Alessandro Bulgini. 000- 2014. “HAIRETIKOS-LABIRINTO, DELLE. GEOMETRIE COMPLICATE MIE E DI ANGELO FROGLIA”, FLASHBACK TORINO (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 10-11-2014

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 “Tu, tu rappresenti moltissimo, tu sei il mio referente, tu sei colui con il quale posso comunicare, i nostri lavori, situati vicino dialogheranno. Non hanno bisogno di noi per farlo. È così, checché tu ne pensi…”
Angelo Froglia ad Alessandro Bulgini, Livorno 1992

Il “labirinto” come luogo del pensiero e come spazio metaforico della condizione umana nel mondo, come svilupparsi di stratificate dimensioni di senso, significati e figurazioni; la “casa” come luogo dell’abitare e del pensare e l’“eresia” come cifra della pratica artistica, della dimensione sociale e politica: sono questi i tre elementi che Alessandro Bulgini articola nel suo ultimo lavoro, strutturando geometrie esistenziali e dando vita ad un’opera che è, al contempo, ritorno autobiografico e artistico al passato e risposta alle questioni del presente.“Hairetikos-Labirinto-delle geometrie complicate mie e di Angelo Froglia”, l’opera site specific che Bulgini presenta come progetto speciale all’interno di “Flashback 2014”, è infatti, il tentativo di dare risposta a delle questioni irrisolte del passato e, nello stesso tempo, affermare l’incombenza di una riflessione sulle strategie retoriche attive nel mondo dell’arte e nella società. Questioni solo apparentemente individuali (il rapporto tra Alessandro Bulgini ed Angelo Froglia) ma in realtà collettive (le strategie retoriche, politiche e comunicative attive nell’arte), che si accompagnano al grande rimosso storico che la nostra società ha messo in gioco rispetto al gesto e all’autorialità nel caso delle “vere false teste di Modigliani” ritrovate a Livorno nel 1984. La questione del passato che muove Bulgini è infine questa: come sia possibile che un artista del valore di Froglia sia stato posto ai margini della percezione e del ricordo? Una questione del passato che interroga la contemporaneità: come è possibile che la società e il mondo dell’arte non si interroghino sulle strategie che il potere mette in campo nella pratica e nel sistema dell’arte? Da questo punto di vista, “le complicate geometrie di Bulgini e di Froglia” assumono il valore di una risposta offerta al passato e al presente, mettendo in scena una prospettiva dissacrante e decostruente, che vede nell’arte la possibilità di aprire uno spazio di libertà profondo e accessibile, capace di mettere in discussione quelle che, con Michel Foucault, potremmo definire le “retoriche di verità che ammantano le logiche di potere” che disciplinano la società. In fin dei conti quale motivazione può essere addotta per la damnatio memoriae di Froglia, se non il fatto che con quella premeditata, consapevole e facilmente smascherabile operazione l’artista livornese ha inferto un colpo a tutto il mondo della critica e del sistema dell’arte, che non riuscì a riconoscere un “falso” nato per essere riconosciuto come tale. In quell’operazione “situazionista”, il cui obiettivo era svelare i meccanismi spettacolari della società e dell’arte, il dispositivo comunicativo cui Froglia dà vita assume una propria autonomia: smette di “recitare” il copione da lui scritto e comincia a “parlare” gli attori in campo. A quel punto la presenza di tre studenti universitari burloni e la mediatizzazione del caso rende così eccessivamente reale un’operazione nata per essere smascherante e decostruente e il suo valore decostruttivo non può più essere accettato, quindi deve essere rimosso. Bulgini si trova così a dover fare i conti con quella pratica artistica che lo accomuna all’amico scomparso e nello stesso tempo a dover dare risposte alle domande che la contemporaneità gli pone. Nasce così “Hairetikos-Labirinto” un’opera nata per rendere ragione: della percezione anestetizzata, con cui la maggior parte delle persone esperisce la realtà e lo spazio antropico in cui è immersa, e della volontà di alcuni di esercitare una critica eretica e decostruente rispetto all’ortodossia dominante. Bulgini dà pertanto vita ad un dispositivo spaziale che mette in scena le nostre relazioni con gli altri, con gli spazi di vita e di pensiero in cui l’esistenza umana prende forma. Entrando nel cubo/abitazione, allestito al secondo piano della fiera, si è pertanto repentinamente posti davanti alla banalità della nostra quotidianità, confortevole messa in forma di quelle “retoriche di felicità obbligata” che danno vita ad oggetti di consumo seriali e all’illusione di un confort e di un lusso a buon mercato accessibile a tutti. Le geometrie dell’esistenza sono però complicate e dietro la superficie della realtà sono sedimentati strati di senso e possibilità, che Bulgini indica aprendo delle porte/passaggi segreti posti sul fondo degli armadi, dalle quali si può accendere ad un fondo segreto della realtà: una stanza scura e nascosta, in cui il dialogo tra i due amici/artisti riprende e con esso un complotto decostruttivo e sovversivo delle retoriche di felicità obbligata proposte dalle ideologie dominanti. Nella stanza buia vengono così messe in scena due sedie vuote tra le quali è posta una bottiglia d’acqua e un bicchiere vuoto con cui condividerla e alle pareti due opere che “possono dialogare tra loro nel tempo in assenza dei due artisti”: un quadro nero di Bulgini (“Hairetikos”, 2006) e un manifesto che rappresenta Froglia (Manifesto della mostra sulle sculture di Modigliani, 1984). Bulgini mostra per l’ennesima volta di avere “un gusto del segreto” che, attraverso la potenza evocatrice degli oggetti, mette in scena l’incapacità di vedere di cui è affetta la nostra società, proponendo un elogio dell’eresia ospitato da una casa/labirinto. La ricostruzione di uno spazio antropico esemplare nella sua banalità e quotidianità diviene pertanto metafora di una dimensione labirintica del reale, che nasconde molteplici sensi e possibilità e quindi forme e spazi di libertà.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere.