Il mio nome è legione. Le conseguenze virtuose delle bombe.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Lo spazio della Polis | Posted on 18-01-2010

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Propongo un articolo molto interessante di un amico (Gianluigi Ricuperati), che spesso ospito su questo blog, e che affronta le conseguenze della guerra, tema da lui già affrontato in un libro uscito per Bollati Boringhieri ( Viet Now. La memoria è vuota) del quale potete leggere una recensione di Giorgio Vasta cliccando qui.

di Gianluigi Ricuperati ( tratto da www.giudiziouniversale.it).

Ho letto su una bellissima rivista francese, XXI, la storia delle isole “rattrappite” dagli effetti degli esperimenti nucleari (americani, francesi eccetera) negli anni cinquanta. Alle mamme delle isole Marshall, che davano alla luce bambini malformati, bambini-medusa, bambini-con-la-coda, le autorità statunitensi, che avevano la proprietà di quel gruppo di atolli sospesi nel mezzo dell’Oceano Pacifico, dicevano che doveva essere per forza la sifilide. E questo ovviamente gettava sulla loro vita matrimoniale ombre e vergogna, visto che partorire un feto rimasto minuscolo a causa dell’effetto delle radiazioni veniva percepito come lettera scarlatta e stigma dal “sapere” popolare, in tutto dipendente dalla cattiva o non-esistente informazione provvista dal “potere” dello Stato, in quel caso americano.

Mi ha colpito la forma della rabbia di una cittadina delle Isole Marshall, raccontata dall’articolo, una certa Ljion, che da tempo ha rinunciato a essere madre dopo aver fatto nascere diverse creature “irradiate”, mi ha colpito con la forza eufonica del francese pourquoi. Ripete mostrando al giornalista le fotografie dei feti malformati, pourqoui, pourquoi, pourquoi.

Le centinaia di esperimenti nucleari effettuati sotto la volta celeste e sotto la crosta terrestre ispezionano la storia del Ventesimo Secolo come una lunga colonna verticale di stetoscopi feroci, sintomi e strumenti al contempo, feroci contro qualunque cosa esistente: la terra in sé, i frutti che essa può dare, il corredo genetico delle popolazioni (la memoria “genetica” che ho indagato anche nel libro sul Vietnam, Viet Now, uscito da Bollati Boringhieri, la memoria che non si arrende mai, è quella intrecciata alle modulazioni infinitesimali dei nodi ribonucleici): la mente e l’immaginazione e la possibilità di vita di queste sfortunate vittime, schiacciate senza sosta dalle urgenze della ragione di Stato.

Che però, pensavo mentre leggevo il pezzo, eppur sussiste. Quella colonna verticale di scoppi, anima e condanna del Ventesimo secolo, non saranno stati forse la garanzia che le bombe denominate da lettere, le H, le A, termonucleari o al plutonio, definitivamente distruttive o infinitamente distruttive, non hanno sprigionato la propria forza contro il resto del genere umano, contro il resto del paesaggio?

La ragione di Stato è l’operazione di sottrazione fra noi e qualche loro. Non ci sono dubbi. I dubbi, naturalmente, coincidono con la definizione programmatica di chi debbano essere i “qualche loro” (dando per scontato che per una ragione grammaticale e una necessità storica sappiamo bene chi siano i “noi”: siamo noi, che progettiamo la costruzione e ordiniamo la distruzione, noi che proclamiamo la costituzione e noi che la miniamo al suo interno, nel cuore deviato di ogni Stato, che coincide quasi sempre con la “ragione di Stato”, perché in questo caso davvero cuore e ragione non sono distanti: il nucleo è dove si marca in modo più brutale la differenza tra “loro” e “noi”: noi che suoniamo il rock’n’roll e con le stesse energie, dopo adeguate trasformazioni che mettono a tacere le coscienze anche dei più attenti, alimentiamo piccoli genocidi in scala “ridotta”, come nel caso delle isole Marshall).

Detto questo, le trasformazioni delle cause in effetto e delle conseguenze secondarie in contraddizioni anche virtuose  sono così ramificate e complesse che il suono dell’azione originale, lo scoppio della bomba, il finanziamento di una guerra, il carattere iniquo di un sistema, si perdono come echi distanti.
Sarò lucidamente felice quando leggerò un articolo sulla riforma dell’health care di Barack Obama che menzioni la diretta consequenzialità che esiste fra gli introiti spaventosi delle società assicurative americane, basate in buona parte sul funzionamento del sistema della sanità privata, e le incredibili donazioni che molte di queste società fanno a istituzioni culturali, che distribuiscono grant e fondi a menti libere ed eccellenti che dall’energia partita male costruiscono piccoli e grandi coni di progresso autentico.

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