darci una vera politica industriale europea e far riprendere gli investimenti nelle manifatture. Servono regole, innovazione, ricerca energetica e ambientale, investimenti nell’efficienza produttiva, non tagli ai salari e ai benefici sociali

-insieme, arrivare a  una vera integrazione sociale europea, anziché incoraggiare la concorrenza al ribasso delle protezioni sociali. Definire insieme standard minimi di spesa sociale e di eguaglianza di possibilità e di genere.

Occorre un Patto europeo per l’occupazione e il progresso sociale, per garantire la crescita e combattere la disoccupazione. Gli stati membri devono essere posti in grado di investire in miglioramento dell’istruzione, dell’innovazione, dell’addestramento al lavoro nei settori a maggiore intensità di lavoro, come le tecnologie verdi, la salute e l’assistenza.

Bisogna elaborare politiche per combattere la disoccupazione giovanile e lo sfruttamento all’ingresso del mercato del lavoro.

Occorre stabilire standard europei minimi di sicurezza sociale, di salario e di qualità del lavoro. Su tutti questi temi, il Pse lancerà una campagna sociale di informazione e di lotta.

-insieme, riesaminare la spesa pubblica con criteri di efficienza, e istituire la tassa sulle transazioni finanziarie e la carbon tax sulle produzioni inquinanti di energia per avere risorse aggiuntive per la riduzione del debito e gli incentivi all’innovazione

-insieme affrontare il problema del debito, cercando di ridurlo con l’aumento del Pil e degli occupati e non con la riduzione dei contributi ai disoccupati , la miseria e la disperazione sociale. Anche i creditori delle banche che hanno provocato il disastro devono contribuire al risanamento. E poi dobbiamo usare fino in fondo la grande forza dell’euro e delle emissioni garantite dalla Banca Centrale Europea

-insieme, ricordare lo scopo per cui è stata costituita l’Unione europea, per superare gli egoismi delle nazioni e per garantire un progresso sociale ed economico costante coerente e solidale. L’Unione Europea è una fantastica opportunità per le nazioni e per gli individui. ma dobbiamo cambiarne le regole di funzionamento, accentuando la parte sociale e dettando precise regole di controllo finanziario e intelligenti regole fiscali che lascino lo spazio per garantire il progresso sociale comune e gli investimenti anticiclici.

La meritocrazia delle chiacchiere

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 11-12-2010

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Postiamo questa lettera dell’amico e  Walter Tocci, Direttore nazionale del CRS (Centro per la Riforma dello Stato) e Deputato PD che porta avanti il lavoro di contrasto alla Riforma Gelmini, può essere un utile elemento di riflessione.

Comincia una settimana decisiva per il futuro dell’università e del Paese. Cade o non cade il governo Berlusconi? Da questo dipende la sorte della legge Gelmini. Speriamo che domenica prossima sia un giorno di festa e si possa esultare sia per l’abbandono del Cavaliere sia per la cancellazione di un progetto dannoso.

Lavoreremo col massimo impegno in Parlamento. Occorre tenere alta la mobilitazione contro la legge. E soprattutto si deve continuare a smascherare la propaganda che l’ha sostenuta e che purtroppo è penetrata in profondità nel senso comune accademico. Ancora oggi mi sento dire da tante persone in buona fede che la Gelmini introduce la politica del merito. Purtroppo è vero esattamente il contrario. Il merito è solo nella straordinaria capacità del governo di raccontare un falso clamoroso. In tutti i sensi, è il trionfo della Meritocrazia delle Chiacchiere.

Per dimostrarlo ho provato a elencare una serie di fatti relativi sia al disegno di legge sia alla gestione corrente del ministero. Se vi sono errori o eccessi vi prego di correggerli, se vi sono dimenticanze vi prego di integrare le informazioni, se proprio non condividete neppure l’impianto del documento ditemelo sinceramente.

Insomma, vi propongo una sorta di gioco collettivo, una sorta di Wikipedia dello smascheramento mediatico o, se preferite, una sorta di Aufklärung dell’ideologia governativa.

La crisi di un partito senza identità

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 25-09-2010

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(di Giorgio Ruffolo, tratto da Repubblica del 22 settembre 2010).

C´è chi dice che il Partito democratico non c´è più. C´è chi dice che non c´è mai stato. Sulla sua esistenza grava un peccato originale. Pur di non riconoscersi in una identità socialista questo nuovo partito ha scelto un non-luogo politico esponendosi al rischio, puntualmente verificatosi, di costituirsi come congerie di gruppi e progetti disparati. Parlai allora, esprimendo le mie riserve, di salade niçoise. Il fatto è che le identità politiche non si inventano con brillanti improvvisazioni. Sono storia e memoria, non slogan che degradano la politica in pubblicità.
Questa sua condizione di nomade politico si è subito rivelata nella difficoltà di trovare una collocazione politica precisa in Europa e nella pretesa che fossero i partiti socialisti europei a rinunciare alla loro identità in nome di non si sa che cosa.
Ma c´è di più. Il nobile e ambizioso proposito di realizzare la confluenza in una nuova forza politica di due grandi correnti sociali, una sinistra laica e una sinistra cattolica, avrebbe richiesto la elaborazione di un progetto di società come fondamento ideologico del nuovo partito. Il termine ideologia è stato screditato da Marx come «falsa coscienza». E invece, come Bobbio ricorda, deve essere inteso nel suo significato originario, di interpretazione della storia e di ispirazione ideale ed etica della politica. Ora, non si ha neppure la minima traccia, nella breve e tormentata vita del Partito democratico, di un investimento culturale e politico inteso a costruire una ideologia moderna, una proposta di società, un progetto di riforme economiche, istituzionali e sociali capace di concretarla.
Niente di tutto questo. Al suo posto c´è una azione incapace di allargare il nostro spazio politico angusto proponendo temi; un´azione intenta soltanto a contrastare o a emendare le iniziative della parte avversa, restringendo la propria strategia politica alla scelta contingente delle alleanze. Non si discute su che cosa ci si deve impegnare, ma con chi bisogna stare. Ora mi chiedo: c´è da stupirsi se la gente non si appassiona alle vicende del Partito democratico? Se perde consensi e simpatie?
C´è chi dice (come Galli della Loggia) che una delle principali ragioni della crisi del partito democratico sta nella sua incapacità di obbedienza ai capi. E che l´antiberlusconismo farebbe parte di questa sindrome. No, non è così.
I grandi capi socialisti, come Brandt, come Palme, suscitavano deferenza e obbedienza vastissime in virtù delle idee e dei valori che rappresentavano, non di atteggiamenti duceschi e giullareschi, che dovrebbero suggerire non una benevola condiscendenza, come accade in ambienti “liberali”; ma una vera e incontrovertibile condanna.
Ciò che alla sinistra manca non è l´obbedienza, ma la «credenza»: la convinta fiducia nei propri valori, spesso sacrificati all´opportunismo delle convenienze immediate e alle ragioni del potere; e soprattutto la capacità di tradurre quei valori in un concreto progetto di società; e non certo di affidarli a demagoghi rumorosi o a seduttori populisti.

L’inizio delle fini…

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 23-08-2010

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Lo rottura tra Fini e Berlusconi, ufficializzata dalla cacciata dei finiani dal PDL e dalla formazione dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, segna un punto di non ritorno per la politica italiana.

Una fase politica si chiude e non si ha certezza di cosa venga dopo.

La lunga transizione italiana tra Prima e Seconda Repubblica potrebbe vedere in questo evento l’inizio della fine. La nostra “povera patria” non ha ancora visto, infatti, una Seconda Repubblica, ma solo una non conclusa e devastante transizione tra la un prima ed un dopo.

La fase politica che inizia con tangentopoli e con la dichiarazione di voto di Berlusconi per Gianfranco Fini, allora candidato a Sindaco di Roma, sembra ormai andare verso la fine e ne è un segno evidente la nota di Filippo Rossi pubblicata su “Fare Futuro” il 19 agosto 2010.

Sarebbe facile deridere la scoperta dell’illiberalità di Berlusconi e del berlusconismo come “editti, ostracismo, dossieraggio e ricatti” e si potrebbe rimproverare a Fini ed ai Finiani di aver retto il gioco di Berlusconi per 15 anni: appoggiando governi illiberali e leggi ad personam, come la legge Gasparri sulle telecomunicazioni o la Cirielli, oppure proponendo leggi liberticide come la Bossi-Fini. Nello stesso tempo si dovrebbe ricordare la presenza di Gianfranco Fini, allora Vice Premier, al G8 di Genova nel 2001 nella camera di regia che coordinava le forze dell’ordine in una vasta repressione di manifestanti perlopiù pacifici fino ad arrivare a quella che è stata più volte definita la “macelleria messicana” della scuola Diaz.

Lo statuto del PDL. Gramizia n.3

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Comunicazione, Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 01-08-2010

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Proponiamo (dopo una lunga pausa) una Gramizia di Claudio Bellavita accompagnata da una vignetta di Tersite (di Ade Zeno).

Nell’entusiasmo generale per l’energica decisione di cacciare quel traditore di Fini, ai più è sfuggito che nel corso della riunione dell’ufficio di presidenza è anche stato approvato lo statuto del pdl, che nessuno si ricordava se esisteva, ma non abbiamo mica tempo per queste stronzate, tanto i soldi del contributo pubblico ce li danno lo stesso.

Con una certa insistenza, siamo riusciti a ottenerne una copia dalle suore di clausura “Devote Ricamatrici Minzoliniane”, che avevano ritirato il venerabile documento per adornarlo, ma han deciso di fare prima un triduo di adorazione continua.

Ecco il testo:

art 1- Berlusconi ha sempre ragione

art.2- non servono altri articoli, non abbiamo tempo da perdere in chiacchiere

art 3- chi non condivide anche uno solo dei precedenti due articoli verrà cacciato a calci. In casi ritenuti da Berlusconi di particolare gravità, gli spezzeremo le reni, come alla Grecia

art. 4- Chi dice “queste cose le abbiamo già sentite, e si è visto come è andata” è uno sporco comunista e gli deve essere impedito di votare. Appena si leva dai piedi sto rintronato di Napolitano, facciamo un decreto legge e ci mettiamo subito la fiducia.

Fini e il Pd

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 19-04-2010

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di Pietro Folena (tratto da Epolis del 19 aprile 2010)

Eravamo stati fin troppo facili profeti, su queste pagine, a revedere, dopo il voto delle regionali, l’inizio di una fase più complicata nella maggioranza di governo e, forse, nella vita politica del Paese. La vittoria personale di Berlusconi era stata infatti pagata a duro prezzo alla Lega, e il progetto PdL ne era uscito se non ridimensionato, di sicuro ammaccato. La rottura con Fini è la conseguenza diretta di quell’esito: il premier pensa di avere ora la maggior forza possibile per mettere il Presidente della Camera in un angolo. Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà, dopo gli stracci volati in diretta tv tra esponenti PdL delle fazioni contrapposte.

Quello che non avevamo previsto e che ancora appare incomprensibile e surreale è che questa rottura – si vedrà se defintiva o meno – anziché essere salutata da un Pd uscito malconcio dal voto come la conferma della linea che ha portato all’elezione di Bersani e all’ avvio della costruzione di un’alleanza con l’Italia dei Valori, verso il centro con l’Udc e verso sinistra con Vendola – è diventata per Franceschini e per settori della minoranza Pd (con l’esclusione di Fassino, che con intelligenza si è differenziato) l’occasione di una nuova polemica interna. I pasdaran del maggioritario – gli stessi che in nome del presunto bipartitismo hanno consegnato il Paese a una maggioranza bulgara con un solo polo che ha la possibilità di governare molto a lungo – vedono oggi Fini e la sua azione col fumo negli occhi.

Analisi del voto n.2: il centrosinistra.

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 12-04-2010

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di Aldo Garzia (tratto da Left del 2 aprile 2010).

Il centrosinistra esce ammaccato dalle elezioni regionali. Non è stato sufficiente per avviare la riscossa il cambio di leadership nel Pd con Pierluigi Bersani, né la ritrovata alleanza con Emma Bonino nel Lazio e con Nichi Vendola in Puglia. Non si è ripetuto il risultato del 2005, quando proprio la sconfitta del centrodestra nelle regionali accelerò il ritorno, pur effimero, di Romano Prodi al governo nel 2006.

Cosa accadrà nell’opposizione nelle prossime settimane? Vendola e Bonino sono le speranze di chi vorrebbe un nuovo centrosinistra laico e non moderato. Il primo ha vinto in Puglia (non vanno dimenticate le angherie che ha subito), la seconda ha perso ai punti nel Lazio dove ha combattuto come una leonessa guidando un largo schieramento. A loro guardano in molti come possibili protagonisti del rinnovamento. Anche nella manifestazione di piazza del Popolo a Roma, quindici giorni prima delle regionali, era netta la sensazione – per applausi e consenso – che fossero proprio loro la novità: Nichi aveva tenuto la schiena dritta di fronte ai diktat di D’Alema che lo dava perdente, Emma era la militante di tante battaglie civili capace di presentarsi come una leader indiscussa per coerenza e moralità.

IL pd al bivio

Posted by roberto09 | Posted in Politica internazionale, Politica nazionale | Posted on 12-04-2010

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di Pietro Folena (tratto da Epolis del 7 aprile 2010)

Le premesse della discussione che si sta aprendo nel Pd non lasciano presagire conclusioni costruttive.

Sembra che si stia preparando il solito rito post-elettorale in cui la sinistra, con massicce dosi di masochismo, si è impegnata spesso, specialmente in questa lunghissima era berlusconiana. La minoranza annuncia gli stati generali, i popolari fanno rullare i tamburi di guerra, si preparano nuove fondazioni – oramai se ne contano a decine – che, si giura, non sono correnti. Nella discussione democratica non c’è nulla di male. Ma essa, soprattutto quando investe un grande partito popolare, deve avere immediatamente un senso agli occhi degli elettori e dei cittadini. Dev’essere ordinata e propositiva.

Il risultato delle elezioni regionali non è tale da rappresentare per Bersani una disfatta.

Il Pd ha difeso le sue posizioni, e certo – dopo la vicenda Marrazzo – non era facilmente pensabile di riconquistare il Lazio. Ed era impossibile pensare seriamente alla vittoria in Campania e Calabria, dopo le negative prove di governo degli ultimi anni. La Puglia e la Liguria potevano essere perdute, e invece la sinistra ha vinto. Solo la vittoria della Lega in Piemonte suona come un grave e ulteriore arretramento del centrosinistra. Bersani ha quindi ragione nel rispondere ai suoi critici rifiutando ogni drammatizzazione. Ma quello che da lui e dal Pd ci si aspetterebbe è una riflessione culturale più seria e coraggiosa sulla crisi di civiltà che colpisce nel cuore la società italiana.