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“C’è un altro mondo, ed è in questo”.
Paul Eluard
Mi chiamo Roberto, sono nato il 26 agosto del 1978 e da allora Torino è la mia città.
Ho visto ed abitato molti luoghi (Parigi, Bruxelles, Roma…) ovunque mi portassero il mio impegno politico, la ricerca filosofica e l’amore per l’arte, ma sempre sono tornato a Torino, che è una specie di luogo metafisico in cui culture diverse si incontrano e si scontrano: un luogo in cui il Sud degli immigrati meridionali diventava il Nord dell’operosità del triangolo industriale italiano e dove i molti Sud di un mondo, ormai ridotto a mercato e in rapida unificazione, tentano, oggi, di trovare una convivenza possibile.
Sono, insomma, il frutto impuro ed abbastanza comune di un’ordinaria storia di mobilità sociale tipicamente novecentesca: i nonni contadini, i genitori inurbati e imborghesiti e il figlio “dottore”.
In fin dei conti una storia simile a molti figli di questa Nazione e sulle note di una vecchia canzone potremmo aggiungere:
“Del resto, mia cara, di che si stupisce?
Anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori:
non c’è più morale, contessa…” (Contessa, Pietrangeli, 1969).
Sono, infatti, figlio di una coppia di quegli immigrati meridionali (in questo caso calabresi), che negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso abbandonavano le proprie terre, alla ricerca di una vita migliore nel ricco nord di un Paese in preda a quel “miracolo italiano” che prometteva una modernizzazione (malriuscita) dei costumi e della società.
I miei genitori sono stati operai e contadini (come i loro genitori), e negli anni ‘60-’70 del Novecento sono “venuti al Nord” con storie molto simili a quelle immortalate in film come Mimì metallurgico ferito nell’onore (Wetmüller,1972) o Così ridevano (Amelio, 1998), a Torino sono stati capaci di costruire la loro piccola fortuna, passando dalle fabbriche all’imprenditoria e mettendo al mondo due figli (me e mia sorella Rossella).
Io (il “figlio dottore”) mi sono laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, e poi ho conseguito un Dottorato di Ricerca in “Scienze e Progetto della Comunicazione”, sotto la supervisione di Ugo Volli. Mi occupo di filosofia del linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica.
Sono un ricercatore precario dell’Università degli studi di Torino, ho collaborato con giornali e riviste, ho letto qualche libro e ne ho scritti alcuni altri.
Divido insomma il mio tempo tra la ricerca filosofica e l’attività politica e la critica d’arte (prevalentemente arti del contemporaneo).
Ho avuto una formazione cattolica (salesiani, benedettini e qualche gesuita) e ora non posso che ritenermi un “cristiano nichilista”: un figlio di quello “scisma sommerso” (P. Prini, Lo scisma sommerso, Garzanti 2003), che vede molti fedeli abbandonare la pratica del cattolicesimo a causa della rigidità e del conservatorismo delle gerarchie ecclesiali in materia di Bioetica, Etica sessuale, aborto, divorzio e rapporti con il potere temporale.
Credo insomma che il cristianesimo sia una verità storica e che debba adeguarsi allo sviluppo storico e che il messaggio evangelico sia un messaggio di uguaglianza e fraternità in grado di rendere l’uomo libero dalle sue catene materiali e spirituali: per questo motivo posso dirmi cristiano.
Credo, nello stesso tempo, che i valori siano delle formazioni simboliche storicamente e geneticamente situabili e che spesso essi non siano niente altro che retoriche di verità utilizzate per mascherare logiche di dominio: per questo motivo non posso che dirmi nichilista.
Credo insomma, sulla scia di un motto evangelico, che “la verità vi renderà liberi” e che, come ha bene espresso Kafka, “benché la verità esista e sia una sola, essa sia vivente e quindi cambi con la vita”.
La mia militanza politica è iniziata, nel movimento studentesco e sindacale, all’età di 15 anni.
Sono un socialista eretico e libertario e credo che il compito della politica sia creare un mondo di opportunità e diritti per il numero più ampio possibile di persone.
Per molto tempo ho militato nel Partito Democratico della Sinistra (PDS) e nei Democratici di Sinistra (DS); nel 1999-2000 ho lasciato quel Partito in polemica con l’elezione alla Segreteria Nazionale di Walter Weltroni., che è stato credo una delle sciagure più grandi per la sinistra italiana.
Da molti anni sono un “cane sciolto organizzato” della sinistra italiana e nel 2001 insieme ad un gruppo di amici, provenienti da esperienze e tradizioni politiche differenti (l’ambientalismo, il socialismo, il comunismo democratico e libertario o le esperienze di autorganizzazione) ho dato vita ad un associazione di cultura politica che si chiama Altera-generatore di pensieri in movimento, di cui sono il Presidente.
Questa associazione, che ho fondato insieme a Nicola Tranfaglia, Gianni Vattimo e alcuni giovani dell’Ateneo torinese, si pone come obiettivo di elaborare una cultura politica nuova per una sinistra unita e plurale, attraverso lo studio, la riflessione e la movimentazione politica e culturale.
Nel periodo tra il 2001 ed il 2006 siamo stati promotori di attività di opposizione civile, partecipando ai diversi movimenti che hanno animato le lotte civili nel nostro Paese ( “girotondi”, “alteromondismo”….).
Dal 2005 lavoro con Pietro Folena e con lui e altri compagni ed amici ho cercato di animare un progetto di unità della sinistra, nelle istituzioni e nella società, tramite la creazione di una rete politica e culturale di nome Uniti a sinistra.
In questo momento continuo le mie attività culturali e politiche cercando di resistere alla svolta autoritaria che investe il paese…… questo blog è parte di questa attività.
Sono Europeo e cosmopolita. Il mondo è la mia casa e l’Italia è il Paese che amo, l’italiano è mia lingua materna (la mia patria) e odio gli indifferenti…
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci

