“Pietro Reviglio/Eleonora Roaro. Instabilità, equilibrio ed Infinito” (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti | Posted on 11-05-2014

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Pietro Reviglio/Eleonora Roaro
Instabilità, equilibrio ed Infinito
a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 2 maggio ore 18,00
Dal 3 maggio al 18 maggio 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00
studiodieci/not for profit/citygallery/Vc
Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

“Instabilità, equilibrio ed Infinito. Forma, ripetizione, differenza e movimento” di Pietro Reviglio ed Eleonora Roaro è una bi-personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.
Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati saranno chiamati a confrontarsi con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

Il secondo appuntamento della rassegna propone un dialogo tra due artisti visivi che indagano la morfogenesi e le dinamiche del reale attraverso una ricerca video, fotografica ed video-installativa, che cerca di rendere ragione del rapporto tra immagine-percezione, staticità-movimento, equilibrio-instabilità, differenza-ripetizione.

La selezione di opere dei due artisti interagisce nello spazio della galleria proponendo un dialogo tra impostazioni, sperimentazioni e ricerche contrapposte, ma integrate e complementari: da una parte, la ricerca fotografica sulle meccaniche fisiche, il tempo, lo spazio e i fenomeni psico-fisici e la loro interazione con il regime dello sguardo, la percezione, le strutture narrative della coscienza e della memoria condotta da Reviglio; dall’altra, la ricerca video-installativa di Roaro, che, attraverso il recupero di forme di archeologia del cinema applicato alla produzione artistica, restituisce il mutare e divenire delle cose nella ripetizione e differenza di fenomeni sempre uguali e differenti, in modo poetico, ironico-riflessivo ed emozionale.

Pietro Reviglio, applicando un approccio scientifico all’analisi degli elementi visivi ed utilizzando la fisica come elemento utile ad impostare una figurazione quasi pittorica, esplora con approccio sperimentale il processo fisico di formazione e percezione dell’immagine, la narrativa visuale, la cinematica delle immagini, investigando la linea di confine tra il razionale e l’irrazionale, il concettuale e il fisico, il matematicamente predicibile e lo stocastico. Le trasformazioni del tempo e dello spazio, l’emergere di fenomeni di senso e della conformazione della realtà viene indagata dall’artista, dalla formazione di astrofisico, tentando di rendere ragione della relazione tra i linguaggi delle scienze dure e dell’arte. Nei lavori tratti dalla serie The Weight of Time (2010) il concetto di tempo viene legato all’intensità del campo gravitazionale e quindi al peso degli oggetti, in modo tale che le immagini diventino metafora del trascorrere del tempo come processo fisico, che porta con sé il mutamento e distrugge la memoria, e del tentativo dell’arte di fissarlo in forme definite e stabili. Nelle opere tratte dal ciclo Dark Series (2009) gli oggetti fisici all’interno delle immagini spingono l’osservatore a sperimentare percettivamente il paradigma scientifico di “osservazione-analisi-test” creando un ponte tra la pratica artistica e quella scientifica. Mentre nelle opere tratte dalla serie Cinematography of Urban Madnes (2009-2011) l’artista indaga il rapporto razionalità-follia, attraverso una resa visiva della narrazione psichica in rapporto al contesto metropolitano contemporaneo, mettendo in luce la la natura e la forma discorsiva di una narrazione psichica che si fa distorta nel momento della crisi che precede il collasso delle strutture razionali.
Integrando i linguaggi della fotografia, della pittura, della scienza l’artista da forma ad immagini dalla figurazione post-espressionista e dall’estetica colma di influenze cinematografiche, con le quali cerca di rendere ragione del rapporto flusso-struttura, equilibrio-instabilità.

Eleonora Roaro, applicando un approccio filologico-ricostruttivo e poetico-narrativo, dà forma ad installazioni tecnologico-visuali che ripropongono elementi dell’archeologia del cinema (come gli “zootropi” o le “lanterne magiche”), al fine di articolare complesse ed armoniche poesie visuali.
Gli Zootropi sono così strappati alla storia della tecnologia e ottengono una nuova ri-funzionalizzazione artistica, capace di unire statica e cinetica delle immagini, dando forma a narrazioni visive che coniugano testualità discorsiva, immagine e movimento. Realizzate con un vinile, un giradischi vintage, una lampada e plexigas queste installazioni ripropongono il ciclo della natura e della vita nel suo ripetersi di eventi sempre diversi, ma identici nella loro logica strutturale, proponendo una riflessione a tratti cosmogonica sul processo di forma-crisi-trasformazione che presiede l’emergere degli eventi e delle forme del reale. All’insegna di una specie di “esistenzialismo tecnologico”, la Roaro dà vita ad una ricerca ed una sperimentazione sulla differenza e la ripetizione del sempre diverso e sempre identico che presiede alle logiche della natura e della vita, in cui il ripetersi ciclico delle immagini e il loop offre una versione aggiornata della ritualità con cui gli umani hanno sempre cercato di dare senso al divenire delle cose. Le Lanterne magiche e i video offrono inoltre una resa oggettuale dei meccanismi della visione, che mette in questioni i limiti del linguaggio visivo e i loro rapporti con il regime dello sguardo e l’evoluzione della tecnologia, recuperando una storia tecnologia dell’immaginazione e della percezione che unisce, poesia, magia naturale e tecnologia. La ricerca e la sperimentazione della giovane artista cerca infatti di rendere ragione delle dinamiche del reale e dell’emersione delle forme, attraverso il recupero di elementi poetici e proto-tecnologici capaci di attivare forme di visione nello spettatore di natura emotivo-spirituale, che mettono in relazione la ripetizione con elementi dell’immaginario collettivo e archetipale.

NEW YORK INTERIORS. Sguardi pittorici, fotografici e cinematografici di Pietro Reviglio (testo Critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 20-03-2013

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Testo Critico di Roberto Mastroianni 

Dalla logica della scoperta scientifica alla logica della scoperta artistica


10.57Lo “stupore” e la “meraviglia” sono generatori di conoscenza: sono sentimenti, emozioni, passioni che spingono l’uomo alla ricerca e presiedono come numi tutelari, sin da Platone ed Aristotele, al rapporto conoscitivo organizzato dell’uomo. Furono infatti i due filosofi ad individuare in questi due stati d’animo la molla che spinge l’uomo all’interrogazione filosofica, prima, e a quella scientifica dopo. La storia del pensiero occidentale e delle scienze contemporanee parte da là e la filosofia classica ci consegna un’indagine del mondo che affonda le sue radici nello stupore davanti al reale ed alle leggi del suo funzionamento e divenire. La “meraviglia” è nello stesso tempo sensazione che genera domande sul “perché” e sul “come” ed emozione prodotta dall’aver trovato risposte alle domande stesse.  Lo “stupore” è quel sentimento che l’animale umano prova nel preciso istante  in cui il reale sollecita domande e ad esse si trovano risposte che mettono ordine nel caos esteriore ed interiore. Lo “stupore” è il sentimento che gli uomini provano nel momento in cui scoprono che l’apparente illogicità del reale è dotata di senso e significato e che una logica presiede, organizza e muove la realtà.
La “meraviglia” e lo “stupore” sono, però, soltanto una delle due facce della medaglia: sull’altra è impressa “l’inquietudine” e “l’angoscia”. Il duro mestiere di vivere si concentra, quindi, tutto  nell’orizzonte delimitato da questi sentimenti contrapposti e consiste nel “fare senso”: nell’attribuire attraverso articolate narrazioni senso e significato all’apparente insensatezza della  realtà. 
Le scienze, quanto le arti, provano a rintracciare senso e significato in ogni cosa dentro e fuori di noi.  La logica della scoperta scientifica e filosofica (l’osservazione e la narrazione delle leggi che presiedono alla realtà umana e non umana) e la logica dell’arte e delle tecniche (che su questa realtà incidono, rappresentandola e trasformandola) apparentemente contrastano, ma in verità sono complementari, in quanto sempre riportano al fondo scuro dell’angoscia e dell’inquietudine che si nasconde dietro lo stupore e la meraviglia. Alcuni artisti si rendono conto, consapevolmente o inconsapevolmente, che la scienza e l’arte sono pratiche umane molto più simili di quanto sembri e con le loro opere tentano di ricongiungere la conoscenza e l’espressione, l’osservazione analitica e la produzione di narratività emotiva.  Pietro Reviglio è uno di questi: è un uomo di scienza (è un astrofisico), ma è nello stesso tempo un artista e proprio per questo motivo è in grado di coniugare lo sguardo del ricercatore con quello del creatore.
Anzi, per essere precisi, Reviglio era un astrofisico che faceva ricerca sperimentale sulle galassie e sulle strutture a grande scala dell’universo alla Columbia University di New York e che poi ha incontrato sulla sua strada la Arts Students League di New York  e là, tra  le lezioni di Robert Cenedella e Mary Beth McKenzie, ha scoperto che “l’inquietudine” e “l’angoscia”, il lato oscuro dello “stupore” e della “meraviglia”, potevano trovare risposte nella pittura. A quel punto lo scienziato è diventato artista.lady orange

Dall’allievo di Grotz (Cenedella) egli ha appreso una poetica e uno stile post-espressionista di matrice tedesca, che ha piegato alle esigenze dello sguardo addestrato alla ricerca scientifica. Da questa esperienza, capace di cambiare il corso di una vita, nasce una pratica artistica contraddistinta dal regime dello sguardo. Il “vedere”, il più filosofico e scientifico dei sensi,  lo sguardo che indaga le leggi della natura, i tagli di luce che attraversano la realtà, diventa in questo modo il senso con cui l’artista cerca di affrontare la realtà alla ricerca di risultati, che solo la “logica della scoperta artistica” può fornire.
In questo modo lo sguardo del ricercatore ri-orienta la propria attenzione al fine di individuare le leggi strutturali del reale e  portarle a rappresentazione, attraverso un processo poietico ed artistico di natura sperimentale molto simile a quello che il ricercatore usa in laboratorio.
Tutto si tiene, però, e l’arte e la scienza, apparentemente così distanti, si trovano unite sotto lo sguardo dell’artista scienziato.

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I dati forniti dalla “cosalità brutale”, che il fisico osservava ed organizzava in vista della scoperta di teorie generali, capaci di spiegare la realtà e le sue leggi, adesso vengono osservati, in modo tale che il loro naturale organizzarsi porti ad una complessiva rappresentazione del visibile e dell’invisibile. 
“Stupore” e “inquietudine” pongono domande e l’arte trova risposte, là dove la scienza non era più adeguata a rispondere il soggetto smette i panni del ricercatore ed indossa quelli dell’artista.
Per questi motivi,  l’arte di Reviglio può essere definita in qualche modo sperimentale, se per sperimentale si intende l’utilizzo di una pratica induttiva, che diventa regime dello sguardo e della produzione artistica.  Le carte della sua nuova avventura sono tutte sul tavolo, adesso bisognerà aspettare e capire dove il nuovo gioco porterà l’artista scienziato. Una nuova storia inizia qui, bisognerà aspettare e vedere quanto, cosa produrrà, cercando di coniugare “logica della scoperta scientifica” e “logica della scoperta artistica”.


Il periodo new yorkese: dai New York Paintings alle Nocturnal Visions

Fu così che nel ventre della “grande mela (marcia)”, nella New York di inizio millennio, il giovane scienziato si trovò davanti ad un cavalletto, in una scuola d’arte che fa dell’informalità e del rapporto paritario tra artista e allievi i propri tratti caratteristici. Vi era sicuramente un senso di precarietà e di mancanza in quel ragazzo abituato ad osservare le galassie: una mancanza che diventava desiderio e un desiderio vissuto come mancanza.  Il rigore della scienza sperimentale tracciava ordine nel caos esteriore, ma quello interiore rimaneva in movimento e solo la tela vuota permise di rintracciare, di trasformare il caos e l’inquietudine, portando alla scoperta di colori, punti, linee e superfici che prendevano forma e portavano ad ottenere un risultato (l’opera) simile al risultato di un esperimentocondotto in laboratorio.

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Cresciuto nello stupore della “logica della scoperta scientifica”, Pietro Reviglio ha trovato una nuova logica della scoperta, quella artistica, da condurre in un altro laboratorio: non più quello della scienza, ma il proprio studio di artista e il proprio spazio di vita quotidiana, la propria metropoli. Tutti gli elementi permanenti e i tratti caratteristici della poetica e dello stile espressivo di Reviglio sono già rintracciabili nelle sue prime opere e nel gesto intellettuale di trasposizione uno sguardo scientifico in una pratica artistica e da qui si dipana in un filo rosso che attraversa tutta la sua opera.
Gli elementi che fanno di Pietro un artista/scienziato sono tutti ascrivibili al regime dello sguardo: è lo sguardo del fisico, che procede ad assemblare elementi comuni e sparsi, in modo che il procedimento induttivo e logico-deduttivo porti a rappresentazione una figurazione dotata di senso; è lo sguardo, abituato ad analizzare la luce e i fenomeni fisici, che scorge nella realtà linee di forza che limitano e strutturano il reale, mostrandole e mettendo in crisi la rappresentazione pittorico e foto-realistica; è lo sguardo che viene accompagnato nei suoi  video a sperimentare volumi, dimensioni, profondità, spazi interiori ed esteriori. Lo sguardo indaga la realtà, penetra il visibile e cerca di rendere ragione dell’invisibile che vi sta dietro, sopra, affianco.

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Orange House (2007)

In questo modo, a partire da un’ossessione figurativa tipica degli autodidatti, le tele hanno cominciato a riempirsi di elementi di vita quotidiana, di oggetti sparsi ed apparentemente comuni e banali, che trovano collocazione in qualsiasi stanza di un giovane trentenne  in una megalopoli statunitense, dando vita ad un primo ciclo pittorico “The New York Paintings” (2005-2009).
Lo sguardo del ricercatore che si fa artista comincia quindi ad indagare il mondo circostante e lo vede animarsi delle inquietudini profonde che in lui si fanno singolari, ma che in quanto fenomeni umani sono sempre plurali. Gli scorci di città, le stanze di riposo, studio, vita, gli oggetti sparsi (i libri, le lampadine…), gli angoli delle strade, gli amici che diventano inconsapevoli ed involontari modelli: sono tutti questi elementi che Reviglio trova davanti ai suoi occhi e che indaga con lo sguardo del ricercatore, sorprendendosi, che gli elementi si incastrino quasi involontariamente, secondo una loro logica, portando all’emersione una rappresentazione. È questo il momento della scoperta di una logica intrinseca alla rappresentazione stessa che si manifesta coerentemente in un’opera. È questo il momento in cui l’artista può dire : “Io non faccio niente. Io guardo e poi dipingo, ma alla fine il dipinto si è fatto da solo come in un esperimento scientifico. Io so cosa ho dipinto solo alla fine all’inizio metto solo degli elementi che vedo attorno a me e cerco di capire come possano interagire”.
La realtà interiore ed esteriore bussa alla porta dell’artista e cerca con forza di essere espressa, rappresentata.

È questa la fase di dipinti come “Orange House” (2007), “Maureen” (2009), “Red Bulb” (2009), “Voyeurism: My Window” (2007),  quadri in cui la figurazione si presenta come un obiettivo da raggiungere, con ansia, alla ricerca di forme che restituiscano il visibile e l’invisibile della realtà.
Pian piano l’inquietudine prende il sopravvento  e la figurazione viene messa in crisi: le pennellate più spesse, i colori e le emozioni diventano più forti, il tratto più libero e il post espressionismo appreso alla Arts Students League viene superato in direzione di un tratto e di temi specificatamente individuali.

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Il punto di svolta, il raggiungimento di una poetica e di uno stile personale si ha con “Maureen” (2009), in cui la figura umana si staglia dando le spalle ad uno specchio, il paesaggio interiore dell’artista si ricongiunge a quello interiore delle stanze newyorchesi, fino ad allora rappresentate attraverso particolari ed oggetti, il volto della donna scompare in un ovale e con esso la sua identità specifica, acquisendo una generalità., una universalità capace di incarnare le inquietudine dell’uomo in relazione al femmineo ed all’intersoggettività prodotta dalla continua interrogazione.

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Maureen (2009)

Questo è il punto di svolta tra il ciclo dei “New York Paintings” e quello delle “Nocturnal Visions” (2009-2011)  che Reviglio inizia in America e continua in Italia e nel quale la figurazione tende a scomparire e gli scorci di città, edifici, elementi architettonici ed urbanisitici, persone, oggetti di uso comune diventano parte di scenari mentali sempre più ristretti e claustrofobici. Gli interni newyorkesi diventano così scenari mentali, in cui gli elementi architettonici rimandano ad un gioco di specchi tra interiorità ed esteriorità e l’inquietudine prende la forma di un articolato vivere lo spazio antropico in modo metaforico e metonimico. È questo il caso di un quadro emblematico di questo periodo dal titolo “10.57 P.M.” (2010), in cui le forme dello spazio architettonico, i limiti e i colori sfumano in un gioco di delimitazione dello sguardo e dello spazio, il cui protagonista è una scala capace di collegare stanze mentali plurime e forse contraddittorie, le cui porte sono rigorosamente chiuse e che lo sguardo è costretto a percorre tra pianerottoli e scalini di forte intensità cromatica.

 

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4.31 a.m. (2011)

I “New York Interios” di Reviglio acquistano in questo modo il loro peculiare carattere notturno (la dimensione diurna del primo ciclo di dipinti è definitivamente superata e il punto di svolta è “Maureen”): le stanze mentali sono stanze in cui la notte fa emergere angoscia ed inquietudine e le forme sfumano in pennellate potenti e quasi astratte di colore, come in “4.31 a.m.” (2011), o in cui gli oggetti comuni (un lavandino, uno specchio, una lampada) si presentano come il limite di un disagio, di pulsioni, angosce o speranze, come  confini che delimitano il mondo dell’artista ed arginano il suo travaglio interiore,  come in “1.37 a.m.” (2010) o in “6.04 a.m.” (2011).

 

1.37 a.m. (2010)

In ogni modo la fase newyorkese  ci consegna alcuni elementi che diventeranno costanti della poetica di Reviglio: una certa presenza/assenza del femminile, un tratto spesso, materico, la luce come elemento che delimita, forme falliche che attraversano le sue rappresentazioni e oggetti comuni che diventano parte di una narrazione onirica.