IRENE PITTATORE In principio era il verso. A cura di Roberto Mastroianni.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 07-05-2013

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materassi foto

Margini, scarti, linguaggio e figurazione nelle performance anti-naturalistiche del “verso”

 

“In principio era il verso, un urlo, un ringhio”, direbbe Irene Pittatore, un “verso” capace di far scaturire la forza contraddittoria, brutale, creativa e al contempo autodistruttiva della vita, ma nello stesso tempo era il “verso” che come figura linguistica, metrica e stilistica è capace di portare con sé razionalità e ordine poetico, diremmo noi.

Nell’arco disegnato tra il “verso”, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il “verso”, inteso come “unità metrica”, si colloca tutta la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il “verso” – “unità metrica”, le opere dell’artista articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una “rappresentazione” che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale.

La ricerca di Irene Pittatore parte, dunque,  da qui e si concentra sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, in una società che sembra ormai popolata di macerie e rovine, coscientemente espulse dal nostro immaginario cognitivo e ordinatamente collocate ai margini dell’auto-rappresentazione mainstream. È questa, infatti, un’autorappresentazione ordinata, asettica e pubblicitaria che fa proprie le retoriche di una società “ben organizzata”, ma che è in verità solo medicalizzata e ordinata secondo le forme narrative di un sogno (pubblicitario) precariamente realizzato. Una società che ha bisogno di creare “periferie” e “margini” interni ed esterni, in cui la centralità è posta dalle logiche del consumo e del potere, la quale produce esclusione, relegandola in zone d’ombra rimosse, in cui vengono collocati come “scarti” gli elementi non ascrivibili al proprio regime narrativo, al proprio “ordine del discorso”.

La vita è però eccesso di senso, la cui forza straborda rispetto allo spartito impostole dalle logiche del potere e dalle retoriche di verità: un eccesso di senso rimosso, anestetizzato, addomesticato e presentato nelle forme dell’organizzazione sociale, delle pratiche dell’innovazione e della bellezza artefatta, pratiche tese a presentare modalità di “vita giusta e buona”, che vedono nelle metropoli contemporanee il proprio palcoscenico privilegiato, in cui va in scena un’opera teatrale incapace di imporre fino in fondo il proprio copione e che è costretta ad inventarsi dei margini in cui relegare l’eccedere del senso e la marginalità indotta ed autoindotta. Le performance di Pittatore si collocano qui: nei margini veri o presunti dello spazio metropolitano contemporaneo, nei luoghi fisicamente marginali (le periferie degradate, gli spazi verdi apparentemente selvatici, ma urbanisticamente determinati, sulle linee di mappe fittizie o virtuali..) o simbolicamente di confine (il rapporto di genere, il conflitto/ incontro tra generazioni…). Questo perché il gesto artistico di Irene si rifà sempre a quel “duplice verso”, la cui forza vitale e genuina si può cogliere solo nei “margini” interni ed esterni, tra i “resti” di quelle “rovine”, che popolano il nostro immaginario e il nostro paesaggio cognitivo, presentandoci un mondo di macerie ordinate ed esteticamente organizzate, che non possono e non devono però essere “restaurate”, ma che devono in qualche modo essere “rovinate”, in modo che dai loro resti possa emergere senso e significazione.

A ben vedere però, quella della Pittatore non è un’estetica o  una poetica degli “scarti” e dei “resti”: non vi è nella sua ricerca e nella sua poetica un’attenzione compiaciuta o auto compiaciuta e fine a se stessa per la marginalità o per lo scarto, sia esso di umanità o materialità, ma un’attenzione per le spazialità antropiche e gli effetti di linguaggio che le producono. L’attenzione infatti non è posta sul disagio, sulle contraddizioni sociali, esistenziali, politiche o ideologiche che producono “marginalità” o che vengono presentate come “scarti” dal mainstream, o forse sarebbe meglio dire non è solo posta su questi elementi, ma soprattutto sui meccanismi simbolici e linguistici che producono differenza: differenza sociale, sessuale, generazionale, culturale, antropologica…

 

Un dispositivo antropologico e le “istantanee dei rapporti di potere e istituzione di umanità”

 

In questa prospettiva, quello che interessa all’artista è portare a rappresentazione, privilegiando la figurazione foto realista o video installativa, il “dispositivo onto-antropologico” che istituisce differenze culturali e sociali, reificandole e presentandole come naturali. L’attenzione e il gesto artistico che la concretizza non sono posti, infatti, sugli effetti sociali, economici o culturali prodotti da quella che genericamente potremmo definire “differenza” (sociale, di genere, specifica, generazionale…), con un vocabolo molto in uso nella filosofia fino a qualche decennio fa, ma sul meccanismo onto-antropologico, “trascendentale” si direbbe in filosofia, con cui vengono istituite le differenze ed i criteri di definizione dell’umano in tutte le sue forme. Si può, da questo punto di vista, affermare tranquillamente che l’arte di Pittatore sia un gesto ragionato, colto e non ingenuo di “decostruzione” e “smascheramento”, che porta a rappresentazione un “pensiero della differenza” capace di interrogarsi sulle modalità del darsi dell’umano e sulle logiche di potere che lo istituiscono. L’operazione artistica di Irene si presenta infatti come una sottile e inquieta opera di smascheramento simbolico delle dinamiche antropologiche che, attraverso “retoriche di verità”, rendono apparentemente naturali le differenze e le dinamiche prodotte dalle “logiche di potere”, direbbe Foucault, che attraversano e danno forma alla realtà.  Il “verso”, nella sua duplice accezione,  viene pertanto colto, indagato e presentato come il “motore”, il “meccanismo strutturale e strutturante”, dal quale sgorga impulso, azione e forma, ed è presentato, dall’artista, come l’energia vitale, al contempo eros e thanatos, che la pratica esistenziale porta a “presenza”. Vi è una coscienza profonda e non intellettualistica, da parte dell’artista, del culturalismo e del costruttivismo antropologico che caratterizza l’animale umano nelle sue relazioni con lo spazio e con i suoi simili. Vi è la coscienza del carattere finzionale della dialettica tra natura e cultura, in quanto il mondo umano è di per sé sempre un mondo artificiale, in quanto simbolicamente costituito e linguisticamente organizzato e che questa artificialità, specificamente linguistica, sia un tratto antropologico squisitamente umano.

All’interno di “dispositivo antropologico” (il rapporto “verso” – “esistenza”), che un filosofo come Giorgio Agamben (sulla scia di Heidegger, Gehelen e dell’antropologia filosofica contemporanea) potrebbe definire “l’aperto” si colloca la ricerca artistica della Pittatore, che tenta di rendere ragione in modo non narrativo delle pratiche di istituzione della realtà esistenziale dell’uomo. L’umano, inteso come “l’aperto”, è infatti un dispositivo ontologico ed antropologico caratterizzato da quella “apertura originaria” “che è il linguaggio”, direbbe Heidegger, e dal quale scaturisce l’essere “che può essere compreso” perché “è linguaggio”, direbbe Gadamer. In poche e altre parole: il mondo (l’essere) abitato dagli esseri umani è un mondo narrativo (linguisticamente organizzato), che nasce dalla capacità di quell’essere incompleto e plastico che è l’umano (“l’aperto”), di strutturare linguisticamente la realtà e la propria esistenza, attraverso una continua opera di semiotizzazione dello spazio, delle cose e dei corpi; una semiotizzazione che produce un “mondo abitabile” e umanità singola e associata, i cui corpi si presentano sempre come realtà integrate di biologico e simbolico, divenendo depositi di ruoli e funzioni culturalmente determinati, ma presentati come naturali.

natività

La consapevolezza che l’inizio di ogni presenza umana nel mondo sia il “verso”, nel duplice senso di “ringhio” (apertura/ forza animalesca/ capacità simbolico-linguistica originaria) e “unità metrica” (capacità di semiotizzare lo spazio e i corpi secondo regole ritmico-visive grammaticalmente organizzate) porta Irene a scegliere una poetica non narrativa, che tenti di unire simultaneamente immagine, parola, azione in performance restituite attraverso rappresentazioni foto e video realistiche che cercano di fissare il momento stesso in cui le differenze (di genere, sesso, ruolo, generazione…) vengono naturalizzate.

Le sue opere sono, in questa prospettiva, delle figurazioni che tentano di mostrare le dinamiche e le modalità con cui alcuni valori, ruoli, differenze e pratiche culturali si sedimentano in un ordine discorsivo presentandosi come naturali; per ottenere questa capacità di smascheramento l’artista opera alcune mosse teoriche e produttive: iconizza in un fermo immagine o in un video le narrazioni del potere e della differenza sociale, sessuale e generazionale… ; contrappone riferimenti colti e ambientazioni marginali; materializza simbolicamente i legami di potere che costringono gli esseri umani in ruoli specifici e facendo tutto ciò mostra la fragilità di queste narrazioni, rendendo esplicita la forza del “verso-ringhio” che accompagna il “verso-unità metrica” della narrazione dominante.

Nelle opere di Pittatore sono, pertanto, sempre presenti degli elementi atti a costruire un cortocircuito simbolico capace di alludere alle modalità di reificazione dei rapporti e delle pratiche culturali, attraverso le quali l’umano struttura la propria esistenza in ruoli, funzioni e narrazioni sociali. La consapevolezza dell’artificialità simbolica dell’umano e delle sue relazioni porta l’artista ad invocare la presenza di una natura sempre “matrigna”, in quanto sempre artificiale ed addomesticata (è questo il caso degli ambienti naturali in cui sono realizzate le sue performance), anche nelle sue pretese di “naturalezza”, anzi è proprio la “naturalezza” che viene osteggiata dall’artista, che è cosciente di quanto essa sia la trappola retorica con cui la reificazione di ruoli e differenze agisce, nel presentare la presunta fissità “naturale” delle dinamiche di potere che attraversano il mondo antropico (ad esempio le opposizioni “sano” – “malato”, “normale” – “anormale”, “maschio” – “femmina”…). La grammatica dei ruoli e delle funzioni sociali e la loro invisibile capacità di costrizione vengono decostruiti attraverso elementi contraddittori e violenti resi aerei e leggeri, al fine di mostrare quanto la violenza scaturente dal conflitto e dalla differenza sessuale e generazionale sia più simbolica che naturale (come, ad esempio, i fili che in Coazione 5 e 6 costringono una “Artista – Penelope”, in un groviglio di fili, che racconta di una tradizione culturale che disciplina il rapporto tra i generi).

fili

La sedimentazione culturale dei rapporti umani, la loro costruita artificialità, viene spesso smascherata, attraverso la messa in scena di riferimenti colti (Ulisse, Penelope…) contrapposti alla marginalità ambientale, in cui trovano posto degli “scarti” (l’albero caduto o un televisore sulle rive di un fiume urbano…), pronti ad essere articolati in istantanee a bassa narratività.

albero

La scelta prevalente dell’ambientazione di queste “istantanee dei rapporti di potere e istituzione di umanità” è la “marginalità”, che cresce all’interno ed all’esterno “dell’ordine del discorso” prevalente, è una marginalità indotta ed autoindotta: una “marginalità sociale ed economica” (le periferie e il verde addomesticato di un pioppeto banale e mediocre o le rive di un fiume urbano popolato dai resti del consumo, in alcune delle serie di Coazione); il “margine/ confine” tra il culturale e il biologico, sul quale i ruoli sociali vengono incorporati (il rapporto tra vecchio maschio, la generazione della vita e la medicalizzazione della società, come in Natività NE35); il “confine generazionale” e i rapporti simbolici e materiali contesi tra le generazioni (il conflitto/ eredità generazionale che porta a mettere in comune e contendersi oggetti di valore, l’arte per esempio, che sono sempre simbolici anche quando materiali, come ne La contesa).

contesa

Il gesto artistico e le mosse retoriche dell’artista si nutrono di riferimenti colti, sedimentati nella nostra tradizione culturale che entrano in corto circuito con gli attori e le ambientazioni di queste performance, in cui le azioni portano a galla il rimosso e gli atti mancati o elementi distonici capaci di mostrare la fittizia e normativa narratività dell’ordine sociale, culturale e umano.

Le retoriche di verità e i dispositivi di istituzione dell’umano singolo e associato vengono resi dall’artista attraverso una poetica caratterizzata da una vocazione al raccordo simultaneo tra “presenza”, “immagine” e “parola”, che fa di lei un’artista esplicitamente performativa, interessata a trovare una figurazione simbolica e plastica del sorgere dell’azione dalla forza significante del linguaggio nella sua strutturazione originaria.

 

Questa personale propone un percorso, uno tra i molti possibili, attraverso una selezione di sei gruppi di opere della produzione degli ultimi anni della giovane artista torinese, ponendo l’attenzione sulla parte performativa del suo lavoro, attraverso una selezione di  foto, video ed installazioni, che rappresentano la cifra della sua poetica e della sua ricerca, interrogandosi sulle possibilità dell’arte, del fare arte e della vita associata.

Per l’artista la fotografia, i video e le installazioni sono la modalità di fermare, cristallizzare, le immagini di un mondo contraddittorio che le sue performance attraversano, ponendo l’accento sull’identità inter-generazionale e di genere, sulle inquietudini singolari e plurali, che non riescono a diventare collettive e quindi politiche e sul rapporto desiderio – realizzazione, mancanza e disillusione. In un mondo, di cui sembra rimangano solo rovine.

 

Note dell’autrice sulle opere esposte

 

(Questo vorrei arrivasse, l’incombenza del verso sul mio lavoro. Il versamento di immaginari. È sempre un verbo poetico a spingere. Ma suona come un nitrito, un raglio).

 

The artist’s ascension. 2012

Stampa inkjet fine art su leger. 100 x 54 cm

Fotografia e direzione del movimento: Pino Chiezzi

Con: Enzo Cloetens, Andrea e Daniele Coppola, Irene Pittatore, Valentina Schwab, Annelies Vaneycken

Un progetto realizzato per Living in Lift – Schindler per l’arte.

 

In un sistema occluso, che relega l’arte ai margini di un discorso su grandi eventi, intrattenimento, competizione e mercato, c’è spazio per l’emersione della qualità? Per la discussione e il confronto sulle pratiche, le idee, il lavoro?

Il sistema-ascensore accoglie e condiziona la lotta per l’affermazione del giovane artista, stretto in una contiguità di spazi e prospettive, chiuso nell’autoreferenzialità del proprio operare.

 

Madonna del parto/ Natività NE35. 2013

con Irene Pittatore e Pino Chiezzi

Stampa inkjet fine art su ricetta medica. 19,5 x 15 cm

 

Il potere di dare vita è prerogativa della donna (in età fertile)?

La nascita è fenomeno connesso esclusivamente con le naturali possibilità di riproduzione?

Nausea da stereotipi e fiacche rivendicazioni di genere.

Su una comune ricetta medica (prescrizione per valutazione psico-comportamentale codificata NE35) poggia la mia povera icona, sghemba forma di natività, che cerca un dialogo con le icone sacre (Natività e Vergini del Parto), i ruoli sociali e la vita adulta.

 

Coazione 2. 2010

con Irene Pittatore e Pino Chiezzi

Mixed media. Dimensioni ambiente

 

Quattro materassi singoli accostati, diversi e consunti. Poggiati alle pareti come schiene malferme.

I soggetti dritti come cavalli a riposare una gamba per volta. “Chiudi gli occhi”, sembra vogliano dirsi “Immagina una bella ninna nanna e dormi”. Uno in camicia da notte, l’altra in abiti da lavoro. Sotto e sopra i materassi un tramestio di banconote, incessante.

Un’azione irrisolta e sospesa fra il sonno e la veglia, alla ricerca di un riposo che non può darsi e di una altrettanto impossibile conciliazione fra libera creazione e mercato.

 

Coazione 5 (Trent’anni). 2011

Stampe inkjet fine art su leger. 100 x 100 cm

Fotografia: Pino Chiezzi

Abito: Clara Daniele

Da una discussione avviata con Clara Daniele sulle forme dell’abbandono femminile, sulle ripercussioni private dell’esclusione.

 

Dimenandosi da qualche tempo nelle forme strette del femminile, e cercando di permanervi per studio, una qualche reminiscenza sartoriale ha fatto sì che mi dessi alla decorazione.

Ho preso a ricamarmi le dita, e poi sono passata da una natura sedata all’altra: da me a un boschetto di pioppi. Radunati in file baciate di alberi composti.

Nel reticolo di fili è rimasto anche lo strumento di lavoro (una macchina fotografica), fiaccato – ma non soppresso – dai suoi tanti multipli fuori del quadro.

Non so cosa inflessibilmente aspettasse Penelope, io aspettavo, nel mio vestito-soglia di canottiere, di sapere. Di farmi la strada. Ma non c’era nessuno.

 

Spesso mi interrogo, in occasione dell’esposizione di Coazione 5, sull’opportunità di rimettere in moto il fare-disfare, articolando ‘dal vivo’ (la mia natura è – ancora – morta) la progressione dell’intrico di fili, per raddoppiare il dispositivo di alienazione che inceppa l’azione, per significare la circolare battaglia fra sé(duzioni risibili).

Mi piacerebbe che le immagini, montate su supporto rigido, risentissero anche loro della trappola. Che denunciassero l’imbarazzo, il soffocamento della visione che le ha generate. Le strozzerei con tessuti candidi.

 

Coazione 6. 2012

Stampe inkjet fine art su leger. 100 x 150 cm

Fotografia: Pino Chiezzi

Abito: Clara Daniele

 

È il senso del confine con l’animale che mi conduce da una Coazione all’altra.

Questa è la volta dell’animale sacrificale, appeso a un povero tronco, che si immola da solo cercando di legarsi in alto.

Il dolore non monda.

Occupava il mio pensiero uno stanchissimo Ulisse. Circondato da marinai sfiniti, isolati volontariamente dal suono, si dimenava legato all’albero della nera nave.

Qualcosa è emerso dal buio. Una chioma? Una radice? L’albero maestro, forse. Un ciliegio piombato a terra.

Nessuno si erge sull’unico albero rimasto, ombra obliqua di una colonna d’Ercole. Fra corde molli l’animale dibatte la propria natura sull’altare dell’Irresistibile Tentazione: il mercato (delle sirene). Fine dell’in/canto. Laddove la conoscenza s’arresta.

 

Ho ritenuto di modificare l’orientamento di alcuni scatti per accentuare il senso di una assurda gravità che non risponde che a se stessa.

 

 

Studio per La contesa. 2011

di e con Irene Pittatore e Lucia Nazzaro

Video installazione. Dimensioni ambiente

 

Due video muti si fronteggiano. È in atto il dialogo di due artiste che si contendono dalla distanza di generazioni diverse un pesce morto, aspirazione ad un pasto che non verrà mai consumato: l’arte.

Io Lei insceniamo un conflitto senza soluzione.

Emergiamo dal nero. Lei, l’artista…, fuma, contendendo il mio resto.

Ci troviamo l’una di fronte all’altra (così vogliamo apparire allo sguardo di chicchessia).

Il pesce è il pasto (il resto) che non si consuma. Testimone involontario dell’assoluta necessità.

Io aspettavo. Il suo agitare le mani intorno a quel filo solleticava la mia voglia di dormire.

Ci guardiamo?

La trazione, la tensione del filo avido della sua preda non risponde al sentimento di bellezza che attraversa la scena come una lama.

Il gioco è prendersi dallo stesso capo senza nulla concedere al resto: orgoglio della parola.

L’arte? Riposa nel suo giaciglio.

 

 

 

 

Irene Pittatore/ Note biografiche

Laureata al Dams di Torino in Storia delle teoriche del cinema con lode e dignità di stampa, è co-fondatrice di NiniQa, società che sviluppa progetti culturali e crossmediali per realtà locali e internazionali.

Conduce una ricerca sul linguaggio visivo e performativo, spesso in dialogo con altri artisti. Attualmente lavora a progetti espositivi per la galleria Fusion Art e il Festival Architettura in Città di Torino, la rassegna internazionale ZooArt di Cuneo e per l’independent art space Pasaj di Istanbul.

Nel 2012 con A. Vaneycken ha partecipato al programma di residenza per artisti Viadellafucina con un progetto su arte e gentrification dedicato all’area di Porta Palazzo a Torino.

Nel 2010 con F. Macrì è stata invitata dalla commissione Arti Visive della Regione Piemonte a prendere parte ad una residenza di formazione presso Villa Arson a Nizza (FR) ed è stata designata dal network interbazionale Resò quale assegnataria della residenza a Capacete (Rio de Janeiro/ San Paolo, BR), dove ha sviluppato un progetto su arte, discriminazione e consapevolezza di genere.

Ha realizzato installazioni e interventi per Cittadellarte Fondazione Pistoletto (Viadellafucina A.I.R.), Artissima 18 e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Let’s talk Resò), Palazzo Ducale a Genova e Castel dell’Ovo a Napoli (Living in Lift), XX Giornata FAI di Primavera – Palazzo dell’Arsenale (TO), ‘nei limiti’ (La Biennale di Venezia 54/Padiglione Italia/Piemonte), XIII edition Biennial of Young Artists from Europe and Mediterranean, Biennale dell’Assurdo, Premio Celeste, FMPQ – City Veins, Yourtime 2010 Torino European Youth Capital, Food Design 5, Proposte XXIII, ZooArt e

ManifestaZoone.

Ha partecipato ai workshop proposti da Krystian Lupa nell’ambito della Biennale di Venezia 2000, da Massimo Bartolini e a.titolo per Proposte XXIII, da Documentary in Europe, Bruna Biamino, Doriana Crema, Dario Neira, Caretto e Spagna.

 

Roberto Mastroianni

 

Roberto Mastroiani è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari  in differenti Università Italiane e straniere.

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