“Le città invisibili” di Claudia Virginia Vitari

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me..., Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 08-05-2013

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Testo critico della mostra di Claudia Virginia Vitari all’Arts Santa Monica di Barcellona

Il “percorso galera” che porta a “Nikosia

Claudia Vitari

Claudia Virginia Vitari è una “cantastorie” dell’umanità, delle sue forme  e della marginalità. Claudia racconta storie (epiche, scientifiche, letterarie, individuali, collettive…) e lo fa in un modo particolare: non parla, ma scrive, scolpisce, disegna. Lei, giovane artista italiana dal profilo internazionale, porta a rappresentazione l’epica quotidiana dei “figli di un dio minore”, degli esclusi e dei marginalizzati (criminali, matti, migranti..), che “l’ordine del discorso” di una società produce. Lei racconta la persona folle, il carcerato, lo scarto  sociale che viene accantonato, rinchiuso, medicalizzato da una società, solo apparentemente bene organizzata, grazie alle retoriche del successo, dell’efficienza  e della normalità. Nello stesso tempo, racconta l’emancipazione possibile dall’“istituzione”, la dignità, le emozioni, l’umanità ferita, il disagio che porta ad entrare in un’istituzione totale o che da essa è generato. Esiste una storia, tutta occidentale, che porta alla strutturazione di quelle particolari “istituzioni totali”,  il carcere e il manicomio, sulle quali  Virginia si interroga e agisce dal punto di vista artistico: una storia nel doppio senso di storia/narrazione e storia/storicità. Esiste, infatti, una “storia della follia nell’età classica e moderna”, una “storia della clinica” e del “sistema carcerario” che sono in sé storicamente determinate e narrativamente organizzate, in modo da imporre un “ordine del discorso”, che come direbbe Foucault, “ammanta con  retoriche di verità logiche di potere”.  A ben vedere è questo il centro dell’interesse di Vitari, che lei declina analizzando artisticamente il legame tra individuo–società e quindi il rapporto di disciplinamento, che la società  opera sugli individui e sui loro corpi e, al centro di queste relazioni, il problema della natura del potere, del suo valore disciplinante e definitorio, in base al quale emergono criteri e statuti di “normalità” e di “vita buona e giusta” o “di anormalità, esclusione e marginalità”. Claudia Virginia Vitari ha deciso di raccontare queste storie, sempre collettive ed individuali, infarcite di nozioni scientifiche, riferimenti letterari, storici ed artistici: ha deciso di attraversare e restituire artisticamente l’immaginario della marginalità, che è sempre un immaginario di umanità in frantumi, di emozioni, sentimenti e relazioni e per fare ciò ha intrapreso un viaggio che l’ha portata dalle carceri ai manicomi, dalle “istituzioni chiuse” (i manicomi, il carcere…) ai progetti di “apertura” (come “Radio Nikosia”), autonomia ed emancipazione, che al seguito dell’esperienza e della teoria di Franco Basaglia propongono altre modalità di relazione con la persona folle.  Il risultato della sua ricerca è una pratica artistica capace di integrare disegno, scultura, scrittura, al fine di produrre atmosfere, installazioni figurative in ferro, resina, vetro in cui la narrazione prende corpo tra la figurazione morbida, veloce e abbozzata del ritratto/schizzo e la scrittura serigrafica dei testi letterari, sociologici o filosofici sulle istituzioni totali. Le atmosfere prodotte dalle installazioni diventano così il palcoscenico delle narrazioni di “un’epica quotidiana dell’marginalizzato”, che si presenta come il resoconto di un viaggio, che (a partire dal 2007 fino ad oggi) ha portato Virginia ad attraversare prigioni e ospedali psichiatri in un dialogo continuo con l’altro, al fine di recuperare i cocci di un’umanità in frantumi, per rimetterli assieme e porli in dialogo con l’osservatore, con la tradizione, con la classificazione scientifica. Da “Percorso Galera” a “Le città invisibili”, Vitari racconta di un viaggio di ricerca artistica, filosofica, sociale, perché in fin dei conti la “galera” è un antica nave ai cui remi sono incatenati prigionieri (i galeotti) e quella nave arriva fino a  Nikosia, la capitale di Cipro, unica città dell’Europa e del Mediterraneo ancora divisa in due dopo la fine di una guerra: una città in cui abitanti (i nikosiani) diventano metafora della scissione profonda nell’identità dell’uomo folle tra le mille cose che potrebbe e vorrebbe esprimere e la mancanza delle parole per farlo, a causa delle costrizioni interne ed esterne che glielo impediscono  e della condizione di inclusione ed esclusione che comunemente viene definita disagio mentale .

Da “Nikosia” alle “Città invisibili”

Claudia Vitari, Le Città Invisibili, La Maschera (Xavi)

Claudia Virginia Vitari produce atmosfere, in cui la rappresentazione dell’umano è collocata come in un museo, in una galleria,  a formare un repertorio di immagini di umanità (un “immaginario”), che presentano la devianza e la marginalizzazione in una narrazione complessa, finalizzata a rendere la tonalità affettiva, relazionale, storico-discorsiva dei processi di inclusione-esclusione e della loro genesi storico-scientifica e letteraria. In questa prospettiva, la mostra “Le città invisibili” (4-15 giugno 2013, Arts Santa Monica, Barcellona)  rappresenta il punto di arrivo del suo percorso di ricerca artistica e teorica, iniziato con “Melancholie” e “Percorso Galera” (realizzati a partire dalle esperienze nell’ospedale psichiatrico di Halle an der Saale in Germania e la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino) e che ha visto in Nikosia e nei nikosiani (l’esperienza “non istituzionale” di Radio Nikosia, a Barcellona) un punto di svolta fondamentale per definire il centro dei suoi interessi, la sua poetica e le su modalità espressive. La mostra consiste in  17 installazioni (14 cubi posati a terra e 3 vetrine) e due video (un documentario e un video proiettato sulla Rambla), attraverso questi manufatti  Vitari ri-articola la logica della catalogazione scientifica di tipo lombrosiano (evidente nel gruppo di 14 cubi che danno forma a “Le città invisibili- la maschera”) e la genesi linguistico discorsiva della narrazione dominante sulla marginalità, la follia e l’uomo folle (nelle 3 vetrine/ moduli narrativi, “Le città invisibili- Nikosia”).  Vi è una consapevolezza profonda del valore antropologico delle istituzioni nel lavoro di Claudia Virginia Vitari: lei è cosciente che la “messa in forma dell’umano” risponda sempre a dinamiche di disciplinamento, a pratiche istituzionali, comunicative e simboliche  che Foucault definirebbe “microfisiche del potere”, e che queste dinamiche diventino evidenti nei processi di esclusione/marginalizzazione operati dal discorso della reclusione, della medicalizzazione e della psichiatrizzazione. Le “istituzioni totali” di Goffman diventano, quindi, il caso studio esemplare capace di diventare oggetto di analisi e pratica artistica, al fine di portare alla luce, rendere visibile, le narrative, le costrizioni simboliche e materiali messe in campo dalla società, per organizzare in modo bio-politico se stessa, producendo forme di inclusione ed esclusione.  Vitari mette in scena, in questo modo,  una “fenomenologia artistica dell’invisibile”, fedele all’idea che l’arte debba portare a percezione ciò che  rimane occultato, invisibile, e renderlo comprensibile nelle sue dinamiche profonde. La logica della catalogazione scientifica viene quindi “ri-articolata”, come direbbe Stuart Hall, in modo che gli stessi argomenti (le citazioni scientifiche, letterarie, le narrazioni dei pazienti o dei carcerati..) legittimanti la marginalizzazione possano diventare elementi di una narrazione sull’individualità, e sul valore e la dignità della persona. Attraverso le sue installazioni Claudia impone pertanto un nuovo “ordine del discorso”, che forza la gabbia dell’istituzione totale e rimette al centro del discorso l’umanità violata, ferita, restituendo parola e dignità alla marginalità che le “retoriche di verità” istituzionali tendono a presentare come  pericolosa,  non autosufficiente, criminale.

Il lavoro sui materiali, la pratica di scrittura e la figurazione permettono infatti all’artista di mettere in evidenza quei margini simbolici e fisici che separano inclusione ed esclusione: i cubi  e le cornici in ferro delle vetrine diventano metafora dei vincoli posti dalle “istituzioni totali”; il vetro e la resina, materiali diafani e trasparenti, assumono il valore di una lente con cui meglio osservare l’umanità marginalizzata e nello stesso tempo producono una distanza gelatinosa, che fa percepire le distanze sociali tra “normalità” e “anormalità” e il distacco culturalmente organizzato verso gli esclusi; mentre la serigrafia rende visibile la pratica scritturale che i discorsi egemoni producono, imponendo “regimi di verità” con cui legittimare l’esclusione e la marginalizzazione e, al contempo, marchiare simbolicamente e materialmente il marginale. Il percorso espositivo mette quindi in scena porzioni di umanità (i volti), che emergono dai “cubi” , come fossero orme tracce, su cui sono serigrafate le storie individuali dei soggetti, o che dialogano con la scrittura sulle “vetrine” ,dando forma ad affabulazioni figurali (scrittura, parola, ritratti) su cui sono impressi i testi di autori come  Erving Goffman, Kafka, Foucault o scritti epici o antichi come l’Epopea di Gilgamesh.

Claudia Vitari, Le Città Invisibili. La Maschera (Gorka)

 

 

 

Claudia Virgina Vitari  è una “cantastorie delle forme di umanità” intenta a raccontare l’epica quotidiana dei processi di disciplinamento ed istituzionalizzazione, cosciente che i vincoli simbolici e materiali delle istituzioni rispondano a “retoriche di verità che ammantano logiche di potere”, cui le persone possono in qualche modo  sottrarsi, innescando processi di liberazione basati sulla narrazione e la ri-articolazione simbolica del sé e del mondo. Perché alla fine tra le cornici delle istituzioni totali, rimane la figura umana la cui vita personale,  come la resina utilizzata dall’artista, continua a cambiare, crescere, modificarsi, espandersi, nonostante i vincoli fisici e simbolici e le marchiature  che le società lasciano sui corpi.

 

Roberto Mastroianni

Roberto Mastroiani è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari  in differenti Università Italiane e straniere.

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