Il discorso del Presidente sui 150 anni dell’Italia unita

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica nazionale | Posted on 18-03-2011

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Intervento del Presidente Napolitano alla Seduta comune del Parlamento in occasione dell’apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Montecitorio, 17 marzo 2011

Sento di dover rivolgere un riconoscente saluto ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e a celebrare i 150 anni dell’Italia unita : ai tanti cittadini che ho incontrato o che mi hanno indirizzato messaggi, esprimendo sentimenti e pensieri sinceri, e a tutti i soggetti pubblici e privati che hanno promosso iniziative sempre più numerose in tutto il Paese. Istituzioni rappresentative e Amministrazioni pubbliche : Regioni e Provincie, e innanzitutto municipalità, Sindaci anche e in particolare di piccoli Comuni, a conferma che quella è la nostra istituzione di più antica e radicata tradizione storica, il fulcro dell’autogoverno democratico e di ogni assetto autonomistico. Scuole, i cui insegnanti e dirigenti hanno espresso la loro sensibilità per i valori dell’unità nazionale, stimolando e raccogliendo un’attenzione e disponibilità diffusa tra gli studenti. Istituzioni culturali di alto prestigio nazionale, Università, Associazioni locali legate alla memoria della nostra storia nei mille luoghi in cui essa si è svolta. E ancora, case editrici, giornali, radiotelevisioni, in primo luogo quella pubblica. Grazie a tutti. Grazie a quanti hanno dato il loro apporto nel Comitato interministeriale e nel Comitato dei garanti, a cominciare dal suo Presidente. Comune può essere la soddisfazione per questo dispiegamento di iniziative e contributi, che continuerà ben oltre la ricorrenza di oggi. E anche, aggiungo, per un rilancio, mai così vasto e diffuso, dei nostri simboli, della bandiera tricolore, dell’Inno di Mameli, delle melodie risorgimentali.

Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione che ci muoveva e che così formulerò : la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. Possono risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c’è più bisogno : orgoglio e fiducia ; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare ; senso della missione e dell’unità nazionale. E’ in questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del Centocinquantenario.

Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione dalle vicende risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dall’orrore della retorica : per evitarla è sufficiente affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti. L’unificazione italiana ha rappresentato un’impresa storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i caratteri e la portata che assunse, per il successo che la coronò superando le previsioni di molti e premiando le speranze più audaci.
Come si presentò agli occhi del mondo quel risultato? Rileggiamo la lettera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Presidente del Consiglio indirizzò a Emanuele Tapparelli D’Azeglio, che reggeva la Legazione d’Italia a Londra :
“Il Parlamento Nazionale ha appena votato e il Re ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume, per sé e per i suoi successori, il titolo di Re d’Italia. La legalità costituzionale ha così consacrato l’opera di giustizia e di riparazione che ha restituito l’Italia a se stessa.
A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera, e che essa ha sostenuto sui campi di battaglia e nei Consigli, l’Italia lo proclama solennemente oggi”.

Così Cavour, con parole che rispecchiavano l’emozione e la fierezza per il traguardo raggiunto : sentimenti, questi, con cui possiamo ancor oggi identificarci. Il plurisecolare cammino dell’idea d’Italia si era concluso : quell’idea-guida, per lungo tempo irradiatasi grazie all’impulso di altissimi messaggi di lingua, letteratura e cultura, si era fatta strada sempre più largamente, nell’età della rivoluzione francese e napoleonica e nei decenni successivi, raccogliendo adesioni e forze combattenti, ispirando rivendicazioni di libertà e moti rivoluzionari, e infine imponendosi negli anni decisivi per lo sviluppo del movimento unitario, fino al suo compimento nel 1861. Non c’è discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre, sulle contraddizioni e tensioni di quel movimento che possa oscurare il dato fondamentale dello storico balzo in avanti che la nascita del nostro Stato nazionale rappresentò per l’insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni parte, Nord e Sud, che in esso si unirono. Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell’ingresso.

Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima dell’unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini – 1845 : “Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le nazioni d’Europa ; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l’uno dall’altro…Otto linee doganali….dividono i nostri interessi materiali, inceppano il nostro progresso….otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri”. E ancora, proseguiva Mazzini, Stati governati dispoticamente, “uno dei quali – contenente quasi il quarto della popolazione italiana – appartiene allo straniero, all’Austria”. Eppure, per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che non vi fossero “cinque, quattro, tre Italie” ma “una Italia”.

Cavour. Una vita diversa dal solito di Claudio Bellavita

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Politica nazionale | Posted on 07-08-2010

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In tempo di festeggiamenti sull’Unità d’Italia e sul suo 150nario, si sentiranno dire molte sciocchezze, in verità abbiamo già cominciato a sentirne: dalle urla scomposte di Bossi, che ha già cominciato a inveire contro l’Unità con i terroni, al rimpianto dei meridionali per le loro riserve auree e i bilanci in pareggio; dalla rivalutazione dei Borboni alle scempiagini sulla superiorità padana o papista .

Volendo dare un piccolo contributo alla discussione, sin modo un po’ più serio, postiamo questo piccolo saggio dell’amico e compagno Claudio Bellavita. Buona lettura.

Cominciamo dall’anagrafe: quello che tutti chiamano Camillo di Cavour, e che così si firmava, tecnicamente era Camillo Benso dei marchesi di Cavour, conte di Isolabella.

I Benso erano una antica famiglia di banchieri di Chieri, che già alla fine del 1200 si nobilitarono acquistando con altre 4 famiglie dal vescovo di Torino la signoria di Santena (che era un acquitrino). ne nacque un ramo cadetto, i Benso di Ponticelli (un pezzetto di Santena), che ebbero maggior fortuna e si comprarono prima la contea di Isolabella poi il marchesato di Cavour . Si dice che il secondo marchese abbia reso un importante servizio al Duca Carlo Emanuele II, sposando una sua amante francese, la Trecesson, che metteva le corna al ducale amante con il suo comandante delle guardie, che aveva il palazzo contiguo al suo, passando attraverso un armadio forato. Il tutto avveniva dove c’è adesso il San Paolo, dove di armadi forati non dovrebbero più essercene..

Il ramo principale, che solo nel 700 acquistò il titolo di conti di Santena, si estinse poco dopo, e iCavour acquistarono i loro diritti.

Infine, se Camillo avesse messo su famiglia, avrebbe potuto provvedere anche a suoi eventuali rami cadetti rivendicando  il titolo di conte connesso alla tenuta di Leri, che di fatto gli spettava. Ma, restato scapolo, non si venne mai a una divisione dei beni con il fratello Gustavo.

La famiglia, che si era piuttosto mal ridotta ai tempi del bisnonno Michele che mise al mondo ben 16 figli, di cui 8 figlie, tutte da dotare, si tirò su grazie al matrimonio del primogenito Filippo con Filippina di Sales, ricca ma soprattutto intelligente amministratrice, oltre che di idee molto avanzate per l’epoca, nonostante la parentela  con San Francesco di Sales. Fu la cosa migliore che fece il nonno di Cavour, che non doveva essere un’aquila visto che nell’esercito non andò mai oltre il grado di capitano mentre un suo fratello cadetto divenne generale.