Claudia Virginia Vitari. “Il corpo in questione. Forme, collassi, mutamenti” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me... | Posted on 13-01-2015

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Locandina studiodieci def.

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 16 gennaio ore 18,00

Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2015, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Il corpo in questione. Forme, collassi e mutamenti” di Claudia Virginia Vitari è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità, attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il settimo appuntamento della rassegna è una personale che, attraverso l’esposizione di sculture, disegni, video, installazioni e bozzetti, propone un percorso nel lavoro plastico e visuale di Claudia Virginia Vitari. Questa giovane artista torinese, dal forte profilo internazionale, indaga i processi di morfogenesi sociale, culturale e politica con particolare attenzione alle dinamiche di inclusione/esclusione, attraverso una ricerca scultoreo-installativa e grafico-visuale che fa dell’interazione tra disegno, scrittura e materiali (vetro, carta, gesso, ferro, in particolare) la cifra specifica della sua poetica. La mostra si presenta, sia come un percorso di carattere retrospettivo – a partire dai cicli storici “Melancholie”, “Percorso Galera” (realizzati dopo una ricerca nell’ospedale psichiatrico di Halle an der Saale in Germania e nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino) e “Le città invisibili Nikosia” (tratto dall’esperienza nella realtà “non istituzionale” Radio Nikosia di Barcellona, le cui attività si ispirano all’ antipsichiatria di Basaglia), sia come una presentazione/anticipazione del futuro ciclo di opere sui migranti e richiedenti asilo, a partire da una ricerca in corso nel mondo dei rifugiati a Berlino. Attraverso la presentazione in mostra di una selezione di “cubi” e “teche”, di un video prodotto per un contesto museale spagnolo, 3 opere inedite su carta cinese di grandi dimensioni, i bozzetti preparatori del nuovo ciclo sui richiedenti asilo e installazioni site specific di disegni di piccole dimensioni, la mostra intende mettere in evidenza il filo rosso della produzione dell’artista: la centralità del corpo, la sua figurazione e la relazione tra rappresentazione, retoriche socio-politiche e pratiche disciplinanti. Nei lavori dell’artista il mutare dei corpi e della loro rappresentazione si accompagna alla scritturalità biografica dei soggetti rappresentati nel tentativo di congelare visivamente quelli che la nostra società potrebbe considerare “eventi catastrofici” ovvero il collasso della dimensione psichica, le migrazioni dovute all’instabilità geopolitica oppure all’infrangersi dell’ordine sociale. Vi è la consapevolezza, da parte della Vitari, che le dinamiche socio-politiche e identitarie si basino su equilibri instabili e precari e che la loro rottura produca nuove condizioni e collocazioni socio-individuali, spesso determinate dalle narrative che accompagnano i ruoli sociali e i canoni di vita buona e giusta.  Per questi motivi le opere dell’artista mettono in scena una figurazione tesa a rendere ragione della “messa in forma dell’umano” da parte delle “istituzioni totali” e delle dinamiche di potere che pervadono la società. La corporeità e la sua rappresentazione assumono pertanto il valore di dispositivi di senso e significazione atti a smascherare, in modo poetico ed allusivo, l’azione delle pratiche bio-politiche capaci di produrre forme di umanità e disumanità socialmente determinate, accettate e perseguite. Il corpo, in questa prospettiva, è il luogo e il sostrato semiotico, in cui si manifestano le pratiche di disciplinamento antropo-politico, in cui si iscrivono criteri e canoni di vita giusta e di inclusione/esclusione promossi, veicolati e imposti dalle tassonomie socio-politiche e culturali. La rappresentazione dei “corpi individuali” diventa in questo modo specchio e figura dei “corpi sociali” in un processo bi-univoco tra singolarità e generalità, che fa della deformazione o figurazione rappresentativa un elemento di indagine, critica e produzione artistica intorno ai “modelli” e alla “retoriche di umanità”.  Il disegno e la ricerca sui materiali si integrano, pertanto, con la resa scritturale dei “discorsi” tratti dalla letteratura scientifica, dall’epica o dalle testimonianze autobiografiche dei soggetti ritratti, articolando un dispositivo artistico capace di parlare di umanità e disumanità, dei canoni e criteri, attraverso cui questi due concetti vengono determinati, accettati e promossi. La morfogenesi sociale dell’umano, in questa prospettiva, viene resa visibile dalle pratiche di figurazione, attraverso le quali l’artista può rendere ragione della percezione del sé individuale e collettivo in relazione alle istituzioni o alle norme sociali o al collasso psichico o alla condizione di esclusione e marginalità sociale, di cui il migrante quanto il carcerato o il folle sono portatori. Le “istituzioni totali”, siano esse il carcere, il manicomio o i centri d’accoglienza, diventano, quindi, un campo di ricerca nel quale muovere analisi e pratica artistica, al fine di portare alla luce le narrative e le costrizioni linguistiche e materiali messe in campo dalla società, per organizzare in modo bio-politico se stessa. È convinzione della Vitari che la costruzione dell’identità risponda sempre a dinamiche di disciplinamento, a pratiche istituzionali, comunicative e simboliche che Foucault definirebbe “microfisiche del potere”, e che queste dinamiche diventino evidenti nei processi di esclusione/marginalizzazione operati dal discorso della reclusione, della medicalizzazione, della psichiatra o della gestione delle migrazioni e dei profughi. La rappresentazione diventa quindi lo strumento per materializzare l’equilibrio dinamico, attraverso il quale le narrative antropologiche operano sui corpi degli umani collocandoli all’interno di catalogazioni socio-scientifiche dal valore politico. Il percorso espositivo mette, quindi, in scena porzioni di umanità (i volti), che emergono dai “cubi” o dalle “carte cinesi”, come fossero orme, tracce, su cui sono serigrafate le storie individuali dei soggetti, o che dialogano con la scrittura sulle “vetrine”, dando forma ad affabulazioni figurali (scrittura, parola, ritratti) su cui sono impressi i testi di autori come Goffman, Kafka, Foucault o scritti epici come l’Epopea di Gilgamesh.

La logica della catalogazione socio-scientifica e normativo-politica, in quest’ottica, viene “ri-articolata” dall’artista, come direbbe Stuart Hall, in modo che gli stessi argomenti (le citazioni scientifiche, letterarie, le auto-narrazioni dei pazienti o dei carcerati, dei profughi…) legittimanti la marginalizzazione possano diventare elementi di una narrazione sull’individualità, e sul valore e la dignità della persona. Attraverso le sue installazioni Claudia impone pertanto un nuovo “ordine del discorso”, che forza i margini delle pratiche istituzionali e rimette al centro dell’attenzione l’umanità violata, ferita, restituendo parola e dignità alla marginalità che le “retoriche di verità” tendono a presentare come pericolosa, non autosufficiente, criminale… La scelta dei materiali e la pratica della grafica figurativa e scritturale permettono all’artista di mettere in  evidenza quei margini simbolici e fisici che separano inclusione ed esclusione: i cubi  e le cornici in ferro delle vetrine diventano metafora dei vincoli posti dalle “istituzioni totali”; il vetro e la resina, materiali diafani e trasparenti, assumono il valore di una lente con cui meglio osservare l’umanità marginalizzata e nello stesso tempo producono una distanza gelatinosa, che fa percepire le distanze sociali tra “normalità” e “anormalità” e il distacco culturalmente organizzato verso gli esclusi; mentre la serigrafia rende visibile la pratica disciplinante che i discorsi egemoni producono, imponendo “regimi di verità” con cui legittimare l’esclusione e la marginalizzazione. Tutto questo lavoro si accompagna ad una leggerezza e a una maestria del disegno, capace di donare un alone poeticamente fluttuante alle opere. L’artista riesce, in questo modo, a dare vita a opere dal forte impatto che integrano un lavoro sui corpi, prevalentemente sui volti, con un disegno dal tratto raffinato e leggero, che viene fatto dialogare con una scritturalità scientifica, normativa o letteraria e collocato in cubi o teche di ferro, vetro, in cui i supporti della grafica e della scrittura (carta, vetro..) si contrappongono alla pesantezza dei materiali contenitivi in un gioco di pesantezza-leggerezza, che si presenta come emblema della transitorietà delle collocazioni e forme sociali.

 

 

 

Claudia Virginia Vitari | è nata in Italia, a Torino nel 1978.  Si è laureata nel 2004 ad Halle an der Saale, in Germania, presso l’Università di Arte e Design Burg Giebichenstein in pittura e grafica con il Prof. Ulrich Reimkasten. Successimamente ha seguito vari workshop sulla lavorazione del vetro in Germania, Spagna e Norvegia.  Il suo lavoro si incentra sullo studio della relazione tra l’individuo e la società e, in particolare, i suoi ultimi progetti artistici si basano su un’analisi artistica delle istituzioni totalitarie attraverso una documentazione grafica che invita ad un confronto tra singole storie personali e analisi delle istituzioni, viste in quanto parte integrante e specchio della società.   PERCORSOGALERA (2007-2009) è stato realizzato a Torino in collaborazione con l’Istituto penitenziario “Lorussoe Cutugno”. Le città invisibili (2009-2011) è invece nato a Barcellona in collaborazione con la Associazione Culturale “Radio Nikosia” e la sponsorizzazione di Derix Glas Studios (Germania). Entrambi i progetti hanno ricevuto il contributo di “Regione Piemonte”.  L’artista è rappresentata dalla galleria “Berlin Art Projects” con sede a Berlino e Istanbul e da Raffaella De Chirico Arte Contemporanea a Torino. Attualmente vive e opera tra Torino, Barcellona e Berlino. Ha esposto in mostre personali e collettive in Germania, Italia e Spagna.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

Claudia Virginia Vitari. “Il corpo in questione. Forme, collassi, mutamenti” (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Dove sono - Appuntamenti, Eventi | Posted on 05-01-2015

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Locandina studiodieci def.

Inaugurazione venerdì 16 gennaio

Claudia Virginia Vitari

“Il corpo in questione. Forme, collassi, mutamenti”

A cura di Roberto Mastroianni per studiodieci

Rassegna KatastrofèLa crisi e le sue forme

 

Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2015

Inaugurazione venerdì 16 ore 18.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Studodieci/not for profit/citygallery/VC

Via Galileo Ferraris 98- 13100 Vercelli

www.studiodieci.org

guardiania a cura dell’ANFFAS di Vercelli

spazio senza barriere architettoniche

PRIMA CHE IL GALLO CANTI di Margherita Levo Rosenberg (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 22-11-2014

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invito

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a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 21 novembre 2014 ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

Prima che il gallo canti

 

Astratta come l’aria

la poesia di un giorno

arresa al pugno zeppo di diamanti

luccicanti nel sole

prima che il gallo canti

la prima volta

Margherita Levo Rosenberg, 2006

“Prima che il gallo canti” di Margherita Levo Rosenberg è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il sesto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva antologica del lavoro di Margherita Levo Rosenberg: artista e psichiatra genovese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sul linguaggio e il riciclo/riuso di materiali organici e inorganici e una ricerca sul nesso tra espressione, percezione e materialità nell’articolazione oggettuale del mondo.  L’utilizzo dei materiali e l’incorporazione dei giochi linguistici quotidiani nelle opere, spesso presentate in una serialità dalle minime alterazioni di forme, materiali e concetti, porta all’attenzione le dinamiche strutturali di una realtà solo apparentemente stabile e in precario equilibrio. Tutta la ricerca di Levo Rosenberg è imperniata sul tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, linguaggio-realtà, idealità-materialità, restituendo artisticamente i dispositivi linguistici che presiedono alla morfogenesi del reale.

“Prima che il gallo canti” è il titolo che questa retrospettiva mutua dalla narrazione evangelica, con un chiaro riferimento al tradimento di Pietro tratto dal verso di una poesia scritta dalla Rosenberg nel 2006, che si presenta come metafora di un’età dell’innocenza, che lo sguardo e la tonalità affettiva della pratica artistica tentano continuamente di ri-attualizzare. Una metafora che parla di quel tradimento di noi stessi e delle nostre intime vocazioni e aspirazioni, che la nostra quotidianità e la nostra crescita psico-fisica rinnegano precocemente (metaforicamente “prima del primo canto del gallo di cui abbiamo coscienza”), è che, in questa prospettiva, indica la possibilità di tornare alla sorgente di stupore e meraviglia, cui l’arte tenta di attingere tutte le volte che l’artista genovese cerca di rendere ragione del rapporto dell’uomo con il mondo. Fin dagli anni ’90 del secolo scorso, Margherita Levo Rosenberg ha infatti indirizzato la sua ricerca e sperimentazione artistica verso la messa in forma del rapporto tra la cosalità oggettiva della realtà e la percezione, interpretazione, comunicazione degli effetti di senso che gli esseri umani attribuiscono alle cose, attraverso un lavorio ermeneutico e produttivo. Per l’artista genovese l’arte si occupa, pertanto, “sempre e soltanto” della realtà, che si presenta come mutevole in base al sentire e interpretare dell’essere umano in generale e del fruitore dell’opera in particolare, ed è proprio di questo mutamento percettivo e della sua interpretazione che la Levo Rosenberg tenta di rendere ragione, restituendo al contempo la dimensione di quel senso di stupore, spesso rimosso, che gli esseri umani provano tutte le volte che si trovano per la prima volta innanzi allo spettacolo della natura o della cultura. In quest’ottica, la pratica artistica è una specie di reality test, che Margherita conduce sul mondo, sulle sue forme in relazione allo spazio e all’organizzazione grammaticale del reale, in vista di una ri-produzione laboratoriale delle dinamiche che danno forma alle cose, che le rendono percettibili, comprensibili e comunicabili.  Il risultato del test è evidente: tra le “cose”, la loro “rappresentazione produttiva” (che permette agli esseri umani di prendere e assumere la datità come realtà dopo averla interpretata e maneggiata), la loro “ri-produzione artistica” e la percezione/comprensione si instaura sempre una dinamica comunicativa, che è soggetta ad “opportuna” o “aberrante” decodifica e interpretazione.  In altre parole la realtà, nella sua verità e fisicità, è sempre innanzi agli esseri umani che la mettono in forma attraverso processi di natura sensoriale e linguistico-discorsiva; l’incomprensibilità del reale a questo punto è solo una questione di corretta comunicazione, spesso inficiata da pregiudizi, errori, incapacità etc., che tocca all’artista ripristinare, attraverso un lavoro sulle forme e la loro organizzazione interna. Per questi motivi sin dai primi anni ‘90 Margherita Levo Rosenberg ha indirizzato la sua ricerca sull’indagine delle possibilità espressive di materiali extra-pittorici, capaci di restituire la concretezza e l’ambiguità delle cose e delle nostre rappresentazioni di esse, integrando prospettive teoriche e sperimentazione artistica in una ricerca decostruttiva e critica e priva di stereotipi e cliché ideologici.  Da questo punto di vista, la pratica di Levo Rosenberg ha evitato di “tradire se stessa prima che il gallo cantasse”, rifiutando mode e soluzioni semplicistiche ed esplorando in modo coerente la propria vocazione, le strutture e le dinamiche che mettono in forma la relazione tra l’uomo e il mondo. Le opere di Margherita diventano così portatrici di una sensibilità che vuole indicare un differente modo di relazionarsi allo spazio e agli oggetti, che emergono da esso e in esso, suggerendo possibilità interpretative rafforzate da un lavoro sul linguaggio e sulle strutture percettive del soggetto. Nei lavori dell’artista si mischia infatti una sperimentazione nell’uso di materiali eterogenei, attenta ad un’armonia formale che pone in equilibrio elementi poveri o naturali (legno, plastica, elementi di recupero) con una concettualizzazione formale, spesso espressa nella titolazione delle opere e finalizzata ad esprimere la complessità del presente, il superamento dei quotidiani vincoli e giochi linguistici, delle convenzioni e degli stessi limiti materiali.

Le opere contengo, inoltre, possibili indicazioni di lettura come nel ciclo “La pipa di Magritte” o in “Ultimo pomodoro”, “Quadri, quadrati a quadretti” oppure in “Concetto-oggetto”, che si presentano come tracce da seguire nella fruizione e grimaldelli per scardinare una lettura ingenua del testo visuale, permettendo allo spettatore di accedere ad una dimensione distonica dell’opera che mette in questione la resa ingenua della rappresentazione e della percezione delle cose. Questo è possibile è in quanto tutte le opere di Levo Rosenberg sono il frutto di un’interazione tra asserzioni concettuali e prassi operative, che mettono in luce la densità del pensiero e dell’interpretazione che determina sempre la messa in forma del reale. La relazione soggettività-oggettività e quella percezione-comprensione diventano pertanto il centro della messa in forma delle opere, e vengono affrontate con la consapevolezza che il percepire e l’esprimere sono grammaticalmente organizzati e che questa organizzazione possa essere messa in discussione, attraverso dei cortocircuiti visivi che ne portino a galla il carattere “artificioso”, nel senso di costruito nell’interazione tra percepire, interpretare e pensare.

Erede in una solida cultura contadina, l’artista è cosciente che la materialità sia un valore da preservare e che le cose stesse siano nella loro materialità dense di senso e significato, per questo motivo la pratica dell’accumulo degli scarti organici o inorganici (rami secchi, pellicole di plastica…), di oggetti di uso comune (spilli, pezzi di filo…) o prodotti industriali (ex. le lastre per radiografie) è propedeutico ad un riuso e riciclo dei materiali che dona ad essi una seconda vita simbolica, capace di creare giochi  espressivi, che si presentano come dispositivi di senso e che parlano della realtà alludendola. In questa pratica risiede una vocazione alla “misurazione del reale”, alla sua scomposizione nelle forme prime e a una sua restituzione in nuove conformazioni, che si presenta come scelta teorica e operativa, estetica ed etica. Non solo il mondo viene scomposto in forme elementari, per esempio triangoli, sfere, quadrati…, che vengono successivamente riarticolate in installazioni oggettuali, ma anche gli oggetti ormai privi di funzione e valore vengono ri-utilizzati in una mappatura del mondo che produce oggetti dal forte impatto simbolico e dalla forte materialità, (ex. l’opera “Madre di Vento”, 2013). Questi presupposti etici ed estetici non impediscono però alla Levo Rosenberg di dare vita ad installazioni dal forte carattere ironico e pop (ex. “Idea del cavolo”, 2001) che aggiungono un gusto dissacrante e leggero a questa pratica di decostruzione e ricostruzione del mondo, operata attraverso la concettualizzazione e la ri-articolazione di elementi di riciclo trasformati in strisce, triangoli, coni, sfere che diventano i “tasselli” di nuove configurazioni visuali.

Nella storia artistica di Margherita vi è, insomma, un’attenzione alla realtà e alle sue configurazioni, alla morfogenesi dei fenomeni, che vede nell’emergere delle forme e nel loro significato una stabilizzazione di processi costruttivi e decostruttivi. Anche il materiale di elezione utilizzato (le pellicole radiografiche) racconta di una volontà di mettere a nudo la realtà nelle sue strutture profonde, fissandole in rappresentazioni che parlano della loro impermanenza e che alludono al continuo trasformarsi delle cose in relazione con lo spazio e gli esseri umani. Le installazioni di Levo Rosenberg si presentano quindi come oggetti dalla grande forza evocativa, in grado di costruire un sottile e armonico equilibrio tra l’interiorità e l’esperienza della realtà fenomenica, tra figurazione geometrica e suggestione mimetica, tra materialità e concettualità.

 

 

 

 

 Margherita Levo Rosenberg | è psichiatra ed arte terapeuta. 
Dai primissimi anni novanta la pratica artistica diventa elemento vitale, si arricchisce di nuova consapevolezza, con le esperienze delle ricerche psicologiche sulla creatività, la formazione e la pratica psicoterapeutica attraverso il linguaggio visuale. 
Nel 1992 fonda il gruppo Pandeia e declina il proprio stile come cifra del procedere cognitivo, espressione della continuità dei processi di pensiero indipendentemente dall’esito formale dell’opera. 
Dal 1996 fa parte dell’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata del progetto “artismo”, ha curato eventi espositivi approfondendo studi e ricerche sulla creatività e sulle applicazioni psicoterapeutiche del linguaggio visivo. 
Su questi temi ha relazionato a congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. 
Opere in collezioni private e museali. 
Vive e lavora a Genova.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

Margherita Levo Rosenberg. “Prima che il gallo canti”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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invito

Personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

Inaugurazione Venerdì 21 novembre ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 dicembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. “Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 10-11-2014

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bi-personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 7 novembre ore 18,00

Dal 8 al 16 novembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” è una bi-personale di Carla Crosio e Fiorenzo Rosso inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il quinto appuntamento della rassegna propone una bi-personale/dialogo tra Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. I due artisti vercellesi, tra i fondatori nel 1971 di StudioDieciArtCityGallery,  indagano i processi di morfogenesi del reale, attraverso una ricerca fotografico-installativa (Fiorenzo Rosso) e una scultorea (Carla Crosio), con le quali cercano di rendere ragione: delle trasformazioni della materia organica e inorganica sotto la spinta del consumo, del dispendio delle energie e della temporalità, in una prospettiva di “anteriorità” quasi musealizzante (Crosio), e della capacità della visione di creare “spazi immaginari”, articolando gli elementi oggettivi e soggettivi attraverso il regime informante dello sguardo (Rosso). Entrambi gli artisti sono interessati alla emersione sociale, immaginaria e antropologica di un mondo condiviso, prodotto da elementi naturali in relazione alla temporalità, alla presenza umana, alla sua attività oggettivante e alla costruzione simbolica di un mondo condiviso.

La selezione delle opere interagisce nello spazio della galleria proponendo un dialogo tra impostazioni, sperimentazioni e ricerche contrapposte, ma integrate e complementari. Da una parte, la ricerca sulle “macchine della visione”, che mettono in scena con un linguaggio analogico elementi naturali ricostruiti ed articolati poeticamente nella loro interazione con il regime dello sguardo, con la percezione e le strutture narrative della coscienza, dell’identità-alterità e della memoria (Rosso). Dall’altra, la ricerca scultorea e installativa (Crosio), che mette in scena il fluire di forme organiche e inorganiche alternando un immaginario post-human tragico, viscerale, violento e nello stesso tempo a tratti pop-ironico.

Il dialogo tra i due artisti articola pertanto i temi della percezione, il regime della tattilità e dello sguardo, e dell’immaginario socialmente costruito e condiviso, attraverso narrazioni dal valore iconografico, capaci di mettere in scena il nostro immaginario contemporaneo, individuale e collettivo, sia nella sua poeticità, sia nella sua profonda conflittualità e contraddittorietà.

 

Carla Crosio

Nelle sculture di Carla Crosio prende forma una riflessione sull’identità/alterità, il divenire e la stabilità delle forme e la loro possibile trasformazione, in esse la centralità del corpo nella sua vulnerabilità e come portatore di genere, cultura e precarietà esistenziale diventa lo strumento per mettere in relazione il tempo, lo spazio e l’identità con il loro mutamento. La materia viene messa in forma dall’artista con una profonda attenzione alla sua organicità, creando un universo referenziale dove i materiali (argilla, legno, plastica, vetro, silicone…) diventano elementi di una grammatica generativa e trasformativa che parla del vissuto delle cose, del loro deperire, decadere e trasformarsi. In questo modo le opere indagano la vita, le sua logica globale e il suo ciclo vitale di crescita, compimento, e degenerazione, portando alla luce l’elemento perturbante della meccanicità naturale e della sua interazione con il libero arbitrio, che spesso si fa portatore di un impulso di distruzione e di una volontà di morte. La poetica dell’artista, impregnata di elementi post-human, esprime un interesse profondo per le dinamiche naturali, che vengono ricostruite e portate a figurazione scultorea, presentando porzioni di realtà e la logica strutturale della nostra relazione con il mondo. L’artista è consapevole che il reale è formato da “eventi catastrofici”, che presiedono il naturale evolversi delle cose, che si accompagnano a forme di lacerazione e rottura fisica, emotiva e simbolica, che sono sempre preludio a nuove forme e configurazioni della realtà. In questa mostra l’effetto conturbante della rappresentazione viene ottenuto attraverso la messa nello spazio di un dispositivo semiotico capace di mostrare “l’anteriorità del futuro”, in special modo attraverso un’installazione di “teche”, in cui elementi e dinamiche esemplari della strutturale dinamica delle cose vengono fissati e in qualche modo musealizzati. La “teche” sono infatti un dispositivo che permette di articolare in modo metonimico e metaforico degli elementi di uso comune (ex. cavi elettrici o scarpe da donna), in una logica di riuso e riciclo dei materiali, con prodotti di consumo o oggetti ludici (ex la bambola o i soldatini) o materiali inorganici dal forte impatto immaginifico, in modo da dare vita a delle istantanee installative di porzioni del nostro immaginario contemporaneo. Il fine è quello di fissare le trasformazioni della realtà e della nostra società in piccole narrazioni iconografiche dal forte impatto simbolico.

 

Fiorenzo Rosso

Le “macchine per la visione” di Fiorenzo Rosso sono installazioni visuali che, attraverso la ricostruzione di dispositivi ottici appartenenti alla storia della fotografia, mettono in relazione visione, percezione e rappresentazioni di elementi narrativi tratti dalla storia della letteratura o dalla natura (ex. mele, fiori, porzioni di territorio…), al fine di ricreare porzioni del nostro immaginario collettivo o individuale. Le “macchine” in mostra articolano pertanto un’interazione tra le tecniche antiche della fotografia e del cinema ed elementi naturali o culturali, che vengono restituiti, attraverso un linguaggio analogico in modo da dare vita ad atmosfere malinconiche ed emblematiche di un rapporto dell’uomo con il proprio panorama mentale, storico e culturale. Lo sguardo dello spettatore viene in questo modo proiettato in un ambiente immersivo che riproduce porzioni di mondo, interrogandosi sulle modalità con le quali il regime del vedere ritaglia e articola elementi organici e inorganici, naturali e culturali, facendo delle cose un articolato universo di senso. L’interesse di Rosso è quello di restituire le logiche che presiedono alla costruzione degli spazi antropici, portando a rappresentazione le modalità che fissano in un orizzonte condiviso gli elementi che danno forma al nostro mondo e le loro trasformazioni. L’interesse per la messa in forma del reale porta l’artista ad interrogarsi sugli spazi, intesi come “contenitori” in cui e da cui le cose possono emergere, articolandosi in una narrazione complessiva, che sempre unisce il tratto immaginario ed immaginifico con gli elementi materiali e naturali. La sensazione è quella di un “doppio filtro” che instaura una distanza tra “osservato” ed “elementi osservati”,  un filtro capace di donare poeticità e in qualche modo musealità agli spazi di esistenza ed emersione dell’umano e del mondo in relazione alla storia e alla nostra grammatica del vedere.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. 

Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. “Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 10-11-2014

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Inaugurazione venerdì 7 novembre

Carla Crosio e Fiorenzo Rosso

“Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario”

A cura di Roberto Mastroianni per studiodieci

Rassegna KatastrofèLa crisi e le sue forme

 

Dal 7 al 16 novembre 2014

Inaugurazione venerdì 7 ore 18.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Studodieci/not for profit/citygallery/VC

Via Galileo Ferraris 98- 13100 Vercelli

www.studiodieci.org

guardiania a cura dell’ANFFAS di Vercelli

spazio senza barriere architettoniche

 

Tea Taramino. “Sulla soglia”. Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014 (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 02-10-2014

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tea sulla soglia studio dieci

Sulla Soglia. Sculture e installazioni (2004-2014)

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 3 ottobre ore 18,00

Dal 4 ottobre al 26 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

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“Sulla Soglia. Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014” di Tea Taramino è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il quarto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva (2004-2014) del lavoro di Tea Taramino: artista torinese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sui materiali organici e inorganici e una ricerca sulla loro trasformazione in una serialità di forme solo apparentemente stabili e in precario equilibrio, nel tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, equilibrio-instabilità, differenza-ripetizione, logiche del vivente e della relazione.

 

“Tutto merita un secondo sguardo” e “tutto merita una seconda possibilità”, direbbe Tea Taramino. Tutto merita un “secondo sguardo”, che vada oltre la superficialità, che sia capace di far emergere la logica profonda delle cose, l’arbitrarietà mutante e vivente delle configurazioni del reale.  Uno “sguardo” che assume il valore della “cura”, per l’organico come per l’inorganico, garantendo una seconda possibilità agli oggetti, come alle persone e agli elementi naturali. In questo modo le cose tornano a nuova vita, vengono scomposte nei propri elementi primi e rientrano in un gioco di riciclo, riuso e interazione che permette loro di diventare materiale per nuove configurazioni oggettuali di senso. Il “secondo sguardo” di Tea è un’attitudine spirituale che diventa operativa: è la capacità di andare oltre le apparenze e creare una relazione produttiva con le cose e le persone, dando forma a sculture e installazioni dalla forte valenza simbolica.

Rispetto e riguardo sono un’attitudine spontanea per un’artista come Tea che ha sperimentato la “pratica dell’arte vivente”, attraverso un’esperienza pluriennale maturata all’interno del progetto del PAV/Parco Arte Vivente di Torino, e in quella “dell’arte relazionale”, vissuta – in rapporto con la disabilità fisica e psichica o la marginalità sociale – come educatrice e conduttrice dell’atelier e archivio storico La Galleria, Circoscrizione 8 e come curatrice della manifestazione internazionale Arte Plurale e dello spazio InGenio Arte Contemporanea della Città di Torino: luoghi e progetti in cui l’arte diventa forma di integrazione e valorizzazione delle differenze.

Nelle opere e nella pratica dell’artista si ritrova un’attenzione per le piccole cose che compongono il reale e per le infinite possibilità che esse racchiudono, sempre nel tentativo di dare ad esse nuova forma e nuova vita. Che si tratti dei fiori o delle argille, della carta o dei gesti del pubblico, tutti gli elementi su cui si poggia lo sguardo e la mano dell’artista vengono riarticolati in nuova oggettualità attenta alla logica interna degli stessi elementi. Siamo infatti di fronte a una pratica artistica che tenta di vedere e ascoltare le dinamiche profonde delle cose, di seguire le venature della materia e dare spazio alle spontanee trasformazioni che la vita porta con sé: si tratti, ad esempio, di restituire nuova vita a fiori secchi o argilla, che mescolati danno forma a “terre crude” e che continuano a vivere e trasformarsi (le “Terremadri”,  2004-14), cambiando colore, densità e ospitando al proprio interno la vita di micro-organismi (ex. le muffe) e subendo trasformazioni bio-chimiche (ex. ossidazioni) oppure di installazioni relazionali che, all’insegna del riciclo e riuso, trasformano vecchia carta da recupero in origami tridimensionali che necessitano del respiro del pubblico per assumere nuova configurazione (“Prestami il tuo respiro”, 2014).

Come artista, curatrice, educatrice e progettista culturale del lavoro artistico della Divisione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie della Città di Torino, Tea Taramino ha maturato un’esperienza pratica nell’organizzazione e umana nella relazione che, unita alla sua competenza tecnica di artista di vecchia scuola, incontra il regime dello sguardo e la gestualità dando vita a opere che, “vivendo una propria esistenza”, si presentano come metafore oggettuali della dinamica strutturale del reale. In questa mostra, le cui opere sono presentate nella loro totalità come interventi installativi site specific, vengono messi in scena lavori che sono il frutto di questa dimensione di “attenzione” e “relazione” frutto di una doppia spinta di “controllo” e “abbandono”, cui la materia è sottoposta nel processo creativo. Da una parte il desiderio di forma, la volontà di controllare la materia e le sue reazioni nella sua trasformazione in opera; dall’altra, la capacità di abbandonare la materia a se stessa, permettendo ad essa di seguire le proprie strutturali trasformazioni e continuare a vivere e mutare, trasformandosi in forma vivente. L’equilibrio prodotto da questa doppia spinta porta l’artista ad individuare il confine labile in cui le cose si trasformano e assumono una forma apparentemente stabile: è quello il momento in cui la morfogenesi del reale dà vita ad una serialità di cose e situazioni che nella loro similarità si presentano come sempre differenti e che Tea porta a rappresentazione. Nel momento in cui l’equilibrio precario delle forme compare e diventa intellegibile per l’artista lei diventa cosciente della loro precarietà e scatta una pulsione conservativa, che porta Tea ad assumere il ruolo di “imbalsamatrice delle forme”, che vengono da lei portate a rappresentazione come dispositivi di senso e significato dall’altro valore simbolico. L’artista è infatti consapevole che gli elementi materici (l’argilla, i fiori, l’acqua e il colore…) subiscono sempre la “catastrofe” di una trasformazione, da cui emergono nuove forme, che nella ripetizione seriale si presentano come stabili, ma che si preparano sempre con piccoli mutamenti a nuove trasformazioni. In quello spazio tra il nuovo che già diventa vecchio, tra la materia che prende forma e tra la forma che torna materia si pone il gesto di antica sapienza manuale ed artistica di Tea ovvero il tentativo di “imbalsamazione” delle cose in manufatti artistici. In questo modo i fiori secchi e le terre vengono “conservate” in sfere e coni, che fissano in una forma pura e simbolicamente densa i processi di decomposizione e trasformazione della materia oppure i movimenti imprevedibili dell’acqua e gli inchiostri, vengono fissati con la tecnica del Suminagashi, sulla carta velina giapponese e fissati da elementi metallici – quale sorta di ulteriore scivolamento di piano e d’accento sulla precarietà della vita umana – per diventare un’ installazione muraria (“Si possiede solo ciò che non si può perdere in un naufragio”, 2014), capace di portare a rappresentazione il valore politico e sociale oltre che fisico e morfogenetico del mutamento del reale.

L’indagine di Taramino si concentra pertanto in questa retrospettiva sul concetto di “soglia” ovvero in quel confine mobile e fluttuante in cui la materia e le forme sembrano cristallizzarsi in una stabilità apparente che però è in continua trasformazione. La “soglia” è lo spazio in cui le forme si rapprendono dopo quelli che René Thom definirebbe “eventi catastrofici” ovvero “repentini mutamenti di stato”, che danno vita a nuove forme, distruggendo le precedenti. Questo spazio liminale viene portato a rappresentazione dall’artista nel contrasto tra il “desiderio di forma e mantenimento” e il flusso naturale delle cose, in un’attività che produce opere, materia manipolata, che continuamente fanno riferimento ad un immaginario collettivo ed individuale, che contiene forme del passato proiettate nel futuro (Cfr. “Quali certezze? Il futuro è immaginario”, 2013). È questo il modo per fissare le trasformazioni del reale in una simbolica potente, che prende la materia e l’articola attraverso una grammatica e una semantica antica, capace di rappresentare in modo inedito antiche contrapposizioni tra gli elementi naturali e tra il flusso e la struttura come nell’unione della simbolica del fuoco e dell’acqua, che dà vita ad una grande installazione di pesci di materiale metallico scurito capaci di ospitare il fuoco della materia in trasformazione (“Il mare brucia”, 2014). Tea sa che la natura contiene al suo interno una logica di emersione della realtà, che le continue trasformazioni cui sono sottoposte le cose rispondono alla legge della frattura e ricomposizione delle forme e sa che la realtà contiene il germe del cambiamento, anche sociale e politico non solo fisico, e che il comparire delle cose è come il sorgere di idee, corpi, stelle e che le cose nascono piccole e sono soggette a continui ed impercettibili mutamenti di stato, che ad un certo punto diventano così imponenti da dare vita a nuovi oggetti, nuove realtà fisiche, sociali, politiche o umane… In questa dinamica di trasformazione del mondo e della realtà si presentano i germogli di nuove forme, che forse potrebbero rendere migliore il nostro mondo. Davanti a questa consapevolezza scatta di nuovo il meccanismo della cura e si interseca con la pulsione dell’imbalsamatrice, per questo motivo lei prende in mano ciò che il suo “secondo sguardo” vede nella profondità delle cose e dà vita a degli spazi protettivi per quelle “scintille di vita”, che prima o poi supereranno il “punto catastrofico” diventando nuove realtà. Lei lo sa e nel frattempo se ne prende cura e crea per esse (idee, progetti…), che sembrano delle stelle nascenti, delle piccole abitazioni che le proteggano nella loro crescita (“Abitazioni per stelle nascenti”, 2014).

Tea Taramino. “Sulla soglia”. Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014 (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti, Eventi | Posted on 01-10-2014

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tea sulla soglia studio dieci

Inaugurazione venerdì 3 ottobre

 

TEA TARAMINO. “SULLA SOGLIA”

Sculture e installazioni. Una selezione dal 2004 al 2014

A cura di Roberto Mastroianni per studiodieci

Rassegna KatastrofèLa crisi e le sue forme

 

Dal 3 al 26 ottobre 2014

Inaugurazione venerdì 3 ore 18.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Studodieci/not for profit/citygallery/VC

Via Galileo Ferraris 98- 13100 Vercelli

www.studiodieci.org

guardiania a cura dell’ANFFAS di Vercelli

spazio senza barriere architettoniche

è possibile toccare alcune opere 

“Pietro Reviglio/Eleonora Roaro. Instabilità, equilibrio ed Infinito” (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti | Posted on 11-05-2014

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Pietro Reviglio/Eleonora Roaro
Instabilità, equilibrio ed Infinito
a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 2 maggio ore 18,00
Dal 3 maggio al 18 maggio 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00
studiodieci/not for profit/citygallery/Vc
Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

“Instabilità, equilibrio ed Infinito. Forma, ripetizione, differenza e movimento” di Pietro Reviglio ed Eleonora Roaro è una bi-personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.
Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati saranno chiamati a confrontarsi con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

Il secondo appuntamento della rassegna propone un dialogo tra due artisti visivi che indagano la morfogenesi e le dinamiche del reale attraverso una ricerca video, fotografica ed video-installativa, che cerca di rendere ragione del rapporto tra immagine-percezione, staticità-movimento, equilibrio-instabilità, differenza-ripetizione.

La selezione di opere dei due artisti interagisce nello spazio della galleria proponendo un dialogo tra impostazioni, sperimentazioni e ricerche contrapposte, ma integrate e complementari: da una parte, la ricerca fotografica sulle meccaniche fisiche, il tempo, lo spazio e i fenomeni psico-fisici e la loro interazione con il regime dello sguardo, la percezione, le strutture narrative della coscienza e della memoria condotta da Reviglio; dall’altra, la ricerca video-installativa di Roaro, che, attraverso il recupero di forme di archeologia del cinema applicato alla produzione artistica, restituisce il mutare e divenire delle cose nella ripetizione e differenza di fenomeni sempre uguali e differenti, in modo poetico, ironico-riflessivo ed emozionale.

Pietro Reviglio, applicando un approccio scientifico all’analisi degli elementi visivi ed utilizzando la fisica come elemento utile ad impostare una figurazione quasi pittorica, esplora con approccio sperimentale il processo fisico di formazione e percezione dell’immagine, la narrativa visuale, la cinematica delle immagini, investigando la linea di confine tra il razionale e l’irrazionale, il concettuale e il fisico, il matematicamente predicibile e lo stocastico. Le trasformazioni del tempo e dello spazio, l’emergere di fenomeni di senso e della conformazione della realtà viene indagata dall’artista, dalla formazione di astrofisico, tentando di rendere ragione della relazione tra i linguaggi delle scienze dure e dell’arte. Nei lavori tratti dalla serie The Weight of Time (2010) il concetto di tempo viene legato all’intensità del campo gravitazionale e quindi al peso degli oggetti, in modo tale che le immagini diventino metafora del trascorrere del tempo come processo fisico, che porta con sé il mutamento e distrugge la memoria, e del tentativo dell’arte di fissarlo in forme definite e stabili. Nelle opere tratte dal ciclo Dark Series (2009) gli oggetti fisici all’interno delle immagini spingono l’osservatore a sperimentare percettivamente il paradigma scientifico di “osservazione-analisi-test” creando un ponte tra la pratica artistica e quella scientifica. Mentre nelle opere tratte dalla serie Cinematography of Urban Madnes (2009-2011) l’artista indaga il rapporto razionalità-follia, attraverso una resa visiva della narrazione psichica in rapporto al contesto metropolitano contemporaneo, mettendo in luce la la natura e la forma discorsiva di una narrazione psichica che si fa distorta nel momento della crisi che precede il collasso delle strutture razionali.
Integrando i linguaggi della fotografia, della pittura, della scienza l’artista da forma ad immagini dalla figurazione post-espressionista e dall’estetica colma di influenze cinematografiche, con le quali cerca di rendere ragione del rapporto flusso-struttura, equilibrio-instabilità.

Eleonora Roaro, applicando un approccio filologico-ricostruttivo e poetico-narrativo, dà forma ad installazioni tecnologico-visuali che ripropongono elementi dell’archeologia del cinema (come gli “zootropi” o le “lanterne magiche”), al fine di articolare complesse ed armoniche poesie visuali.
Gli Zootropi sono così strappati alla storia della tecnologia e ottengono una nuova ri-funzionalizzazione artistica, capace di unire statica e cinetica delle immagini, dando forma a narrazioni visive che coniugano testualità discorsiva, immagine e movimento. Realizzate con un vinile, un giradischi vintage, una lampada e plexigas queste installazioni ripropongono il ciclo della natura e della vita nel suo ripetersi di eventi sempre diversi, ma identici nella loro logica strutturale, proponendo una riflessione a tratti cosmogonica sul processo di forma-crisi-trasformazione che presiede l’emergere degli eventi e delle forme del reale. All’insegna di una specie di “esistenzialismo tecnologico”, la Roaro dà vita ad una ricerca ed una sperimentazione sulla differenza e la ripetizione del sempre diverso e sempre identico che presiede alle logiche della natura e della vita, in cui il ripetersi ciclico delle immagini e il loop offre una versione aggiornata della ritualità con cui gli umani hanno sempre cercato di dare senso al divenire delle cose. Le Lanterne magiche e i video offrono inoltre una resa oggettuale dei meccanismi della visione, che mette in questioni i limiti del linguaggio visivo e i loro rapporti con il regime dello sguardo e l’evoluzione della tecnologia, recuperando una storia tecnologia dell’immaginazione e della percezione che unisce, poesia, magia naturale e tecnologia. La ricerca e la sperimentazione della giovane artista cerca infatti di rendere ragione delle dinamiche del reale e dell’emersione delle forme, attraverso il recupero di elementi poetici e proto-tecnologici capaci di attivare forme di visione nello spettatore di natura emotivo-spirituale, che mettono in relazione la ripetizione con elementi dell’immaginario collettivo e archetipale.

“Ultime Stanze” (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti, Eventi, Teoria e critica filosofica | Posted on 27-03-2014

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Invito Pittatore_Ultime stanze

Inaugurazione Venerdì 28 marzo

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Irene Pittatore “Ultime stanze”

a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 28 marzo ore 18,00

Dal 29 marzo al 27 aprile 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

 

Ultime stanze di Irene Pittatore inaugura la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da StudioDieci Citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati saranno chiamati a confrontarsi con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

“In principio era il verso, un urlo, un ringhio”, direbbe Irene Pittatore, un “verso” capace di far scaturire la forza contraddittoria, brutale, creativa e al contempo autodistruttiva della vita, ma nello stesso tempo era il “verso” che come figura linguistica, metrica e stilistica è capace di portare con sé razionalità e ordine poetico, diremmo noi.

Nell’arco disegnato tra il “verso”, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il “verso”, inteso come “unità metrica”, si colloca tutta la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il “verso” – “unità metrica”-, le opere dell’artista articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una “rappresentazione” che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale.

La ricerca di Irene Pittatore parte, dunque, parte da qui e si concentra sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, in una società che sembra ormai popolata di macerie e rovine, coscientemente espulse dal nostro immaginario cognitivo e ordinatamente collocate ai margini dell’auto-rappresentazione mainstream. La vita, in questa prospettiva, è eccesso di senso, la cui forza straborda rispetto allo spartito impostole dalle logiche del potere e dalle retoriche di verità: un eccesso di senso rimosso, anestetizzato, addomesticato e presentato nelle forme dell’organizzazione sociale, delle pratiche dell’innovazione e della bellezza artefatta, pratiche tese a presentare modalità di “vita giusta e buona”, che vedono nelle metropoli contemporanee il proprio palcoscenico privilegiato, in cui va in scena un’opera teatrale incapace di imporre fino in fondo il proprio copione e che è costretta ad inventarsi dei margini in cui relegare l’eccedere del senso e la marginalità indotta ed autoindotta. Le performance di Pittatore, restituite in modo video e foto realistico si collocano qui: nei margini veri o presunti dello spazio metropolitano contemporaneo, nei luoghi fisicamente marginali (le periferie degradate, gli spazi verdi apparentemente selvatici, ma urbanisticamente determinati, sulle linee di mappe fittizie o virtuali..) o simbolicamente di confine (il rapporto di genere, il conflitto/ incontro tra generazioni…). Questo perché il gesto artistico di Irene si rifà sempre a quel “duplice verso”, la cui forza vitale e genuina si può cogliere solo nei “margini” interni ed esterni, tra i “resti” di quelle “rovine”, che popolano il nostro immaginario e il nostro paesaggio cognitivo, presentandoci un mondo di macerie ordinate ed esteticamente organizzate, che non possono e non devono però essere “restaurate”, ma che devono in qualche modo essere “rovinate”, in modo che dai loro resti possa emergere senso e significazione. A ben vedere però, quella della Pittatore non è un’estetica o  una poetica degli “scarti” e dei “resti”: non vi è nella sua ricerca e nella sua poetica un’attenzione compiaciuta o auto compiaciuta e fine a se stessa per la marginalità o per lo scarto, sia esso di umanità o materialità, ma un’attenzione per le spazialità antropiche e gli effetti di linguaggio che le producono. L’attenzione infatti non è posta sul disagio, sulle contraddizioni sociali, esistenziali, politiche o ideologiche che producono “marginalità” o che vengono presentate come “scarti” dal mainstream, o forse sarebbe meglio dire non è solo posta su questi elementi, ma soprattutto sui meccanismi simbolici e linguistici che producono differenza: differenza sociale, sessuale, generazionale, culturale, antropologica…

La mostra Ultime stanze parte da questi presupposti e si pone come un punto di arrivo e una nuova partenza nella ricerca dell’artista. Le stanze di Studio Dieci si presentano infatti come le “ultime stanze” allestite dall’artista in questo percorso di svelamento delle macerie rimosse della nostra contemporaneità, al fine di mostrare l’inesorabile processo di degradazione della nostra società che si sta lentamente, ma inesorabilmente avvicinando al “punto catastrofico” di un cambiamento di forma, di cui non percepiamo ancora la configurazione. Macerie non rimosse, ma ostentate nel loro valore di degrado  e marginalità, che preannuncia un cambiamento di stato e di forma, sia nella realtà, sia nella poetica e nella pratica artistica di Pittatore.