Massacre. Anselmo Francesconi a Yerevan

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Lo spazio della Polis | Posted on 19-04-2010

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Il giorno 24 aprile alle ore 12 nelle sale espositive della National Gallery of Armenia, Yerevan, il Ministro della Cultura della Repubblica d’Armenia, Hasmik Poghosyan, inaugurerà la mostra dedicata al ciclo di opere dell’artista italiano Anselmo Francesconi (1921-2004) dedicate al Massacro del popolo Armeno ed eseguite fra il 1965 e il 1967.

Per la prima volta sono le opere di un artista italiano scelte per commemorare il “Metz Yeghern” nel Giorno della Memoria.

E’ un grandissimo onore per l’arte e la cultura italiana, cui Anselmo apparteneva, essere chiamati oggi nella capitale della Repubblica d’Armenia a testimoniare la propria partecipazione e la propria indignazione nell’anniversario del primo genocidio del Novecento, il cui riconoscimento è un fatto che non riguarda gli armeni ma tutti i popoli e tutte le persone responsabili; è un fatto, semplicemente, di civiltà. Anselmo non era armeno di nascita ed aveva incontrato la cultura e la realtà armena attraverso la moglie: le sue opere sono una testimonianza sensibilissima ed estremamente efficace nel restituire in forme, linee e colori la storia del genocidio.

Precisamente un mese fa, il 24 marzo, il presidente della Repubblica Armena, Serzh Sargsyan, in visita a Deir ez Zor, cittadina siriana sull’Eufrate, tristemente nota per essere stata il terminale della deportazione di oltre un milione di armeni d’Anatolia e teatro essa stessa di massacri fra i più efferati di quello spaventoso 1915 e ancora degli anni successivi, ha detto che “I am here today since I could not but be here. It is the greatest grief of my nation that has brought me here, the grief of the first genocide of the 20th century and the greatest disgrace of the civilized humanit”.

Deir ez Zor è il titolo di due tele di Anselmo della serie Il Massacro incominciata nel 1965, esattamente cinquant’anni dopo il genocidio. Nella prima (Deir ez Zor I) le figure, indistinte e aperte come un ventaglio, si distendono in un movimento ansioso e infelice fra gli squarci bianchi e rossi del cielo e della terra. Ma in verità non ci sono più né cielo né terra perché l’orrore dell’indicibile ha inghiottito tutto, anche il cielo e la terra. Dell’umanità non resta che un magma confuso e violento; il paesaggio è linea e strappo, vuoto, taglio. (Martina Corgnati)

Non è sempre così. Quel che emerge qui è solo il residuo di un accaduto che aveva impegnato Anselmo per diversi frenetici anni di produzione infaticabile, anzi febbrile, angosciata e monotematica, incominciata a Teheran, dove l’artista risiedeva allora e dove la prima parte di queste tele venne esposta per la prima volta (successivamente fu vista al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, CH, alla Galleria Goethe di Bolzano, alla Basilica Palladiana di Vicenza).

Oggi, a quarantacinque anni di distanza dal quel momento, questa serie di trenta dipinti dell’artista italiano è esposta a Yerevan.

Le sue grandi tele, alcune lunghe oltre cinque metri, descrivono per sentenze esemplari l’intero svolgimento dei fatti, che all’epoca videro protagonisti i “Giovani Turchi” del Comitato Unione e Progresso (Ittihad)  e il Triumvirato composto da Djemal, Enver e Talaat, mandanti finali e responsabili ultimi dei decreti che ordinavano la deportazione, la confisca permanente dei beni dei deportati e in ultima analisi lo sterminio di massa: il  Complotto, l’Esilio, l’Esodo, le Separazioni, i Massacri degli Uomini, il Massacro delle Donne e quello dei bambini. Ma non è ancora finita: la storia infatti continua con la Soluzione finale, varie versioni di Der ez Zor, Eccidi e Requiem.

Anselmo ha testimoniato con tutta la tensione e l’intensità di cui un artista visivo può essere capace e fra i primissimi il genocidio dimenticato, il Grande Male della Nazione Armena che prelude agli altri grandi mali del Novecento.

La mostra verrà accompagnata da un catalogo, con un testo critico di Martina Corgnati

Nato a Lugo di Ravenna, Anselmo Francesconi frequenta il Liceo artistico della sua città natale, dove si diploma. Si iscrive poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, laureandosi nel 1945.

Nello stesso anno parte per Milano: frequenta nuovamente l’Accademia di Belle Arti di Brera e si laurea prima in pittura e poi in scultura (con Marino Marini che nel 1950 gli assegna la lode).

Studia l’arte iberica in Spagna grazie a una borsa di studio e poi, nel 1951, si stabilisce a Parigi. Lavora fra l’altro a Milano, Panarea, Parigi e Londra, indirizzandosi poco a poco sempre più verso l’esperienza pittorica. Infatti, dagli anni Sessanta, i cicli pittorici si susseguono: sono Il Massacro, Telentropo, Le porte, vani che si chiudono sulle tragedie ma poi si riaprono sull’uomo, per ritrovarlo e afferrarne la realtà. Infine Le Maschere, oggetti che apposti al volto fissano un’immagine parziale irrigidita su un ruolo o atteggiamento, scelto o imposto ma in ogni caso grottesco, tragicomico, esacerbato: un’altra forma di alienazione.

Il Massacro è un’energica  e drammatica reazione di fronte alla violenza inflitta impunemente al popolo armeno.

Nel 1982 la scultura gli sboccia nuovamente fra le mani: Anselmo  riempie casa e atelier con decine e decine di esseri antropomorfi in legno, a mezzo tra il mondo animale e quello vegetale, che chiamerà “Selva”, e che avrebbe voluto realizzare in un secondo tempo in ferro o in altri metalli.

In questa esplosione plastica e scenografica, l’artista esprime un amore panico per la vita in ogni sua forma e per l’universo dove l’uomo non agisce più da dominatore e sfruttatore della natura, ma come elemento integrato in un conglomerato vitale vasto e complesso. Dal 1996 al 2004, anno della sua scomparsa, Anselmo continua a vivere e lavorare a Milano.

Martina Corgnati, docente di Storia dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino, storica dell’arte e curatrice, specializzata in arte contemporanea in Medio Oriente, da diversi anni si dedica ad approfondimenti dell’arte e della cultura armena. Nel 2007 ha pubblicato Van Leo. Un fotografo armeno al Cairo (Skira). Nel 2007 e 2008 ha tenuto diverse conferenze presso l’ACCEA (Armenian Center for Contemporary Experimental Art) di Erevan.  

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