Volta la carta e dietro trovi la vita… auguro a tutti un anno che valga la pena di essere vissuto!

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Eventi | Posted on 31-12-2014

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Un augurio per una vita piena, con il grande Faber, per ricordare a tutti di ricordarsi di vivere… e che dietro ogni cosa c’è ancora la vita con la sua forza, bellezza, dolori e speranze…

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Volta la Carta

C’è una donna che semina il grano
volta la carta si vede il villano
il villano che zappa la terra
volta la carta viene la guerra
per la guerra non c’è più soldati
a piedi scalzi son tutti scappati

Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più.

C’è un bambino che sale un cancello
ruba ciliege e piume d’uccello
tira sassate non ha dolori
volta la carta c’è il fante di cuori.

Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
volta la carta il gallo ti sveglia

Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte intorno alle dita
ha una collana di ossi di pesca la conta tre volte in mezzo alle dita.

Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
gli inzucchera il naso di torta di mele

Mia madre e il mulino son nati ridendo
volta la carta c’è un pilota biondo

Pilota biondo camicie di seta
cappello di volpe sorriso da atleta

Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more.
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira che gira che parla d’amore.

Madamadorè ha perso sei figlie
tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto con le borse degli occhi

Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.

 

What do we talk about when we talk photography?

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me..., Dove sono - Appuntamenti, Teoria e critica filosofica | Posted on 07-12-2014

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Nei prossimi giorni parteciperò, in qualità di relatore, a questo Congresso Internazionale di filosofia che si terrà a Mosca sui temi della “fotografia”, dell’immagine e dell’immaginario.

Sotto maggiori informazioni. 

 

International Conference “What do we talk about when we talk photography?” (Faculty of Philosophy, National Research University Higher School of Economics, December 11-13, 2014)

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Today photography is losing its former borders on the one hand, as it is dissolved in contemporary art but on the other hand, a photographic image, being a part of everyday communication in social networks, acquires a new grammar. At the same time a vast number of photographs which refer us to the past is becoming today accessible to everyone thanks to digital technologies, whereas the scale and the speed of spreading the images raise complicated tasks for the researcher. All the former and contemporary contexts urge us to assess the photographic medium over and over again theoretically, and to adopt this understanding of photography while working in museums, galleries and archives.

Aesthetic, philosophical, culture-historical discourses on photography are different but they have common features. In contemporary approaches to the research in photography the stress is shifted from the image itself to the problems of cultural vision: the context of the surroundings, the cultural norms and the social practices which determine the meaning of the photographs.

The Conference “What do we talk about when we talk photography?” is timed to the first Exhibition of Stereo Photographs from the archive of Sergei Chelnokov (1869-1924) who was an amateur photographer. He took pictures at the turn of the century both of the everyday life of his family and of the historical events (from the Russian-Japanese War up to the Paris Exhibition of 1900).

This Exhibition which fosters understanding of the photography of the time “after” (after the history, after the photograph) permits in the first place to discuss various themes for constructing history (both history on  large scale and history of everyday life), as well as themes of the specific status of the archive and of the erased borders between genres. This Exhibition is called upon to promote studying unknown collections and to study the specifics of the stereoscopic photographs referring to the issues of “new materiality” of photography. It also makes us take a diverse view of the photographs depending on the situation in which they are presented.

The aim of the Conference is to engage specialists working in  different fields of research: philosophers, specialists in cultural studies, historians, anthropologists, sociologists as well as those who are involved in practical research: museum workers, curators, collectors, artists, photographers to the discussion of the current problems of photography.

Program of the International Conference : what-do-we-talk-programm-rus-eng (1)

L’eredita di Villa Nevski (presentazione del romanzo di Eero Tarasti)

Posted by roberto09 | Posted in Dove sono - Appuntamenti, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 04-12-2014

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Gli amici dell’associazione italo finlandese Minuski hannno organizzato la presentazione torinese dell’ultimo romanzo di Eero Tarasti,  cui sono lieto di invitarvi.

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Giovedì 4 dicembre ore 19.00

Presentazione di L’eredità di Villa Nevski di Eero Tarasti (Casa editrice Carabba)

con l’autore e Roberto Mastroianni.

Modera l’incontro Eija Tarkiainen di Minuksi.

Unica data torinese.

Un giovane impiegato di una agenzia viaggi fa, per caso, la conoscenza di una vecchia signora russa che abita in una villa in rovina e che sta scrivendo il romanzo della sua vita. La signora, di nome Sandra, chiede al giovane di trascrivere l’opera ambientata, in gran parte, in un castello dell’Estonia, Villa Nevski. Il romanzo inizia con una cena di fine estate organizzata proprio a Villa Nevski, alla quale partecipano familiari e amici provenienti da vari paesi d’Europa. I protagonisti parlano molte lingue e sono personaggi grotteschi, umoristici, a volte tragici e ribelli; non mancano i conservatori, qualche intellettuale e un artista famelico di fama. Attraverso le vicende e i dialoghi dei protagonisti, emergono i valori europei e come essi si siano preservati o distrutti o trasformati nel corso del ’900. La vicenda è ambientata tra la Villa in decadenza, la Parigi degli Esistenzialisti, il Brasile e la Siberia. L’aspetto epico e il racconto si armonizzano e si completano in un inaspettato epilogo.

Eero Tarasti (1948) è professore di Musicologia all’Università di Helsinki dal 1984, fondatore e direttore dell’International Semiotics Institute (ISI) di Imatra dal 1988 e presidente dell’IASS-AIS (International Association for Semiotic Studies) dal 2004. Ha pubblicato Myth and Music (1979, trad. francese 2002), Heitor Villa-Lobos (1985), A theory of Musical Semiotics (1994, Sémiotique musicale 1996), Existential Semiotics (2000), Signs of Music (2002, I segni della musica 2009), Fondamenti di semiotica esistenziale (Laterza 2009).

PRIMA CHE IL GALLO CANTI di Margherita Levo Rosenberg (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 22-11-2014

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invito

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a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 21 novembre 2014 ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

Prima che il gallo canti

 

Astratta come l’aria

la poesia di un giorno

arresa al pugno zeppo di diamanti

luccicanti nel sole

prima che il gallo canti

la prima volta

Margherita Levo Rosenberg, 2006

“Prima che il gallo canti” di Margherita Levo Rosenberg è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il sesto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva antologica del lavoro di Margherita Levo Rosenberg: artista e psichiatra genovese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sul linguaggio e il riciclo/riuso di materiali organici e inorganici e una ricerca sul nesso tra espressione, percezione e materialità nell’articolazione oggettuale del mondo.  L’utilizzo dei materiali e l’incorporazione dei giochi linguistici quotidiani nelle opere, spesso presentate in una serialità dalle minime alterazioni di forme, materiali e concetti, porta all’attenzione le dinamiche strutturali di una realtà solo apparentemente stabile e in precario equilibrio. Tutta la ricerca di Levo Rosenberg è imperniata sul tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, linguaggio-realtà, idealità-materialità, restituendo artisticamente i dispositivi linguistici che presiedono alla morfogenesi del reale.

“Prima che il gallo canti” è il titolo che questa retrospettiva mutua dalla narrazione evangelica, con un chiaro riferimento al tradimento di Pietro tratto dal verso di una poesia scritta dalla Rosenberg nel 2006, che si presenta come metafora di un’età dell’innocenza, che lo sguardo e la tonalità affettiva della pratica artistica tentano continuamente di ri-attualizzare. Una metafora che parla di quel tradimento di noi stessi e delle nostre intime vocazioni e aspirazioni, che la nostra quotidianità e la nostra crescita psico-fisica rinnegano precocemente (metaforicamente “prima del primo canto del gallo di cui abbiamo coscienza”), è che, in questa prospettiva, indica la possibilità di tornare alla sorgente di stupore e meraviglia, cui l’arte tenta di attingere tutte le volte che l’artista genovese cerca di rendere ragione del rapporto dell’uomo con il mondo. Fin dagli anni ’90 del secolo scorso, Margherita Levo Rosenberg ha infatti indirizzato la sua ricerca e sperimentazione artistica verso la messa in forma del rapporto tra la cosalità oggettiva della realtà e la percezione, interpretazione, comunicazione degli effetti di senso che gli esseri umani attribuiscono alle cose, attraverso un lavorio ermeneutico e produttivo. Per l’artista genovese l’arte si occupa, pertanto, “sempre e soltanto” della realtà, che si presenta come mutevole in base al sentire e interpretare dell’essere umano in generale e del fruitore dell’opera in particolare, ed è proprio di questo mutamento percettivo e della sua interpretazione che la Levo Rosenberg tenta di rendere ragione, restituendo al contempo la dimensione di quel senso di stupore, spesso rimosso, che gli esseri umani provano tutte le volte che si trovano per la prima volta innanzi allo spettacolo della natura o della cultura. In quest’ottica, la pratica artistica è una specie di reality test, che Margherita conduce sul mondo, sulle sue forme in relazione allo spazio e all’organizzazione grammaticale del reale, in vista di una ri-produzione laboratoriale delle dinamiche che danno forma alle cose, che le rendono percettibili, comprensibili e comunicabili.  Il risultato del test è evidente: tra le “cose”, la loro “rappresentazione produttiva” (che permette agli esseri umani di prendere e assumere la datità come realtà dopo averla interpretata e maneggiata), la loro “ri-produzione artistica” e la percezione/comprensione si instaura sempre una dinamica comunicativa, che è soggetta ad “opportuna” o “aberrante” decodifica e interpretazione.  In altre parole la realtà, nella sua verità e fisicità, è sempre innanzi agli esseri umani che la mettono in forma attraverso processi di natura sensoriale e linguistico-discorsiva; l’incomprensibilità del reale a questo punto è solo una questione di corretta comunicazione, spesso inficiata da pregiudizi, errori, incapacità etc., che tocca all’artista ripristinare, attraverso un lavoro sulle forme e la loro organizzazione interna. Per questi motivi sin dai primi anni ‘90 Margherita Levo Rosenberg ha indirizzato la sua ricerca sull’indagine delle possibilità espressive di materiali extra-pittorici, capaci di restituire la concretezza e l’ambiguità delle cose e delle nostre rappresentazioni di esse, integrando prospettive teoriche e sperimentazione artistica in una ricerca decostruttiva e critica e priva di stereotipi e cliché ideologici.  Da questo punto di vista, la pratica di Levo Rosenberg ha evitato di “tradire se stessa prima che il gallo cantasse”, rifiutando mode e soluzioni semplicistiche ed esplorando in modo coerente la propria vocazione, le strutture e le dinamiche che mettono in forma la relazione tra l’uomo e il mondo. Le opere di Margherita diventano così portatrici di una sensibilità che vuole indicare un differente modo di relazionarsi allo spazio e agli oggetti, che emergono da esso e in esso, suggerendo possibilità interpretative rafforzate da un lavoro sul linguaggio e sulle strutture percettive del soggetto. Nei lavori dell’artista si mischia infatti una sperimentazione nell’uso di materiali eterogenei, attenta ad un’armonia formale che pone in equilibrio elementi poveri o naturali (legno, plastica, elementi di recupero) con una concettualizzazione formale, spesso espressa nella titolazione delle opere e finalizzata ad esprimere la complessità del presente, il superamento dei quotidiani vincoli e giochi linguistici, delle convenzioni e degli stessi limiti materiali.

Le opere contengo, inoltre, possibili indicazioni di lettura come nel ciclo “La pipa di Magritte” o in “Ultimo pomodoro”, “Quadri, quadrati a quadretti” oppure in “Concetto-oggetto”, che si presentano come tracce da seguire nella fruizione e grimaldelli per scardinare una lettura ingenua del testo visuale, permettendo allo spettatore di accedere ad una dimensione distonica dell’opera che mette in questione la resa ingenua della rappresentazione e della percezione delle cose. Questo è possibile è in quanto tutte le opere di Levo Rosenberg sono il frutto di un’interazione tra asserzioni concettuali e prassi operative, che mettono in luce la densità del pensiero e dell’interpretazione che determina sempre la messa in forma del reale. La relazione soggettività-oggettività e quella percezione-comprensione diventano pertanto il centro della messa in forma delle opere, e vengono affrontate con la consapevolezza che il percepire e l’esprimere sono grammaticalmente organizzati e che questa organizzazione possa essere messa in discussione, attraverso dei cortocircuiti visivi che ne portino a galla il carattere “artificioso”, nel senso di costruito nell’interazione tra percepire, interpretare e pensare.

Erede in una solida cultura contadina, l’artista è cosciente che la materialità sia un valore da preservare e che le cose stesse siano nella loro materialità dense di senso e significato, per questo motivo la pratica dell’accumulo degli scarti organici o inorganici (rami secchi, pellicole di plastica…), di oggetti di uso comune (spilli, pezzi di filo…) o prodotti industriali (ex. le lastre per radiografie) è propedeutico ad un riuso e riciclo dei materiali che dona ad essi una seconda vita simbolica, capace di creare giochi  espressivi, che si presentano come dispositivi di senso e che parlano della realtà alludendola. In questa pratica risiede una vocazione alla “misurazione del reale”, alla sua scomposizione nelle forme prime e a una sua restituzione in nuove conformazioni, che si presenta come scelta teorica e operativa, estetica ed etica. Non solo il mondo viene scomposto in forme elementari, per esempio triangoli, sfere, quadrati…, che vengono successivamente riarticolate in installazioni oggettuali, ma anche gli oggetti ormai privi di funzione e valore vengono ri-utilizzati in una mappatura del mondo che produce oggetti dal forte impatto simbolico e dalla forte materialità, (ex. l’opera “Madre di Vento”, 2013). Questi presupposti etici ed estetici non impediscono però alla Levo Rosenberg di dare vita ad installazioni dal forte carattere ironico e pop (ex. “Idea del cavolo”, 2001) che aggiungono un gusto dissacrante e leggero a questa pratica di decostruzione e ricostruzione del mondo, operata attraverso la concettualizzazione e la ri-articolazione di elementi di riciclo trasformati in strisce, triangoli, coni, sfere che diventano i “tasselli” di nuove configurazioni visuali.

Nella storia artistica di Margherita vi è, insomma, un’attenzione alla realtà e alle sue configurazioni, alla morfogenesi dei fenomeni, che vede nell’emergere delle forme e nel loro significato una stabilizzazione di processi costruttivi e decostruttivi. Anche il materiale di elezione utilizzato (le pellicole radiografiche) racconta di una volontà di mettere a nudo la realtà nelle sue strutture profonde, fissandole in rappresentazioni che parlano della loro impermanenza e che alludono al continuo trasformarsi delle cose in relazione con lo spazio e gli esseri umani. Le installazioni di Levo Rosenberg si presentano quindi come oggetti dalla grande forza evocativa, in grado di costruire un sottile e armonico equilibrio tra l’interiorità e l’esperienza della realtà fenomenica, tra figurazione geometrica e suggestione mimetica, tra materialità e concettualità.

 

 

 

 

 Margherita Levo Rosenberg | è psichiatra ed arte terapeuta. 
Dai primissimi anni novanta la pratica artistica diventa elemento vitale, si arricchisce di nuova consapevolezza, con le esperienze delle ricerche psicologiche sulla creatività, la formazione e la pratica psicoterapeutica attraverso il linguaggio visuale. 
Nel 1992 fonda il gruppo Pandeia e declina il proprio stile come cifra del procedere cognitivo, espressione della continuità dei processi di pensiero indipendentemente dall’esito formale dell’opera. 
Dal 1996 fa parte dell’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata del progetto “artismo”, ha curato eventi espositivi approfondendo studi e ricerche sulla creatività e sulle applicazioni psicoterapeutiche del linguaggio visivo. 
Su questi temi ha relazionato a congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. 
Opere in collezioni private e museali. 
Vive e lavora a Genova.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

“Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda” di Martina Corgnati

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Teoria e critica filosofica | Posted on 18-11-2014

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Segnalo l’uscita di questo bellissimo libro della mia amica Martina Corgnati per  Johan e Levi editore. Il libro è la prima biografia in assoluto di Meret Oppenheim, un testo scritto benissimo e con alle spalle una ricerca di archivio portata aventi da una storica dell’arte di raffinata sensibilità e cultura. Una lettura che consiglio a tutti. Seguirà una mia recensione…

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AFFERRARE LA VITA PER LA CODA

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Donna, artista, outsider, icona: dal fulminante esordio con Colazione in pelliccia, destinato ad aprirle poco più che ventenne le porte del moma, al lungo e impervio cammino intrapreso per liberarsi di ogni etichetta artistica, ideologica e di genere, Meret Oppenheim (1913-1985) è una delle poche figure femminili della storia divenute leggendarie per aver osato sfidare regole e pregiudizi millenari in nome di una vocazione autentica.

Una vocazione artistica ed esistenziale che la porterà a scelte e posizioni di rottura tutt’altro che facili, non solo nei confronti della società benpensante dell’epoca ma anche degli insidiosi pregiudizi cui non può dirsi immune lo stesso milieu artistico e letterario del suo tempo. Musa venerata da Man Ray, pupilla irriverente di Breton, complice e lei stessa protagonista delle più grandi sperimentazioni e delle più appassionanti avventure artistiche del Novecento, Meret Oppenheim si muove lungo il secolo con la libertà e l’originalità disinvolta e a tratti sofferta dei purosangue.
Dall’avvicinamento alle teorie di Carl Gustav Jung al folgorante incontro con i surrealisti, dalla lunga lotta con la depressione all’attrazione inesorabile che a soli vent’anni la lega fatalmente a Max Ernst, dall’intenso e profondissimo sodalizio artistico con Alberto Giacometti all’amicizia segreta e finora ignota con Marcel Duchamp, Martina Corgnati traccia un accurato e appassionante ritratto della donna e dell’artista che, contro i facili stereotipi di un’arte tutta al femminile, sulla scia di Virginia Woolf e di Lou Salomé ha avuto il coraggio di gridare alle donne di ogni tempo: «La libertà non ci viene data, dobbiamo prendercela».

Il volume è stato realizzato con il sussidio di Pro Helvetia.

Tedesca di nascita e svizzera d’adozione, Meret Oppenheim (1913-1985) è stata una delle artiste più eclettiche del secolo scorso. Grazie agli influssi e contatti della nonna Lisa Wenger e della zia Ruth, entrò in contatto in giovanissima età con artisti e letterati. Il suo esordio artistico risale al 1933, quando fu invitata da Alberto Giacometti e Hans Arp a esporre al Salon des Surindépendants; da quel momento fece parte del gruppo dei surrealisti e l’innovatività della sua arte fu così dirompente che Colazione in pelliccia del 1936 fu immediatamente acquistata dal Museum of Modern Art di New York. Vari cataloghi si sono occupati della sua arte ma nessuna pubblicazione, ad oggi, si è concentrata sulle sue vicende private.

Un intenso lavoro sul ricchissimo archivio epistolare dell’artista e la stretta collaborazione con gli eredi e la Fondazione Meret Oppenheim sono gli ingredienti di questa prima biografia scritta da Martina Corgnati (già curatrice della grande mostra Meret Oppenheim del 1998 e coautrice del recente volume dedicato all’epistolario dell’artista). Il libro ripercorre, a ritmo serrato, la vita privata e artistica, approfondendo le relazioni affettive, le modalità di lavoro e l’irrefrenabile creatività dell’artista, con sorprese e rivelazioni che affiorano dalla corrispondenza della Oppenheim. Il testo è accompagnato da immagini tratte dagli album di famiglia, oltre che da riproduzioni delle opere più significative.

 

Collana: Biografie

ISBN: 978-88-6010-085-6

Prezzo: € 35,00

Pagine: 540

Margherita Levo Rosenberg. “Prima che il gallo canti”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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invito

Personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

Inaugurazione Venerdì 21 novembre ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 dicembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

PEPPA PIG di Francesco Mangiapane

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Teoria e critica filosofica | Posted on 18-11-2014

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Segnalo l’uscita di questo libro, in formato e-book, dell’amico Francesco Mangiapane per Doppiozero. Francesco è un brillante e giovane semiotico che ci ha offerto un interessante saggio teorico su un fenomeno di costume come Peppa Pig. Un libro che vale la pena di essere letto.

Peppa Pig

 di Francesco Mangiapane

Miti d’oggi, saggistica, anno: 2014

isbn: 9788897685401

prezzo: €3,00

Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub

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Peppa Pig è la regina delle serie tv rivolte per prima infanzia. Le sue puntate sono trasmesse in tv più di cinquanta volte al giorno da Rai YoYo e altri canali tv. Rappresentano un intrattenimento immancabile e, per certi versi, ineludibile per i piccoli. Il successo di Peppa Pig supera gli argini della programmazione televisiva ed è diventato fenomeno di costume, proliferando nei media più diversi (cinema, tv, internet e quant’altro). Estende anche il potere di fascinazione al mondo delle merci: Peppa si vende in ogni forma e modo, dai quaderni alle magliette, dai pupazzi ai gadget portatili. Peppa è diventata una metafora dei nostri tempi. Ma cosa davvero ci chiede la simpatica maialina protagonista della serie?

Per rispondere a questa domanda Francesco Mangiapane, semiologo e papà di due bambini, passa in rassegna il mito di Peppa nelle sue infinite emanazioni, ne ricostruisce la storia e la fortuna, ma non si ferma qui. Nota come, dietro un apparente conservatorismo di ambienti e situazioni, la serie proponga una nuova forma delle dinamiche familiari, una vera e propria nuova famiglia, a partire dai problemi e dalle opportunità dello scenario contemporaneo. Organizzazione del lavoro, identità di genere, differenze generazionali fra padri figli e nonni, sono solo alcuni dei nodi sensibili su cui la serie si schiera, riarticolando creativamente problemi e criticità dei nostri anni, fino a proporre il suo immancabile lieto fine.

Ma c’è di più, il discorso di Peppa Pig non rimane legato all’attualità. Comparandolo con altri cartoni delle serie tv per bambini presenti nei palinsesti televisivi, si può riconoscere in Peppa Pig una proposta di senso più generale, un archetipo che punta sul recupero del corpo e sulla ritrovata complicità emotiva fra i componenti del gruppo familiare oltre ogni individualismo. Il successo di Peppa Pig è doppiamente segno dei tempi: da una parte, prende posizione sul contesto e l’orizzonte di vita delle famiglie contemporanee; dall’altra, rivela l’attitudine più profonda ed epocale, quella a un complice epicureismo collettivo.

 

Francesco Mangiapane è assegnista di ricerca in Filosofia del Linguaggio (Semiotica) e dottore di ricerca in Disegno industriale, arti figurative e applicate. Si occupa di analisi della contemporaneità. Nella sua attività di ricerca, ha approfondito le questioni legate ai nuovi e ai vecchi mezzi di comunicazione, all’identità visiva e al brand, al cibo e all’identità culturale nella rappresentazione che ne danno i media. Scrive per Doppiozero e altri magazine di approfondimento culturale.

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Sommario

1. L’egemonia di Peppa

2. Il sistema Peppa

3. Peppa & friends

4. Miti d’oggi

5. Conclusione

Note e notizie

Bibliografia

 

 

QUESTO FILO È LUNICA COSA CHE MI LEGA ANCORA A TE (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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Dal 7 al 22 novembre 2014

InGenio Arte Contemporanea.

Inaugurazione venerdì 10 ore 17.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Testo Critico a cura di Roberto Mastroianni

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Ingenio Arte Contemporanea
Corso San Maurizio 14/e Torino
Apertura su richiesta dal martedì al sabato, dalle ore 9.00 alle 19.00, orario continuato.
Telefono 011 883157- ingenio@comune.torino.it

 

Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te

“Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te” è un’installazione interattiva site specific, nata dalla collaborazione tra l’artista Ennio Bertrand, Docente di Sistemi Interattivi e sei studentesse dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino (Elena Barberis, Federica Lincetto, Chiara Mazzotta, Elahe Salarzehim, Giulia Somma, Martina Stocchetti).

 

L’opera, ospitata negli spazi di InGenio Arte Contemporanea, si colloca all’interno del filone di ricerca sull’accessibilità per  un pubblico non vedente avviato nel 2012 – in preparazione di Arte Plurale – da Ennio Bertrand in collaborazione con Francesco Fratta dell’UICI Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino, con il coinvolgimento attivo di  studenti  nella progettazione,  realizzazione e mediazione culturale.

L’opera si presenta come una rilettura installativa del testo di Jean Cocteau La Voce Umana (1930).

Questo monologo sul crepuscolo dell’amore, sull’abbandono e l’incomunicabilità, vede come protagonista una donna che, attaccata al telefono cerca disperatamente di trattenere l’uomo che l’ha appena lasciata per un’altra donna, e consapevole dell’abbandono si strugge, trovando sull’orlo del suicidio – come unica ragione di vita – la telefonata promessa dall’amato. Cocteau usa il dramma straziante della donna frustrata e malata d’amore per setacciare l’angoscia umana, portando a rappresentazione un impasto contradditorio di tristezza, delusione, voglia di rivalsa, umiliazione, disperazione, affrontato dalla protagonista con apparente dignità che cede il posto allo sconforto, alla disperazione e ad improvvisi slanci d’ira. Il filo del telefono si trasforma così nell’unico, precario, e apparentemente indiscutibile strumento di relazione con l’altro e con le proprie emozioni.

A partire dal lavoro dell’artista francese e dalle sue innumerevoli interpretazioni cinematografiche e teatrali, Bertrand e le sue allieve mettono in scena l’interazione del pubblico con 4 telefoni, sviluppando la narrazione da quattro punti di vista diversi. Si crea così un gioco di immedesimazione, interazione e scambio di identità, attraverso cui il fruitore dell’opera ha la possibilità di entrare percettivamente e visivamente nella trama del testo, scomporlo e ricomporlo in una fruizione personale, ma comunque volutamente distonica. L’opera dell’artista francese viene infatti smembrata e ri-articolata e da essa vengono estrapolati alcuni nuclei tematici: la “violenza sulla donna”, la “fedeltà al testo”, il “discorso diretto/interpellazione” e la “vena tragicomica”, che diventano gli assi portanti dell’installazione. Attraverso la ricostruzione di una camera da letto, in cui gli oggetti ripropongono iconicamente le retoriche romanticamente leziose sulla condizione femminile, e la messa nello spazio di un artificioso letto a baldacchino, sul materasso del quale sono collocati i telefoni vintage, viene creata un’atmosfera di sospensione che si presenta come contesto ideale per la creazione di una fruizione relazionale dell’opera. Il pubblico è chiamato ad attivare l’installazione sollevando una delle cornette degli apparecchi telefonici, ad ognuno di essi sono stati attribuiti stralci casuali del testo, recitati dalla voce delle attrici, che nel tempo hanno interpretato La voce umana a teatro o al cinema, voci che si accompagnano alla proiezione sul materasso di immagini tratte da film contemporanei, che con i quattro temi e con il testo recitato non hanno niente a che fare. In questo modo l’installazione dà vita ad un contesto immersivo basato sugli innumerevoli montaggi narrativi che i fruitori possono mettere in atto. Il telefono diventa pertanto lo strumento attraverso cui il pubblico viene sollecitato, diventando interlocutore primo di una domanda/interpellazione esistenziale che arriva dalla cornetta o dalle immagini proiettate sul materasso. I fruitori possono allora decidere di immedesimarsi nella protagonista de La voce umana, accettando le sfide esistenziali del testo, oppure creare una narrazione composita attraverso l’articolazione di immagini e parole differenti. In ogni modo, la percezione concomitante dello spazio, delle immagini proiettate sul materasso creano un effetto distonico, capace di restituire l’atmosfera angosciante, anche se ironicamente articolata, gli intervalli e i silenzi, i vuoti della coscienza, della memoria e della percezione di sé alla base dell’opera di Cocteau. Se la grandezza de La voce umana è quella di elevare l’incomunicabilità e il vuoto a tema e la presenza di un canale comunicativo ad apertura vitale di speranza ed emozioni, il valore di questa installazione è restituire al telefono, oggetto ormai di uso comune e simbolo della banalità del quotidiano, la sua funzione di tramite con l’interiorità umana attraverso una costante relazione con gli altri. L’opera dà infatti vita a una molteplicità di spazi in cui prendono forma sollecitazioni sulla “quotidiana comunicativa” delle persone: uno spazio “reale” (quello della camera da letto della donna, nella piece e nell’installazione), uno “virtuale” (quello della telefonata/e, per essere più precisi quello contenuto negli apparecchi telefonici, di entrambe le opere) e  uno “immaginario” (quello delle emozioni e della riflessione sull’identità e sull’esistenza), nonché uno “relazionale” (quello messo in atto dai fruitori). In questa composita stratificazione di spazi, riferimenti testuali e visive, e relazioni, la condizione umana trova una possibilità di essere interrogata e portata a rappresentazione, attraverso un’installazione di forte impatto e valore concettuale.

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Ennio Bertrand vive a Torino e lavora impiegando immagini e tecnologie digitali. Le sue opere ripropongono minuscoli eventi, isolati dal flusso indistinto di informazioni e immagini che saturano le soglie della percezione, e quindi dilatati come sotto la lente di un microscopio da laboratorio.

Così nascono i Cieli, preziosi velluti trapuntati di piccoli LEDs che si illuminano con ritmi minimali. Le sequenze di fotogrammi televisivi riorganizzate in micro racconti di due, quattro o più immagini, si impongono con la forza di un tempo infinito nonostante provengano da una visione di frazioni di secondi.

Le installazioni sonore sono spazi interattivi in cui ogni movimento, nostro o di altri esseri viventi, viene amplificato e tradotto in suono, parola, immagine cangiante. O ancora sculture ottenute esclusivamente attraverso sistemi computerizzati, senza alcun intervento manuale e virtualmente riproducibili all’infinito.

È membro dell’associazione Arstechnica fondata nel 1988 a Parigi presso “La Cité des sciences et de l’industrie, La Villette” e cofondatore di Arslab, Arte Scienza e Nuovi Media a Torino nel 1996.

 

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari in differenti Università italiane e straniere.

 

 

 

A cena con Babette

Posted by roberto09 | Posted in Eventi | Posted on 18-11-2014

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Segnalo il libro in uscita di un amico (Lorenzo Bianciardi), brillante e giovane semiotico senese esperto di cinema e buona cucina. Sono sicuro che sarà un’ottima lettura per tutti.

 

A cena con Babette

di Lorenzo Bianciardi e Giovanni Pellicci

pp. 160 - euro 14,90

Morellini Editore

in libreria dal 27 novembre

Metti una sera a cena due amici giornalisti. Uno cinefilo fin dalla culla, ma con la passione per il gusto dalla prima poppata. L’altro esperto di vino e ricette ma sensibile alle magie del grande schermo.

A cena con Babette è il risultato di una conversazione appassionata che ruota intorno ai sapori evocati dai film e che si trasforma in pagine da sgranocchiare. Lorenzo Bianciardi e Giovanni Pellicci hanno “mangiato” per voi alcune delle più deliziose pellicole “di gusto”, per suggerire insoliti abbinamenti enogastronomici ed esperimenti culinari. Il capolavoro di Ang Lee Mangiare bere uomo donna può così sposarsi con una invitante aragosta alla catalana e un calice fresco di Vermentino di Gallura; Un’ottima annata, della mitica coppia Scott-Crowe, propone invece un piatto “lento” come il peposo, in abbinamento con il famigerato Cannonau di Sardegna; infine, se Tim Burton, nel suo La fabbrica di cioccolato, ci invita ad immaginare un delizioso cioccolato al peperoncino con il Barolo Chinato, sempre una pellicola che ha come protagonista Johnny Depp, Chocolat, ci suggerisce un’audace combinazione: tagliatelle al cacao e Morellino di Scansano!

Insomma, non tanto un corso di cucina a schede o un libro di ricette, quanto piuttosto un invito a lasciarsi trasportare dall’energia di sequenze squisite per finalizzarla con sapori sorprendenti, alla scoperta di emozioni che prolungano il sapore del film e mettono l’acquolina in bocca. Gustare per credere…

 

“Attraverso” di Verteramo (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 11-11-2014

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Segnalo l’Art Movie di Verteramo, presento  a The Others 2014, e il mio testo critico che lo accompagnava.

Scrive l’artista: “Attraverso pone al proprio centro la riflessione sulla violenza che riguarda la donna.

Questo lavoro è nato dal mio dialogo intercorso con prostitute, donne aventi un vario trascorso sentimentale ed emozionale, ma molto lontano dalla mia realtà. Ho raccolto e “sentito” la loro sofferenza, la loro solitudine. Mi sono accorta di come la violenza non sia solo quella riconoscibile, cioè quella fisica, ma possa essere verbale e avere radici sottili, ancora più profonde.

Ho voluto dedicare il video a tutte le donne che ogni giorno vivono piccole violazioni, che soffrono e si raccolgono nella loro solitudine. A quelle donne che vorrebbero ogni giorno grattare il muro su cui è scritta quella storia per poter cancellare ed eliminare. A quelle donne a cui è stata tolta la possibilità di pronunciarsi.

Sono le donne che magari vediamo e incontriamo quotidianamente ma che non lasciano trapelare nulla. Sono donne che appaiono come ritratte dalle pennellate in un quadro pittorico di Cézanne, ma assorte nella loro solitudine e in buio interiore.

Quale sguardo poniamo e pone la società sul tema della violenza? Dove risiede realmente la radice di questa permissione?”

 

direzione Verteramo,
riprese Renato Semolini

Testo Roberto Mastroianni

“Attraverso” di Roberta Verteramo è un art-movie di 5 minuti supportato dalla fondazione svizzera “Orienta-Art”, che si presenta come restituzione video di una performance realizzata nell’estate 2014 a Torino dalla poliedrica artista torinese. L’opera, ospitata dalla Riccardo Costantini Art Gallery negli spazi di “the Others 2014”, pone al proprio centro la riflessione sulla violenza di genere, creando un’atmosfera sospesa e anti-narrativa, che in modo allusivo e metaforico mette in scena la relazione tra il regime dello sguardo e quello dell’espressione corporeo-sensoriale. Il corpo della performer è infatti impegnato nel manifestare una presenza che, nell’azione e nel movimento, dà vita ad una serie di figurazioni conchiuse in dinamica relazione tra di loro. All’azione performativa spetta pertanto il compito di dare forma allo spazio e ad un’atmosfera di contraddittorie sensazioni di tensione, pacificazione e stabilità, che alternano disagio e quiete emotiva in una serie di immagini emblematiche della femminilità in rapporto alla realtà e alle sue costrizioni. Lo sguardo diventa quindi dispositivo semiotico capace di ritagliare e aprire varchi nel tessuto del reale, attraverso cui la figurazione performativa assume senso e significato, producendo degli squarci, capaci di portare in superfice le contraddizioni di una presenza umana, in qualche modo iconizzata e messa in cornice.  I varchi nella superfice testuale, prodotti dalle inquadrature e dagli oggetti, che fungono da cornice o da strappi nel tessuto visuale, spingono lo sguardo e l’attenzione dello spettatore ad “attraversare” la superficie del testo visuale che diventa in questo modo metafora della quotidianità e delle retoriche di verità e felicità obbligata.  Vi è in quest’opera della Verteramo la consapevolezza che lo sguardo è sempre di per sé oggettivante e che il “corpo-proprio”, specialmente quello femminile, subisce sempre un processo di costrizione/oggettivazione, che attribuisce forme, ruoli e valori attraverso un processo di limitazione della libera espressione del sè, in cui agiscono le mille forme di “microfisica del potere” in azione nella nostra quotidianità sociale e culturale. Vi è in questo opera una profonda consapevolezza della “scomodità” dello sguardo, che si presenta sempre come forma di violenza ed esercizio del potere, sia esso subito (in particolar modo quando esso è diretto sul corpo femminile), sia esso agito per imporre ruoli sociali o attribuzioni di senso e valore. A questa costrizione operata dalla visione, l’artista risponde con una liberazione del corpo in movimento, cosciente della “scomodità” imposta e rivendicando una forma di interazione naturale e “selvaggia”, anche se culturalmente e simbolicamente ordinata. In questo modo le scene presentano forme espressive del sé come la scrittura o movimenti in relazione allo spazio antropico, architettonico ed emotivo o agli oggetti culturali (quadri, utensili..), che si contrappongono a quell’oggettivazione che fa del corpo carne morta simile ai manichini presenti nel video. In questa prospettiva, il braccio penzolante dell’artista si presenta, ad un certo punto, come la denuncia di una violenza sottile e pervasiva, che “sempre produce retoriche di verità con cui ammantare logiche di dominio”, direbbe Michel Foucault, mentre l’unica presenza maschile in tutto il filmato, il continuo ondeggiamento della prospettiva e il sonoro ambientale ci ricordano il valore di artefatto culturale della realtà e dei ruoli vissuti ed imposti, presentandosi come elementi capaci di decostruire l’impianto retorico-discorsivo messo in campo dalla nostra realtà socio-culturale.

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari in differenti Università italiane e straniere.