Nagorno Karabakh. Tra i miserabili fuggiti dalla guerra

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 31-07-2010

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di VITTORIO EMANUELE PARSI (tratto da La Stampa del 18 luglio 2010)

BAKU

Qui manca l’aria. Non solo ai polmoni, ma all’anima». Shafiga ha sessant’anni, ma potrebbe averne molti di più o qualcuno in meno, cambierebbe poco. La sua è l’espressione franta, dal fisico piegato, di tutti i rifugiati, dei profughi di ogni guerra. Mentre parla, sembra che si chieda, che ti chieda, per che cosa è sopravvissuta, in nome di quale orizzonte è sfuggita alle bombe. Non si è fatta ammazzare come un cane per far la fine del sorcio.

In sei in un ripostiglio


Chiusa, lei e la sua famiglia di quattro persone, che poi sono diventate sei, in una stanza di sedici metri quadrati, senza bagno, cucina, riscaldamento, a Baku, capitale dell’Azerbaigian. Con una sola “finestra” che dà su un ripostiglio, dove sono ammassate all’inverosimile conserve artigianali di pomodoro, cetrioli sotto aceto, patate, riso, e peperoni secchi. Nella stanza ci sono un letto matrimoniale, un tavolino e quattro sedie. Gli altri letti sono ripiegati, per non ingombrare, accanto all’unico armadio colmo all’inverosimile. Di fronte una credenza stile «tinello anni Sessanta», sui cui vetri spiccano la foto delle nozze di Shafiga e, soprattutto, una della coppia come doveva essere «prima», circa vent’anni fa, sullo sfondo un paesaggio di morbide colline, verde rigoglioso, acque abbondanti.

La seconda generazione


Tutto era diverso «prima». Prima della guerra, una delle guerre del dopo ‘89 scivolate rapidamente nell’oblio, superate nella scala degli orrori, o scavalcate da altri conflitti più «semplici» (apparentemente) da catalogare. L’enclave del Nagorno Karabakh, a maggioranza armena ma formalmente parte dell’Azerbaigian sovietico, ha dichiarato l’indipendenza e ha combattuto per ottenerla. Shafiga viene dal distretto del Binagadi, una delle sette province passate sotto il controllo armeno insieme alla regione del Nagorno Karabakh, con il cessate il fuoco del 1994. E’ una delle 700.000 «displaced persons» (nel gergo delle Nazioni Unite) che rappresentano la pesantissima eredità della guerra che ha contrapposto armeni e azeri alla fine degli anni Ottanta – inizio anni Novanta e che ha fatto 30.000 morti e quasi 100.000 feriti dalle due parti. Un azero su nove è un profugo o è figlio di profughi, sradicato da una terra di cui ha solo sentito parlare. Come quei tre bambinetti di forse cinque o sei anni, che con delle perfette imitazioni di fucili a pompa giocano alla guerra, nel soffocante cortile del campo profughi, ricavato da vecchi dormitori universitari di epoca sovietica. Loro sono nati qui a Baku, non hanno mai visto il Binagadi, eppure sono anch’essi «displaced».

Il quartiere degli sfollati


A meno di un chilometro di distanza, visitiamo un altro campo profughi: un complesso condominiale consegnato appena nell’ottobre dell’anno scorso a famiglie che per tutto il tempo dalla fine della guerra avevano vissuto in una fabbrica abbandonata. Ora abitano questi lindi palazzi, colore azzurro cielo, che ricordano i più fortunati esempi di edilizia popolare degli anni Settanta, con tanto di scuola, parco giochi e locali di ritrovo. Il governo azero – spiega Garay Faradiov, del Dipartimento per i Rifugiati – dedica una parte dei proventi energetici a progetti come questo, che hanno lo scopo di dotare i profughi di una casa più dignitosa: «Ogni coppia riceve in assegnazione una stanza che diventano due, tre o quattro, a mano a mano che il numero dei componenti del nucleo famigliare cresce».
Adil Ismailo ha settant’anni. Era insegnante di russo in un altro dei distretti perduti dall’Azerbaijan. «Ho tre figli e due di loro hanno combattuto sulla frontiera armena. La mia casa nel Nagorno Karabakh è stata distrutta. Vorrei morire nella terra dove sono seppelliti i miei padri e i padri dei miei padri». In fondo valgono per qualunque comunità le riflessioni del grande storico dell’antichità Jean-Pierre Vernant: «Nel profondo dei loro sepolcri i morti costituiscono … le radici che, fornendo al gruppo umano il suo punto di ancoraggio nel suolo, gli assicurano stabilità nello spazio e continuità nel tempo». Tutto quello che è precluso ad Adil.

Ospiti del governo


La casa di Adil è decisamente confortevole con le sue tre stanze e servizi e l’aria condizionata. Non sarà mai sua. Il governo la concede in uso gratuito ai profughi, ma ne mantiene la proprietà, anche perché spera che prima o poi la regione torni a essere praticabile per gli azeri. «Non ci sono più azeri in Nagorno Karabakh. Mentre noi vogliamo che armeni e azeri possano vivere insieme, liberi e al sicuro, ma sotto la sovranità Azera»: così il vice-ministro degli Esteri Araz Azimov. Forse solo un sogno, forse qualcosa di più, se ha ragione Franco Vaccari, che ha fatto della sperimentazione della convivenza la sua strategia. Da anni ospita presso «Rondine. Cittadella della Pace» studenti provenienti dalle regioni in guerra (dal Caucaso al Medio Oriente ai Balcani), affinché al loro ritorno, siano «portatori sani» di concreta convivenza provata sulla loro pelle.

La speranza di un futuro


Intanto qualcuno trova lavoro, ed esce dal campo profughi in cui è cresciuto. Come Anar Usubov, 28 anni, scappato nel 1992 nel cuore della notte con tutta la sua famiglia attraverso una foresta, catturato e trattenuto quattro giorni dalle truppe armene, poi rilasciato. «Ma di diciasette dei miei parenti non sappiamo più nulla da allora». Si è laureato in Relazioni Internazionali all’Università di Baku; è stato selezionato dall’ambasciata americana, ha fatto parte dei «Peace Corps» e ora lavora nell’organizzazione dei profughi del Nagorno Karabakh. «Mi chiedi se la pace è possibile? Non lo so, con franchezza. Ma con altrettanta franchezza ti dico che da qualche parte bisogna pur cominciare».

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[...] per il prolungato periodo di mancato aggiornamento del blog, proponiamo questo post seguito da un articolo di Vittorio Emanuele Parsi del 17 luglio 2010, con il quale vorremmo aprire una riflessione sulla situazione geopolitica [...]