“Battisti e la Francia. L’ignoranza militante”

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica internazionale, Politica nazionale | Posted on 06-01-2011

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Torniamo sul “Caso Battisti” e la differente percezione tra Italia e Francia, rispetto agli anni settanta e alle conseguenze politiche del terrorismo, postando questo lungo editoriale della Barbara Spinelli (tratto da La Repubblica, del 5 gennaio 2011). Sperando che sia utile strumento di riflessione.

BARBARA SPINELLI da La Repubblica del 5 gennaio 2010

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l´abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all´Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal. I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell´illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.
Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d´aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, «ascolta come la notte s´inconca e s´incava». Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L´accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un´incapacità radicale a comprendere il male inflitto all´innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.

Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un «ancien enragé divenuto scrittore». Gli enragés (letteralmente: «gli arrabbiati») furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza «eroe rivoluzionario». Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro «un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo», come se la giustizia concernesse altro che l´individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l´assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all´altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.

Auguri Presidente e buona fortuna.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 02-01-2011

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Per leggere il testo integrale del discorso presidenziale cliccare qui.

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sì è confermato essere l’unico evento di unità politica, culturale e sociale della Nazione in questo momento difficile della storia repubblicana. 13 milioni di persone, secondo i dati auditel, hanno ascoltato il discorso del Presidente, che in 15 cartelle ha sintetizzato il disagio di un paese al cui interno operano svariate forze disgregatrici: forze che mirano a frantumare l’Unità nazionale, come quella sociale, che sono interessate a riportare i rapporti di forza tra le differenti componenti istituzionali, economiche e politiche a una specie di guerra permanente, finalizzata a sfibrare il tessuto connettivo del Paese in vista del trionfo degli interessi particolari sull’interesse collettivo e generale.

Non stupisce, da questo punto di vista, la freddezza e le critiche che arrivano da casa leghista, dopo le importanti parole del Presidente sul valore della storia patria, sulla sua Unità (in occasione del 150enario), di quel momento costitutivo che è stato il Risorgimento e di quella stagione costituente che è stata la resistenza partigiana e la liberazione dal dominio nazi-fascista.

La favola è finita

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 29-05-2010

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di Pietro Folena (tratto da Epolis del 28 maggio 2010)

La favola è finita. Dopo aver raccontato per due anni che, grazie alle virtù taumaturgiche del premier, l’Italia era al riparo della crisi, ora il Governo vara una manovra da 24 miliardi, senza precedenti negli ultimi anni.

L’Italia rischia la bancarotta, e i mercati – i grandi poteri finanziari europei – chiedono lacrime e sangue. Berlusconi, respingendo il sacrosanto invito delle opposizioni a presentardi di fronte al Paese con un discorso di verità, manda avanti con non poco cinismo Letta e Tremonti (a quel che si dice protagonisti un durissimo duello sulla manovra) e poi, incassato il sì di Confindustria, della Cisl, della Lega, cerca di riaprire i giochi con Fini terrorizzato da un complotto di Tremonti per un governo di emergenza.

Tutto questo sulle spalle dei cittadini.

La manovra non è manovra espansiva. Nessuno può pensare che riprendano i consumi e cresca il Pil tagliando i salari dei dipendenti pubblici e le pensioni, la ricerca e l’innovazione, o aggravando di nuovi controlli l’attività degli artigiani e delle piccole imprese. La manovra non è manovra equa. 24 miliardi non dovevano venire dal taglio dell’11% delle prestazioni sociali, della sanità, dell’assistenza, riducendo di un mese la durata dell’anno scolastico (come propone il Ministro Gelmini): sono misure classiste e antipopolari, destinate a mandare in bancarotta gli enti territoriali, i più vicini ai cittadini.

Si tratta solo di una manovra recessiva, volta a dire a chi ha in mano il debito italiano che si taglia selvaggiamente. Il Tremonti antiliberista, con venature di sinistra, si è arreso al Tremonti monetarista. Nel mirino il pubblico e i servizi, col plauso di banche, grandi capitali e grande finanza. Questo occorreva all’Italia ora: un discorso di verità in cui accanto ai politici, facessero la loro parte le grandi fortune del Paese: 24 miliardi,e forse più, potevano venire da un aumento del prelievo sullo scudo fiscale, da un contributo di solidarietà dei redditi alti – di tutti- , da una tassazione delle grandi rendite finanziarie e delle grandi proprietà, oltreché dalla sacrosanta lotta a sprechi e ruberie. E così, in un momento difficile per l’Europa (come Napolitano ha detto con forza intervenendo al Congresso Usa), e in una fase di discredito morale della politica, aggravato dall’offensiva sulle intercettazioni dei giorni scorsi, un governo diviso e debole si presenta unito con sotterfugi e doppiezze per una manovra enorme come costi sociali e inutile come volano per riprendere a crescere. Ascoltare i lavoratori e le proteste, quindi, è ora più che un dovere democratico.

E’ la condizione perché, ammesso che la favola è finita, non cominci un incubo senza risveglio.

I due macigni

Posted by roberto09 | Posted in Politica nazionale | Posted on 26-12-2009

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di Pietro Folena  (tratto da Epolis del 23, dicembre 2009)

Né pessimismo, né ottimismo, ma realismo: questa l’interpretazione del discorso di Napolitano sulle riforme così largamente apprezzato. E questo realismo appare, come minimo, di buon senso.
Non si passa facilmente dal clima barricadiero, da guerra civile a parole – con gravi fenomeni di violenza vera che sfuggono ad ogni controllo – a quell’idilliaca prospettiva di riforme che da più di quindici anni è diventata, per l’Italia, come l’Araba Fenice.
E questo non tanto per il tempo: la storia ci ha insegnato che, specie quando ci sono leadership illuminate e generose (di cui in verità oggi siamo largamente privi), grandi intese si fanno anche in poche settimane.  Ma piuttosto perché sembra pesare un duplice problema, uno per schieramento. Sul centro-destra, com’è ovvio, il retropensiero che la prima e la più importante delle riforme sia  il salvacondotto per il premier: nessuno può pensare di chiedere all’opposizione di aderire a questa idea.
Un conto, in una democrazia che funzioni, è mettere l’azione del Governo al riparo dal circuito mediatico-giudiziario: una procedura che, a fronte di gravi e conclamate responsabilità del premier, attivi un’azione di impeachment. Un altro è pensare di barattare leggi ad personam sulla giustizia con le grandi riforme costituzionali.

Il secondo problema che grava sul possibile dialogo è la presenza rumorosa e organizzata di un’ala del Pd nostalgica del maggioritario, tragica stagione di impoverimento politico e culturale: che ha lavorato prima per spianare gli alleati a sinistra nella convinzione sballata che in Italia fosse attuale il bipartitismo, permettendo all’IdV di diventare un fenomeno popolare e ingovernabile e consegnando il Paese a Berlusconi con una maggioranza senza precedenti; e che ora contrasta l’azione di Bersani e la cauta ma ferma volontà di andare a delle riforme con un’idea di maggioritario chiassoso e urlato, nell’occasione vagamente tinto di viola. L’astio con cui questa parte del Pd si è scagliata contro D’Alema – le cui parole possono o meno essere condivise ma vanno rispettate – la dice lunga: quando il dialogo era proposto da Veltroni e Franceschini era cosa buona e giusta, oggi (come recita Repubblica, vera e propria ideologa di questa componente) è un patto scellerato.
Tutto ciò spinge alla cautela. Con moderazione e con intelligenza le forze autenticamente riformatrici dovrebbero mettere in primo piano i contenuti: una sola Camera politica, metà dei parlamentari, una legge proporzionale alla tedesca, con quattro, cinque partiti, un governo in grado di decidere e un Parlamento in grado di fare le leggi e di controllare. Vedremo se il nuovo anno ci riserverà almeno qualche piccola sorpresa.

Adelante, con juicio.

Norberto Bobbio e la Carta Costituzionale

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 29-11-2009

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BOBBIO E LA CARTA. LA COSTITUZIONE NON È INTOCCABILE. FEDELI ALLA COSTITUZIONE FINO A VOLERLA CAMBIARE,

di Giorgio Napolitano, da il Riformista di venerdì 16 ottobre 2009

La lezione che Norberto Bobbio poteva offrire a chi si inoltrasse sulla via dell’impegno nella sinistra politica a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 giungeva controcorrente, in antitesi a posizioni prevalenti in quel campo. Posizioni in cui si rifletteva l’asprezza che la lotta politica stava raggiungendo in Italia, dopo la rottura dell’unità tra le forze antifasciste e dopo le elezioni del 1948 che avevano segnato una drastica contrapposizione tra l’alleanza di centro e la sinistra. Un’asprezza inseparabile da quella della guerra fredda che andava dividendo drasticamente il mondo in due blocchi, dei quali va ricordata la forte connotazione ideologica. Ai rischi fatali di antitesi e fratture, ben al di là dei confini italiani, si opponeva da parte di Bobbio l’«invito al colloquio»: al colloquio per lo meno – egli scrisse nel 1951 – tra gli uomini di cultura. (…).
La polemica di Bobbio interveniva, invece, a sollevare interrogativi di fondo, a seminare dubbi, a proporre argomenti complessi, e a farlo dai punto di vista di un uomo di pensiero, di uno studioso portatore di molteplici valori politici, come ha scritto di recente Revelli – liberalismo, democrazia, socialismo, federalismo – che avevano caratterizzato da “ircocervo” il Partito d’Azione. Non era dunque in nome di un bagaglio ideale ostile alla sinistra, era piuttosto in nome di un dichiarato interesse positivo per le sorti del movimento operaio e della sinistra, che Bobbio sviluppava il suo discorso, si rivolgeva a quegli interlocutori.