ORIZZONTI RETROSPETTIVI. Mostra personale di Mauro Biffaro (Critica e proroga della Mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 14-08-2013

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bifaro sono come sogno

La mostra antologica e personale di Mauro Biffaro, “ORIZZONTI RETROSPETTIVI”, da me curata presso lo spazio InGenio arte contemporanea di Torino (info InGenio Arte Contemporanea C.so San Maurizio 14/E, Torino 10124 Tel 011 883157) è  prorogata fino a settembre.

Qui sotto la mia critica in accompagnamento alla mostra.

 

Mauro Biffaro è (è stato definito/si è definito) molte cose: un artefice, un lucano, un proletario dalla vocazione da ricco (fare arte), un epigono dei “poveristi”, un educatore, un anarco-individualista stirneriano, forse è tutte queste cose proprio perché  è un artista con una trentennale attività alle spalle, cui “InGenio Arte Contemporanea” dedica una mostra retrospettiva (Torino, 24 maggio -26 giugno 2013), che attraverso alcune opere esemplari intende ripercorre l’attività di questo poliedrico sperimentatore di materiali e linguaggi.  In lui convivono l’educatore/consulente didattico di importanti musei e istituzioni (per esempio, il Castello di Rivoli e La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) e l’artista che ha introiettato la lezione duchampiana sull’autonomia e l’autoreferenzialità dell’arte. Questa convivenza tra due figure nella stessa persona è possibile proprio in quanto Biffaro è molte cose: è un artista di origine lucana, quindi è radicato nel territorio (qualsiasi territorio, il suo territorio, quasi per fedeltà alla terra che lo ha generato);  è un artefice, proprio in quanto è un artista e pertanto sa che deve produrre, attraverso i materiali e i linguaggi più disparati, opere concettualmente ed esteticamente impegnative; ed è un artista di stampo duchampiano proprio in quanto è un anarco-individualista, che sa che il gesto artistico è frutto, destino ed espressione di una personalità libera è individuale.

Questo suo “essere molte cose” si rispecchia nel suo percorso artistico, che in trent’anni ha attraversato diverse fasi, ed in cui materiali e temi differenti sono stati affrontati, sapendo però che ogni volta che la sua sperimentazione si apriva a nuove soluzioni quella precedente andava, in qualche modo, conclusa e che queste fasi produttive erano altrettante aperture verso nuovi orizzonti di ricerca.  Biffaro ha infatti praticato e portato all’estreme conseguenze tutte le pratiche e i linguaggi con cui si è cimentato, iniziando una sperimentazione, portandola all’apice delle sue possibilità, per esaurirla e in questo modo permettersi di aprirne un’altra.

La mostra “orizzonti retrospettivi” si propone quindi di ripercorrere questo movimento concentrico della carriera dell’artista, tendando di individuare in questa traiettoria una filo rosso che renda ragione nel suo complesso della sua attività.  L’inizio della carriera di Biffaro (prima fase, anni ‘70-’80) lo vede animare un collettivo artistico politico dal nome “Collettivo Van Gogh libero” e sperimentarsi con un’ arte concettuale dalle influenze “poveriste” ( sono di questo periodo le opere “mare/rame” e il tappeto persiano dipinto sulla tela di iuta utilizzata per il trasporto dei tappeti stessi). Sono questi gli anni dell’Accademia e dell’impegno politico, in cui Mauro dà forma alla sua concezione dell’arte come espressione della libertà individuale e dell’autonomia del gesto artistico.

Nella seconda fase (anni ’80) l’artista comincia una ricerca sul linguaggio, le sue forme, il potere indicale dei codici linguistici e la loro arbitrarietà (è di questo periodo il ciclo sulle salamandre, i codici e i segnali stradali).

La terza fase inizia con una partecipazione alla mostra “Hic sunt leones II” (Parco Michelotti ex zoo di Torino, 1990), in cui Biffaro trasforma le sbarre della gabbia di una tigre in cavalletti, su cui appone una sua foto all’età di sei mesi e sul soffitto della gabbia una frase de “L’unico e la sua proprietà” di Stirner (“Unico ho ereditato il mio corpo, vivendo lo consumo”). È questa la fase del lavoro compiuto sulla comunicazione,  il linguaggio, il desiderio, la creazione dell’attesa e la manipolazione del consenso,  dell’esplicito lavoro sul rapporto tra linguaggio ed immagine.

La quarta fase, l’attuale,  vede l’artista lavorare con i ragazzi disabili, i down e i bambini, sviluppando un rapporto “appropriativo” delle potenzialità  e dei prodotti espressivi dei suoi educandi,  che diventano materiali di lavoro e sperimentazione per i suoi interventi artistici. Questo movimento concentrico della sperimentazione artistica ci consegna opere differenti per materiali e forma espressiva, ma in esso può essere rintracciato un filo rosso: il lavoro sui linguaggi, la comunicazione il desiderio e la sua manipolazione.

Mauro Biffaro è stato infatti, sin dagli anni ’70, un artista attento alla produzione di senso e significazione che la nostra società metteva in atto, al fine di produrre senso comune egemone e riprodurre in questo modo legami di subalternità e dominio.  Tutta la sua carriera è caratterizzata, infatti, da un interesse per il linguaggio come sede di vincoli simbolici che strutturano il desiderio e indirizzano l’azione, interesse che può manifestarsi in un lavoro sui codici o sulle fotografie stereotipali sull’amore romantico/passionale o sulle reclame.  Questa attenzione per il linguaggio è  dovuta alla sua formazione giovanile di grafico pubblicitario, che lo porta a leggere un nesso evolutivo tra la propaganda, la reclame, la pubblicità e la comunicazione tardo moderna, svelandone il meccanismo di creazione del desiderio e dell’attesa della sua soddisfazione. In questa prospettiva, la comunicazione non è nient’altro che una forma della seduzione e della manipolazione simile alla propaganda e il lavoro dell’artista si concentra nella produzione di cortocircuiti simbolico/cognitivi  dal valore smascherante e destrutturante, che presentano l’arte come una forma di  liberazione, in prima istanza per lo stesso artista che la pratica. Questo lavoro sul linguaggio e il desiderio, però, non è nient’altro che una ricerca sull’immaginario e le sue forme, che lui affronta con strumenti, materiali e pratiche diversi, siano essi la fotografia, le installazioni, la pittura…

Le opere in mostra sono rappresentative di questo percorso complesso ed affascinate e presentano l’utilizzo della rappresentazione foto realista (ad esempio in “Profumi e Balocchi”) come una risposta all’apologia dell’immagine, ponendosi in modo antagonistico ad un immaginario pubblicitario, che sembra essere diventato la cifra della società contemporanea, oppure  mettendo in scena il suo “vampirismo di ritorno” sull’immaginario e i materiali espressivi dei ragazzi con cui ha lavorato (intervenendo sulle opere da essi prodotte) o ancora intervenendo su strutture installative formate da giocattolini, che vengono assemblati e poi immersi nel colore, al fine di produrre strutture monocrome che attraverso la loro presenza, affermano e ricordano l’assenza che va colmata dalle narrazioni immaginarie di coloro che ad esse si rapportano.

Biffaro è un artista vero, un artista concettuale,  che crede nell’autonomia dell’arte e nella sua capacità di aprire orizzonti di senso, che lui ha cercato di portare a rappresentazione in trent’anni di lavoro, che sono attraversati e costituiti dal filo rosso delle  figure del desiderio e dalle pratiche linguistiche. Un filo rosso che questi “orizzonti restrospettivi” in mostra cercano di restituire nella loro articolata e lunga complessità.

 

Roberto Mastroianni

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari  in differenti Università Italiane e straniere.

 

IRENE PITTATORE In principio era il verso. A cura di Roberto Mastroianni.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 07-05-2013

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materassi foto

Margini, scarti, linguaggio e figurazione nelle performance anti-naturalistiche del “verso”

 

“In principio era il verso, un urlo, un ringhio”, direbbe Irene Pittatore, un “verso” capace di far scaturire la forza contraddittoria, brutale, creativa e al contempo autodistruttiva della vita, ma nello stesso tempo era il “verso” che come figura linguistica, metrica e stilistica è capace di portare con sé razionalità e ordine poetico, diremmo noi.

Nell’arco disegnato tra il “verso”, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il “verso”, inteso come “unità metrica”, si colloca tutta la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il “verso” – “unità metrica”, le opere dell’artista articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una “rappresentazione” che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale.

La ricerca di Irene Pittatore parte, dunque,  da qui e si concentra sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, in una società che sembra ormai popolata di macerie e rovine, coscientemente espulse dal nostro immaginario cognitivo e ordinatamente collocate ai margini dell’auto-rappresentazione mainstream. È questa, infatti, un’autorappresentazione ordinata, asettica e pubblicitaria che fa proprie le retoriche di una società “ben organizzata”, ma che è in verità solo medicalizzata e ordinata secondo le forme narrative di un sogno (pubblicitario) precariamente realizzato. Una società che ha bisogno di creare “periferie” e “margini” interni ed esterni, in cui la centralità è posta dalle logiche del consumo e del potere, la quale produce esclusione, relegandola in zone d’ombra rimosse, in cui vengono collocati come “scarti” gli elementi non ascrivibili al proprio regime narrativo, al proprio “ordine del discorso”.

La vita è però eccesso di senso, la cui forza straborda rispetto allo spartito impostole dalle logiche del potere e dalle retoriche di verità: un eccesso di senso rimosso, anestetizzato, addomesticato e presentato nelle forme dell’organizzazione sociale, delle pratiche dell’innovazione e della bellezza artefatta, pratiche tese a presentare modalità di “vita giusta e buona”, che vedono nelle metropoli contemporanee il proprio palcoscenico privilegiato, in cui va in scena un’opera teatrale incapace di imporre fino in fondo il proprio copione e che è costretta ad inventarsi dei margini in cui relegare l’eccedere del senso e la marginalità indotta ed autoindotta. Le performance di Pittatore si collocano qui: nei margini veri o presunti dello spazio metropolitano contemporaneo, nei luoghi fisicamente marginali (le periferie degradate, gli spazi verdi apparentemente selvatici, ma urbanisticamente determinati, sulle linee di mappe fittizie o virtuali..) o simbolicamente di confine (il rapporto di genere, il conflitto/ incontro tra generazioni…). Questo perché il gesto artistico di Irene si rifà sempre a quel “duplice verso”, la cui forza vitale e genuina si può cogliere solo nei “margini” interni ed esterni, tra i “resti” di quelle “rovine”, che popolano il nostro immaginario e il nostro paesaggio cognitivo, presentandoci un mondo di macerie ordinate ed esteticamente organizzate, che non possono e non devono però essere “restaurate”, ma che devono in qualche modo essere “rovinate”, in modo che dai loro resti possa emergere senso e significazione.

A ben vedere però, quella della Pittatore non è un’estetica o  una poetica degli “scarti” e dei “resti”: non vi è nella sua ricerca e nella sua poetica un’attenzione compiaciuta o auto compiaciuta e fine a se stessa per la marginalità o per lo scarto, sia esso di umanità o materialità, ma un’attenzione per le spazialità antropiche e gli effetti di linguaggio che le producono. L’attenzione infatti non è posta sul disagio, sulle contraddizioni sociali, esistenziali, politiche o ideologiche che producono “marginalità” o che vengono presentate come “scarti” dal mainstream, o forse sarebbe meglio dire non è solo posta su questi elementi, ma soprattutto sui meccanismi simbolici e linguistici che producono differenza: differenza sociale, sessuale, generazionale, culturale, antropologica…