È morto Marek Edelman uno degli ultimi eroi del ghetto.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Mondo | Posted on 08-10-2009

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È morto un grande uomo. È morto Marek Edelman: uno degli ultimi resistenti superstiti del ghetto di Varsavia e compagno di lotta di Mordechai Anielewicz, il ragazzo comandante degli ebrei resistenti ed insorti.

Edelman era l’unico comandante della rivolta del ghetto sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale e come Anielewicz, era un ragazzo quando decise di affrontare la barbarie nazista  con un mitra in mano ed, in nome della dignità umana, insorgere in difesa della vita e della libertà, sua e degli altri ebrei rinchiusi nel ghetto.

I resistenti combatterono la furia nazista, finché poterono…

I nazisti spazzarono via il ghetto, con le bombe ed i lanciafiamme, per avere ragione di quelle poche centinaia di uomini che si rifiutarono di divenire miti vittime sacrificali sull’altare della follia hitleriana.

Edelman faceva parte del Bund ed era uno dei comandanti dello ZOB, (Żydowska Organizacja Bojowa-Organizzazione ebraica combattente), era un socialista polacco ed un anticomunista, un socialista libertario ed un ebreo, che non si fece piegare, né dal nazismo, né dallo stalinismo.

È morto un uomo coraggioso ed insieme a lui se ne va una bella pagina della storia del Novecento ed un pezzo della cultura ebraica e socialista novecentesca, una pagina non sufficientemente apprezzata e studiata.

In questo nostro mondo, ormai privo di figure di riferimento, la storia di Edelman andrebbe indicata come l’esempio di un eroe europeo che con la sua lotta ha riscattato parte delle nefandezze perpetrate in nome di quell’altra Europa, borghese e razzista, che si credeva l’erede dell’ellenismo, della cristianità e di qualche altra sciocchezza con cui costruire il mito della superiorità della razza.

Addio compagno Marek.

Di seguito un articolo di  Enrico Deaglio e di Gad Lerner ed un ricordo di Claudio Vercelli, inoltre un racconto di Andrea Tarquini.

Storia di un eroe scomodo

di Enrico Deaglio, 6 ottobre 2009

Venerdì 27 novembre 1998, a Milano, nella sede della Fondazione Feltrinelli si presentava un libro: Il guardiano. Marek Edelman racconta, di Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn, edito da Sellerio. Era presente il protagonista. Nella sala saremo stati più o meno in ottanta: pochi. Nessun esponente della città a salutarlo. E dire che, se noi non siamo stati sommersi – ognuno di noi che oggi vive, e vive bene – è perché poggiamo i piedi sulle spalle di Marek Edelman. Così si è raccontato nel libro di Assuntino e Goldkorn: «Sono nato nel 1921 a Homel, oggi Bielorussia. I dodici fratelli di mia madre erano socialisti rivoluzionari, per i bolscevichi, nemici mortali. Un giorno i comunisti, credo che fosse l’anno della mia nascita, li hanno fucilati tutti e dodici. Si salvò solo mia madre, che andò a stare a Varsavia. Mia madre era un’attivista del Bund, di professione infermiera. È morta che ero ragazzo, nel 1934». Nessuno (o solo pochi studiosi) sa che cosa fu il Bund, per una ragione tanto semplice quanto tragica: i suoi membri sono stati tutti uccisi, quel popolo non esiste più. Il Bund era il partito socialista dei sei milioni di ebrei della Russia, della Polonia e della Lituania, dello «yiddish dal Don alla Vistola».

Era un partito forte: organizzava colonie e sanatori per i tubercolotici, scuole, sindacati tra i facchini e gli ambulanti, squadre di autodifesa dai pogrom. Il Bund avversava il sionismo e voleva la propria autonomia culturale in Polonia. Autonomia che voleva dire, per esempio, permettere in tribunale a un imputato ebreo di esprimersi in yiddish: negli anni Trenta, a Varsavia, città di unmilione di abitanti, trecentomila ebrei parlavano yiddish. Il Bund, il primo maggio sfilava a Varsavia insieme al partito socialista polacco e cantava il suo inno: «Il nostro oceano salato di lacrime umane, questo oceano noi lo svuoteremo». I ragazzi del Bund apprezzavano il socialista francese Leon Blum, sapevano che il socialista italiano Giacomo Matteotti era stato ucciso dal fascista Mussolini. Il Bund non andava per niente d’accordo con i bolscevichi e i suoi due più importanti dirigenti, Alter e Erlich, rifugiati aMoscanel 1941, Stalin li fece ammazzare. Poco dopo l’invasione della Polonia nel 1939, i nazisti crearono a Varsavia il ghetto: nel 1942 vi viveva mezzo milione di persone e cinquemila morivano di tifo ogni mese. Giorno dopo giorno, seimila persone vennero radunate sul piazzale di trasferimento – l’Umshlagplatz – e caricate sui treni, destinazione i campi di sterminio di Treblinka, con tre filoni di pane eunvasetto di marmellata. La voce del ghetto diceva: «Non è vero che ci mandano a morire, altrimenti non ci darebbero da mangiare».Marek Edelmanaveva allora ventun anni e lavorava come portantino di ospedale. Militante clandestino del Bund era uno dei pochi ebrei ad avere il permesso di recarsi nella parte ariana di Varsavia. Sapeva quel ragazzo che cosa stava succedendo? Sì. Il Bund lo scriveva a ciclostile nel ghetto. «Trasferimento uguale morte, ribelliamoci». Sapeva il mondo quello che sta succedendo nel ghetto di Varsavia? Sì. Londra ne era stata informata, nei dettagli, fin dalla fine del 1941. L’ospedale in cui lavorava il giovane Edelman era vicino al piazzale dell’Umschlagplatz. Lì medici eroici distribuirono anche zollette di cianuro a malati e bambini e qualche volta, dalle finestre dell’ospedale, si riuscì a far volare a terra un grembiule bianco e chi – nella fila – riuscì prenderlo e a metterselo, scampò al rastrellamento.Edelman ricorda il colossale, quotidiano, silenzio («al massimo si sentiva il pianto di qualche bambino, ma mai ho sentito un’invocazione di pietà») con il quale gli ebrei andavano a morire. Vecchi, adulti e giovani, poderosi facchini del Bund resi fragili dalla fame, madri con i loro figli.

All’età di 22 anni, Marek Edelman, quando ormai nel ghetto vivevano solo sessantamila persone, è stato il vicecomandante della Zob, Organizzazione Ebraica di Combattimento. Capo era «Marian » Anielevski, 24 anni. La Zob era composta di 220 ragazzi e ragazze che, con alcune migliaia di dollari paracadutati a Varsavia dal Joint Distribution Committee, erano riusciti a raccattare dai contrabbandieri un pugno di pistole, due mine, cinque granate, dieci fucili. Cominciarono a combattere nella primavera del 1943 e tennero testa alla Wehrmacht e alle SS, il più potente esercito del mondo, per cinque settimane. Operarono dai tetti e con le molotov, impedirono ulteriori razzie, uccisero decine di soldati tedeschi. Una militante della Zob si suicidò, ma ci mise sei colpi di pistola per centrarsi la tempia: Edelman ha ricordato che piansero la compagna, ma anche i i cinque proiettili sprecati. Furono il primo esempio – appena dei ragazzi, e per di più reduci da tre anni di sfinimento – di resistenza armata all’esercito nazista in Europa. In un pomeriggio di battaglia un drappello di SS addirittura si presentò a trattare con una bandiera bianca. Non venendo a capo della resistenza, decisero la distruzione totale del ghetto. In dieci giorni dell’inizio del maggio 1943 con bombe, lanciafiamme, bombardamenti aerei, tank, granate e gas, le SS al comando del generale Juergen Stroop rasero al suolo il ghetto di Varsavia.

Dei combattenti della Zob, molti si suicidarono, alcuni si salvarono passando per le fogne e sbucando – neri e orribili – nella parte ariana. Marek Edelmanè l’unico sopravvissuto tra di loro. Nonesistono fotografie di Edelman da giovane, ma lui un giorno si è ricordarto che nelle settimane dell’insurrezione indossava un bel maglione rosso, d’angora, che aveva rubato nella casa di un ricco ebreo. Portava le bretelle incrociate sul petto e, nei pantaloni, due revolver. Ora è tempo di guardare la sua faccia: Marek Edelman, settantasettenne cardiologo ancora in servizio all’ospedale municipale di Lodz, è un uomo di media statura, di corporatura spessa, che ha mantenuto tutti i suoi capelli. La sua faccia è, allo stesso tempo, soffusa e intrisa di rughe: è stata la sua vita, certo, a costruirla, ma a quest’opera hanno contribuito anche le Gauloise, la vodka e il whisky. Tra l’indice e il medio dellamanodestra, il vecchio dottore ha il giallo della nicotina. Il suo vestito è polacco: inutile quindi descriverlo; la sua camicia bianca è di terital. La sua bocca, che è piccola, si piega il più delle volte verso il basso. Anche le mani sono piccole, e – ahimè – non sono secche. Ma gli occhi sono ancora grandi. Se un tempo furono innamorati, imperiosi, rapidi, oggi quegli occhi ancora neri appaiono, in qualche maniera, buddisti: ne hanno la lunghezza, il languore e la serietà.

Tutta la geografia e la memoria dei sentimenti, il volto diEdelman l’ha trasferita sotto gli occhi, depositandola indue grandi borse che lo segnano: zac e zac, due colpi alla Ricasso. Marek Edelman, una volta uscito dalle fogne, ha combattuto nell’insurrezione di Varsavia del 1944, si è laureato in medicina ed è diventato cardiologo all’ospedale di Lodz. Nel 1968, quando Gomulka lanciò una campagna antisemita, gli tolsero il posto in ospedale, ma il personale costrinse le autorità a reintegrarlo. Negli anni Settanta e Ottanta difese il Kor, il gruppo di dissidenti comunisti di autodifesa degli operai, poi partecipò a Solidarnosc. Trattò con il potere, venne arrestato da Jaruzelski, messo in cella, liberato per le pressioni internazionali. Gli chiesero di trasferirsi in America o in Israele e non l’ha fatto. Portò la sua solidarietà a Sarajevo assediata. Rivide il generale Stroop nel 1946, al processo che poi avrebbe deciso la sua impiccagione. Quando Edelman entrò a testimoniare, Stroop si alzò, sbattè i tacchi e disse – e non si capì se eraunadichiarazione o un’implorazione – «Keine Rache», nessuna vendetta. «Avrà avuto una cinquantina d’anni, i capelli grigi e corti. Più che un militare Stroop era un politico, un burocrate. Rispondeva ai suoi superiori su quanti ebrei riusciva ad ammazzare. Bruciò il ghetto per la sua carriera, non per altro… Ma queste sono storie vecchie. Voi italiani chiedete sempre dei sentimenti! Cosa provo quando passeggio per Varsavia? Niente, la mia gente non c’è più… Il Bund neanche c’è più, tutti lo vogliono dimenticare. Tutto l’archivio dove avevamo scritto tutto, le relazioni giorno per giorno, i rapporti da tutti i paesi della Polonia, è andato perduto. Lo conservavamo nel ghetto, in un palazzo che venne sbriciolato dalle bombe. Poi lì, dopo la guerra, costruirono. Oggi è la sede dell’ambasciata cinese a Varsavia. Bisognerebbe scavare lì sotto, ma non lo faranno ».

Enrico Deaglio, L’ Unità- 06 ottobre 2009


In ricordo di Marek Edelman

di Gad Lerner, 6 ottobre 2009

Venerdì 9 ottobre, al cimitero ebraico di Varsavia, si terranno i funerali di Marek Edelman. Vi ripropongo l’intervista realizzata con il vicecomandante della rivolta del ghetto nella sua casa di Lodz il 23 maggio 2006. E il ricordo che ho pubblicato su “Vanity Fair”.
E’ il coraggio la virtù degli eroi? Si può amare la vita e metterla ugualmente a repentaglio?
Marek Edelman non poteva permettersi il lusso di queste domande all’epoca in cui, poco più che ventenne, si impegnò fra gli artefici del Zob (Organizzazione ebraica di combattimento). A quel manipolo di giovani temerari male armati, del quale Edelman fu il vicecomandante, non si offriva un’alternativa fra il vivere e il morire, ma semmai la scelta sul come morire, quando il 19 aprile 1943 scatenarono la rivolta del ghetto di Varsavia.
Stiamo parlando di uno degli episodi più tragici e gloriosi nella storia del Novecento. La rivolta che provocò l’incendio e la distruzione del ghetto, sopraggiunse dopo che già 300 mila dei suoi residenti coatti erano stati uccisi nelle camere a gas di Treblinka. Più che salvarsi, gli organizzatori della rivolta volevano ricordare a sé stessi e al mondo di essere persone e non topi. Uomini e donne ancora capaci di denunciare l’ingiustizia abbattutasi su di loro.
Mordechai Anielewicz, il comandante del Zob, dopo diciannove giorni di resistenza nel corso dei quali era avvenuto l’impensabile –ebrei che uccidevano tedeschi, anziché il contrario- si suicidò l’8 maggio 1943 nel bunker di via Mila 18 prima di essere catturato dai nazisti. Marek Edelman invece riuscì a fuggire attraverso le fogne, con pochi altri, nella parte ariana della città. Non sarò così indiscreto da indagare il senso di colpa coltivato da Marek Edelman nei sessantotto anni in cui è sopravvissuto ai suoi compagni di lotta. L’uomo si presentava con una scorza di durezza apparente. Ma di ferrea in lui c’era soprattutto la volontà di restare fedele ai suoi morti, attraverso due precise regole di comportamento: non allontanarsi dai luoghi in cui fu perpetrato lo sterminio e dove, in seguito, subentrarono la rimozione e l’oblio. Per questo usava definirsi “il guardiano delle tombe del mio popolo”. Ma neanche ciò gli sarebbe bastato. A Marek Edelman, divenuto nel frattempo stimato cardiologo dell’ospedale di Lodz, premeva testimoniare attraverso l’esempio quotidiano che il coraggio dei vent’anni può durare una vita intera. Divenne oppositore del regime comunista polacco, tanto che i burocrati, fallito il tentativo di comperarlo, giunsero al disonore di infliggendogli gli arresti domiciliari. Fu fra i sostenitori, vent’anni fa, del movimento Solidarnosc che portò alla nascita del primo governo non comunista dell’est europeo. Mezzo secolo dopo la rivolta del “suo” ghetto di Varsavia, ormai anziano, nel 1993 Marek Edelman guidò un convoglio umanitario dentro alla città di Sarajevo assediata. Di recente, dettandolo all’amica Paula Sawicka, ha trovato ancora l’energia di pubblicare un libro dal titolo bellissimo, E c’era l’amore nel ghetto, che in Italia verrà presto edito da Sellerio.
Se n’è andato serenamente nel pomeriggio di venerdì 2 ottobre scorso, all’età di 90 anni. Per rispettare i suoi desideri, anziché nel Pantheon dei benemeriti della democrazia polacca viene sepolto nel cimitero ebraico di Varsavia, in mezzo alla gente di cui ci ha trasmesso la memoria, accanto agli altri dirigenti del Bund, partito socialista ebraico, cui è rimasto fedele nell’idea che la vittoria sugli antisemiti debba ottenersi nel luogo natale, senza bisogno di emigrare in Israele.
Il ricordo personale che serbo dei miei incontri con quest’uomo sono dettagli piccini che si perdono nell’ammirazione e nel rimpianto. Sono lieto di averlo fatto conoscere ai miei figli, sotto una pioggia scrosciante, prima della cerimonia per il sessantacinquesimo anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia. Credo di non avere mai conosciuto un’altra figura storica che regga il paragone con Marek Edelman.

Edelman l’eroe del Ghetto

di Andrea Tarquini, La Repubblica, 3 ottobre 2009

L´Europa, la cultura ebraica e mondiale tout court e l´èra contemporanea hanno perso uno degli ultimi grandi testimoni dell´Olocausto, della Resistenza e della Storia. Marek Edelman, il leggendario comandante dell´insurrezione del Ghetto di Varsavia contro l´esercito occupante della Germania nazista, è morto nella sua casa nella capitale polacca. Da almeno due settimane la sua salute si era deteriorata. A 90 anni, si è spento sereno nel suo letto, con a fianco a confortarlo fino all´ultimo le persone che più amava. Alla notizia, radio e tv polacca hanno subito interrotto le trasmissioni per dare l´annuncio.
Con Marek Edelman viene a mancare uno dei protagonisti più eccezionali del nostro tempo, “il guardiano”, come s´intitola la sua biografia trascritta da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn. Nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia, studente in medicina nel vivace clima della numerosa, colta e attivissima borghesia ebraica della Polonia di prima della guerra e di Hitler, scelse presto l´impegno politico. Si iscrisse da giovane al Bund, cioè il partito socialista ebraico (Allgemeiner Jidischer Arbeiter-Bund in Russland, Lite un Poiln, Partito unito ebraico dei lavoratori in Russia, Lituania e Polonia). Era non lontano dalla capitale il 1° settembre 1939, quando gli Stukas della Luftwaffe e le Panzerdivisionen della Wehrmacht, lanciarono la brutale aggressione alla Polonia che avrebbe scatenato la seconda guerra mondiale.
Proprio il 1°settembre scorso, nell´ultima intervista che concesse a Repubblica, ricordò quei giorni tremendi, lucida e serena voce della memoria. «Rammento gli Stukas in picchiata, città e villaggi distrutti, l´accanimento bestiale sui civili…tornai a Varsavia, non trovai più i miei amici e compagni di studi. Misi in salvo i miei pochi averi, fuggii, mi detti alla macchia, mi unii alla Resistenza».
Furono momenti tragici, ci narrava la sua voce. «O noi o loro, la cosa più terribile non erano nemmeno i bombardamenti e i massacri, era la sensazione, anche se per il momento sopravvivevi, di essere degradati a Untermenschen, a subumani. E anche loro, i soldati tedeschi, erano ridotti a bestie. Non c´era tempo per pensare alle loro anime: o noi o loro, ogni giorno sopravvivevi e non sapevi fino a quando saresti sopravvissuto».
Nella Resistenza europea ed ebraica, Marek Edelman ebbe un ruolo anche politico di primo piano. Convinse il Bund a unirsi alla Zydowska organizacja bojowa, l´organizzazione combattente ebraica. Quando cominciò nel 1943 l´insurrezione del Ghetto di Varsavia, ne fu il vicecomandante, e il primo sul campo, secondo solo al massimo responsabile politico Anjelewicz. Anjelewicz si tolse la vita per sfuggire alla Gestapo, Edelman al comando di gruppi di partigiani ebraici riuscì a fuggire attraverso le fogne e si unì ai partigiani polacchi. Costituì gruppi armati del Bund e nell´agosto 1944 combatté di nuovo, questa volta nell´insurrezione dell´Armia Krajowa, l´esercito partigiano conservatore che schierava a fianco degli Alleati più soldati di quelli di de Gaulle.
Nel dopoguerra, decise di restare in Polonia nonostante la nuova oppressione imposta da Stalin e l´antisemitismo spesso incoraggiato dalla dittatura. Fu un medico straordinario a Lodz, la Manchester polacca, antico centro della rivoluzione industriale, e scrisse numerosi libri sulla Resistenza e l´Olocausto. Molti lo odiavano: antisemiti d´ogni sorta, e antisemiti al potere a Varsavia. Come il potente ministro dell´Interno del dittatore Wladyslaw Gomulka, Mieczyslaw Moczar, che quando scoppiò nel 1968 (a marzo, due mesi prima che a Parigi) la rivolta studentesca polacca, reagì con una spietata purga, cacciando gli ultimi ebrei dal paese. Edelman fu licenziato, per la seconda volta, dall´ospedale. Quando poi, nel 1976, il dissenso guidato da Jacek Kuron, Adam Michnik e altri fondò contro la repressione antioperaia il Comitato di difesa dei lavoratori (Kor) lui si impegnò al loro fianco. Dopo il golpe di Jaruzelski fu più volte arrestato. Divenne poi uno dei più ascoltati consiglieri di Solidarnosc, una delle massime menti laiche dell´opposizione democratica, e partecipò alla Tavola rotonda, il negoziato del 1989 tra Solidarnosc e la giunta militare-comunista del generale Wojciech Jaruzelski. Fu uno degli artefici dell´idea che scaturì da quel Tavolo: la trattativa per una transizione non violenta dal socialismo reale alla democrazia, sull´esempio della Spagna dopo la morte di Franco.
Dal 1989, l´anno della svolta in cui si tennero in Polonia le prime elezioni semilibere dell´allora blocco sovietico, al 1993, fu anche deputato alla Dieta. Quando Helmut Kohl visitò Varsavia tornata democratica, lui lo guidò in visita nell´ex Ghetto: «Vede, cancelliere, là affrontammo la Wehrmacht». Nel 1998 il presidente Aleskander Kwasniewski, ex comunista e quindi sua ex controparte alla Tavola rotonda, lo insignì dell´ordine dell´Aquila, la massima onorificenza polacca. Il breve periodo del nazionalpopulismo dei gemelli Kaczynski fu pesante anche per lui, ma “il comandante”, come chi lo conosceva lo chiamava con affetto rispettoso e riverente, non si scoraggiava mai. Continuava a dire la sua, e sopravvisse (con la vittoria del liberal Donald Tusk) al loro potere. Fino all´ultimo, fu un uomo del dialogo. Anche verso la Germania: «Hanno saputo cambiare, sono un altro paese», ci disse tante volte, l´ultima volta proprio il 1° settembre, commosso dal discorso-mea culpa di Angela Merkel. La sua ultima gioia è stata pubblicare un libro sull´amore e l´erotismo, “E c´era l´amore nel ghetto”. Tra poche settimane uscirà da Sellerio in italiano.


Addio a Marek Edelman ultimo eroe del ghetto di Varsavia

di Claudio Vercelli da Moked.it ( il portale dell’ebraismo italiano)

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente,  del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavarare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarność, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell’insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

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