Dossier Levi-Strauss

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Mondo, Teoria e critica filosofica | Posted on 09-11-2009

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Il 3 novembre 2009 è morto all’età di 100 anni uno dei padri dell’antropologia contemporanea: Claude Levi-Strauss. Da ormai molti anni conduceva una vita ritirata e riservata, non rinunciando comunque alla scrittura ed all’esercizio del pensiero.

Levi-Strauss è stato un esempio di pensiero scabroso: di quel pensiero incapace di accettare i dogmi e la linearità della cultura ufficiale, sempre alla ricerca della complessità del reale e delle sue leggi strutturali, la cui scabrosità consiste proprio nello scavare all’interno del flusso storico alla ricerca delle leggi e delle dinamiche che ordinano il caos conferendo ad esso una certa universalità.

Quasi tutte le scienze umane contemporanee devono qualcosa a questo grande maestro del pensiero ed alla sua antropologia strutturale, a tal punto che per un lungo periodo di tempo non ci si è potuti, in qualche modo, non dire strutturalisti.

Per un giovane studioso come me (formato all’ermeneutica filosofica, alla fenomenologia, alla semiotica, ad all’antropologia socio-culturale), per il quale l’antropologia è uno degli interessi primari, il nome di Levi Strauss non può che essere affiancato, per grandezza, che a quelli di Martin Heidegger, Roland Barthes, H.G. Gadamer.

L’autore dei “Tristi tropici” è infatti l’esempio di un esercizio del pensiero che sa fare i conti con gli uomini concreti che popolano la Terra, tornando alle cose stesse in vista di una comprensione più generale dei fenomeni umani.

La sua ricerca di concretezza ha prodotto pertanto un pensiero capace di con-crescere insieme al reale che indagava, interpretando una realtà ed una verità che sempre si dà nella storia.

Spesso Levi-Strauss è stato accusato di essere eccessivamente universalista ed essenzialista ed il suo nome è stato accostato a quello di Emanuel Kant: il francese, in quest’ottica, avrebbe fatto in antropologia quello che il tedesco ha fatto in filosofia ovvero avrebbe rintracciato le strutture ultime ed irriducibili del pensiero e delle manifestazioni della presenza dei fenomeni umani nel mondo, sottraendole al divenire ed al mutamento.

Questa più che un’accusa mi sembra un complimento ed una presa d’atto del valore fondativo, per le contemporanee scienze umane, del pensiero di Levi-Strauss.

Per ricordare il maestro scomparso, prima che le manifestazioni pubbliche lo monumentalizzino ancora di più, al posto di spendere parole che sarebbero inutili innanzi alla grandezza del suo pensiero, mi sembra utile offrire un dossier delle riflessioni pubbliche seguite alla notizia della sua morte.

Parte del dossier è frutto del lavoro di Francesco Pompeo dell’AISEA (Associazione Italiana Scienze Antropologiche), credo che sia utile diffondere il più possibile tali materiali.

Di seguito il “dossier Levi-Strauss”.


Il grande decostruttore dell’arroganza occidentale

di Annamaria Rivera (Liberazione, 5 novembre 2009)

Se dovessi esprimere nel modo più spontaneo l’emozione per la scomparsa di Claude Lévi-Strauss, la direi con una poesia. Metterei in scena il Grande Centenario e uno dei miei gatti, il più anziano e saggio, morto un mese fa alla sua stessa età veneranda. E li farei dialogare, in un’operetta morale in versi, intorno alle splendide pagine che Egli ha dedicato alla riflessione sull’antropocentrismo. Forse Lévi-Strauss ne sarebbe contento, il mio gatto ne sarebbe anche orgoglioso, e io mi sarei sottratta al compito impossibile di ripercorrere l’opera immensa, complessa e variegata del grande antropologo.

Le pagine cui ho fatto cenno compongono un nucleo di pensiero che, a mio parere, non è stato valorizzato a sufficienza, se non da qualche suo allievo, soprattutto da Philippe Descola, che è stato anche l’ultimo suo tesista. Esse discendono dall’ispirazione rousseauiana, ma dietro si intravede anche, ovviamente, la lezione di Montaigne. L’attualizzazione critica di Montaigne e di Rousseau, che è uno dei grandi meriti di Lévi-Strauss, gli ha ispirato una riflessione fra le più importanti e feconde, curiosamente poco o per niente conosciuta o accolta dal pensiero ecologista e animalista.

Questa riflessione è presente già nella prefazione alla seconda edizione (1967) delle Strutture elementari della parentela. Qui Lévi-Strauss riflette sulla linea di demarcazione istituita fra natura e cultura e si domanda se, ben lontana dall’essere un dato oggettivo dell’ordine del mondo, essa non sia piuttosto una creazione artificiale della cultura umana, un’opera difensiva, creata da una frazione dell’umanità allo scopo di fondare la propria identità di specie e di rivendicare la propria originalità. Più tardi, egli avrebbe evocato il «circolo vizioso» inaugurato dal pensiero occidentale con la separazione radicale fra umanità e animalità. Una separazione originaria che sarebbe poi servita ad escludere porzioni di umanità sempre più vicine alla propria e ad elaborare un umanesimo riservato a minoranze sempre più ristrette.

In tal modo Lévi-Strauss non solo rintraccia e analizza il filo che lega lo specismo –come si direbbe oggi- all’etnocentrismo e al razzismo, ma getta anche le basi per un’antropologia non dualistica, che non collochi in due campi ontologici distinti gli umani e i non umani, e che si interessi alle relazioni che intercorrono fra gli uni e gli altri.

Una bella sfida per una scienza nata da sguardo antropocentrico oltre che coloniale. Per la scienza che finisce per darsi come concetto-chiave una “nuova” idea di cultura, la cui prima formulazione esplicita e sistematica, come è noto, si deve a E. Burnett Tylor (1871): la capacità di produrre culture (al plurale), intese come grandi macchine simboliche che inglobano tutte le dimensioni della vita sociale, è finalmente attribuita all’intera umanità (ma era già scontato per Montaigne). Questa macchina simbolica è concepita come prerogativa peculiare ed esclusiva del genere umano.

Anche per questo, come dicevamo, le pagine levistraussiane contro l’antropocentrismo sono una sfida non da poco; che sarà raccolta soprattutto da Descola, in una riflessione che parte da un lungo lavoro di campo, principalmente in Amazzonia, e culmina in un’opera decisiva qual è Par de-là nature et culture (Gallimard 2005).

Il tema dell’immensa variabilità delle culture ci dà la possibilità di far cenno a quale sia stata l’innovazione fondamentale dello strutturalismo levistraussiano. Per dirla in modo assai sintetico e per forza di cose approssimativo, essa risiede essenzialmente nell’aver praticato e offerto un sistema di dispositivi raffinati per esplorare lo spettro amplissimo delle analogie e differenze fra le società umane, senza perdersi o rimanere invischiati nella trappola dell’apparenza, dell’empirico, del particolare. Rintracciare «le strutture elementari», che reggono la variabilità infinita delle forme culturali e che si producono al di là della volontà e della coscienza degli attori sociali, permette di cogliere e mettere in luce ciò che di universale accomuna e sottende le culture.

Se volessimo andare al fondo del paradigma levistraussiano (ma non ne abbiamo lo spazio), troveremmo che esso contiene molti paradossi, alcuni intenzionali. Del resto, l’antropologo più celebre e prestigioso del Novecento, fra i grandi intellettuali uno dei più influenti e discussi, di paradossi è stato maestro. Paradossale fin da Tristi Tropici (1955). Il diario di viaggio, al tempo stesso biografia intellettuale -uno dei libri più belli del Novecento, che ha riscosso un successo eccezionale- si apre con una frase fulminante e provocatoria: “Odio i viaggi e gli esploratori”. Paradossale è stata anche la ricezione della sua opera immensa e straordinaria, che ha segnato una svolta decisiva dell’antropologia, ma non solo di essa. Nessuno ha potuto farne a meno, nel campo antropologico e in cento altri.

Eppure nessun’altra opera importante è stata criticata quanto la sua. A Lévi-Strauss sono stati imputati, di volta in volta, l’antistoricismo e l’irrazionalismo (era l’accusa rivoltagli da un altro grande antropologo, Ernesto De Martino), il mentalismo e l’intellettualismo (la riduzione dell’esistenza sociale al gioco delle combinazioni linguistiche e simboliche), la cancellazione del soggetto (la sua celebre frase “I miti si pensano fra loro” è il principio che guida i quattro volumi delle Mythologiques), il relativismo spinto e l’antioccidentalismo. Ma negli anni più recenti anche l’opposto: l’eurocentrismo e perfino una certa vicinanza col razzismo differenzialista. Fin dal 1971, infatti, aveva sostenuto posizioni che poi sarebbero state dette differenzialiste: popolazioni diverse che entrano in contatto su territori contigui, aveva affermato, sviluppano aggressività; per

scongiurare il razzismo, occorre dunque che le culture mantengano una certa distanza fra loro.

Paradossale è dunque anche il fatto che a una tale critica si sia esposto proprio il grande decostruttore dell’arroganza occidentale, colui che ha saputo conferire dignità intellettuale all’intera umanità, pure la più lontana ed esotica, che ha mostrato quanto il “pensiero selvaggio”, proprio anche agli occidentali, sia pensiero intelligente e complesso per la sua capacità di costruire sistemi sofisticati di descrizione e classificazione del mondo sociale e del cosmo.

Altrettanto paradossalmente, lo strutturalismo alla Lévi-Strauss è stato spesso “col trattino”. Se, in Italia in particolare -dove pure c’era stata la critica allo hegelismo, anticipatrice, condotta da Galvano Della Volpe- molti marxisti, più che altro storicisti, lo hanno criticato e rigettato, altrove il marxismo ha assunto il trattino e si è sposato, appunto, con lo strutturalismo. Si pensi solo ad Althusser, la cui polemica contro l’umanesimo marxista trova linfa nell’incontro con Lévi-Strauss, oltre che con Lacan e Foucault. Tutto ciò non ha impedito, tuttavia, che perfino nel nostro paese molta cultura degli anni Sessanta e Settanta, soprattutto di sinistra, fosse attraversata e influenzata dal riferimento al grande antropologo.

Chiudiamo riprendendo il tema dal quale siamo partiti. Nel 2005, in una delle rare apparizioni televisive, Lévi-Strauss dichiarava d’essere inquieto per “la spaventosa scomparsa” di tante specie viventi e per “il regime di avvelenamento interno” in cui vive la specie umana. E confessava che il mondo che stava per abbandonare “non è un mondo che amo”. Non l’amiamo neppure noi, che non abbiamo la sua età veneranda né l’avremo mai, e che siamo solo dei piccoli antropologi. L’amiamo di meno ora che non vi abita più il Grande Vecchio, adorato e detestato. Ma abbiamo il dovere di provare a interpretarlo, il mondo, per agire come se fosse possibile renderlo migliore. Ed è perciò che Lévi-Strauss “ci serve”.

La mente sistematica di un cuore selvaggio: Claude Levi-Strauss

di Enrico Comba (Il Manifesto 5, novembre 2009)

Il grande antropologo, che aveva varcato la soglia dei cento anni, è morto a Parigi nella notte tra sabato e domenica. I suoi studi etnologici lo portarono a capire che l’uomo è essenzialmente «un animale simbolico» e che il pensiero funziona dappertutto secondo meccanismi identici.

Dunque, non ci sono differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive delle diverse società«Odio i viaggi e gli esploratori», una frase indimenticabile, che apre il volume forse più letto e conosciuto di Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici (1955), una frase che rimane impressa indelebilmente anche nei lettori che non odiano affatto i viaggi e gli esploratori e che prediligono quella letteratura di viaggio al cui genere l’opera da cui è tratta nonostante tutto appartiene e che ha stimolato generazioni di viaggiatori e di ricercatori che si sono avventurati alla ricerca di tropici più o meno tristi.

Una frase paradossale, dunque, che sembra riassumere i molteplici paradossi che caratterizzano l’opera e il pensiero di Lévi-Strauss: probabilmente l’antropologo più celebre e influente del Novecento, che tuttavia ha lasciato più critici che allievi, la cui opera è guardata con venerazione e rispetto ma per lo più scorsa frettolosamente dalle generazioni più recenti di studiosi.
L’antropologo francese ha avuto la singolare fortuna di poter assistere, nel corso della sua lunga vita, non solo al culmine della propria notorietà e del prestigio accademico e scientifico, ma anche al declino dell’interesse per le proprie opere, fin quasi alla tacita emarginazione, e infine alla lenta riscoperta e rivalutazione che si è fatta strada solo negli ultimi anni.

Sotto il segno dell’universale

L’opera immensa e straordinaria di Lévi-Strauss riscuote spesso reazioni contrastanti e diametralmente opposte: alcuni lo ammirano senza riserve e sono affascinati dallo stile raffinato ed elegante, mentre altri rimangono infastiditi e insofferenti di fronte al linguaggio a volte oscuro e a un argomentare fluido e sfuggente.

Eppure la figura di Lévi-Strauss segna una profonda trasformazione nella storia dell’antropologia: la disciplina, dopo aver assorbito gli stimoli e le sollecitazioni dovuti alla sua opera, non è stata più la stessa di prima. Il pensiero dell’autore di Tristi Tropici ne ha modificato la fisionomia, ne ha trasformato il ruolo e le prospettive, ne ha rinnovato l’autorevolezza e la notorietà. Lévi-Strauss ha rappresentato un genere di antropologia diversa da quella resa celebre, per esempio, da Malinowski: una ricerca dettagliata e approfondita di una singola realtà etnografica attraverso la ricerca lunga e sistematica sul terreno, lo sforzo di vivere come un nativo e di narrarne il significato e le implicazioni.

L’antropologia lévi-straussiana è piuttosto una ricerca comparativa di ampio respiro, che si propone di esplorare l’ampio spettro delle differenze e delle somiglianze tra le società umane per mettere in luce ciò che di universale le accomuna e le sottende. La sua opera sulle Strutture elementari della parentela (1949) ha costituito per oltre mezzo secolo un riferimento obbligato per gli studi antropologici e ha segnato una svolta nel modo di affrontare lo studio dei sistemi sociali.

Quello che appariva come un caotico groviglio di usanze, costumi, regole e proibizioni estremamente variabili da una cultura all’altra comincia a prendere forma, sotto il rigoroso e sistematico esame dell’antropologo, mostrando l’esistenza di una serie di principi fondamentali che stanno alla base di tutta una vasta serie di fenomeni.

Le varie forme di prescrizione matrimoniale, che stabiliscono chi si può (o si deve) e che non si può (o non si deve) sposare, rimandano a un numero limitato di principi strutturali riconducibili al modello dello scambio.

L’apparente disordine e confusione della variabilità culturale trova la propria giustificazione e possibilità di spiegazione attraverso l’individuazione di un nucleo di principi strutturali universali. Forse un meccanismo troppo semplice per spiegare adeguatamente la molteplicità dei fenomeni e delle situazioni empiriche, come è stato messo in evidenza dagli studi successivi, tuttavia il salto di qualità che quest’opera ha consentito di fare è stato immenso e ha fornito argomenti di discussione e di riflessione per i successivi cinquant’anni di studi e di ricerche.

Per Lévi-Strauss, questa ricerca di ordine nel caos delle percezioni e delle rappresentazioni è un’esigenza che si manifesta non soltanto nel lavoro dell’antropologo, ma più in generale in ogni sistema culturale umano. L’uomo è essenzialmente un «animale simbolico», la sua caratteristica fondamentale e universale consiste nel costruire un sistema di categorie attraverso cui dare ordine e significato al mondo che lo circonda. Così come ogni lingua si fonda su una particolare articolazione e scelta dei suoni, ciascuna cultura elabora un complesso sistema di classificazione della realtà, che si basa anch’esso su un numero limitato di regole e di principi ma che può dare luogo a un’immensa varietà di rappresentazioni.

È grazie all’opera di Lévi-Strauss, in particolare al suo volume sul Pensiero selvaggio (1962), che si è affermato ampiamente il principio secondo cui i popoli extra-europei non sono semplicemente dominati da un pensiero «magico», da superstizioni e credenze assurde e irrazionali, da concezioni empiricamente infondate, ma dispongono di complessi e articolati sistemi di classificazione e di descrizione del mondo. La conoscenza del mondo naturale, degli animali, delle piante, del territorio manifestata da molti popoli indigeni si rivelava, grazie alle pagine dell’antropologo francese, di un’inaspettata profondità e accuratezza.

Non solo, ma questa propensione a classificare, osservare, descrivere, è stata ricondotta da Lévi-Strauss a una universale qualità intellettiva dell’uomo, che è indipendente dalle esigenze immediate di ordine materiale. La famosa frase, rivolta in modo critico alla teoria utilitaristica di Malinowski, in cui si afferma che gli animali per il pensiero indigeno sono non tanto «buoni da mangiare» quanto soprattutto «buoni da pensare», costituisce per l’antropologia un momento di svolta decisivo: viene di colpo restituita a tutta l’umanità, anche a quella più lontana ed esotica, la dignità intellettuale, la capacità di interrogarsi e di osservare, la curiosità di indagare e di scoprire, la necessità di porsi delle domande e di cercare delle risposte. A molti antropologi della seconda metà del Novecento questa enfasi posta da Lévi-Strauss sulla dimensione intellettiva della cultura è sembrata eccessiva e squilibrata: lo si è accusato di mentalismo e di intellettualismo, di trascurare in modo indebito gli aspetti più materiali dell’esistenza, come i condizionamenti ecologici e le esigenze della produzione economica, la dimensione corporea e le pratiche ad essa collegate. Tuttavia, rimane a Lévi-Strauss l’indiscutibile merito di aver portato una ventata di aria fresca in un settore che era rimasto a lungo intriso da radicati pregiudizi e da prospettive obsolete.

La sua insistenza sul fatto che il pensiero umano funziona dappertutto secondo meccanismi identici e che gli uomini «hanno sempre pensato altrettanto bene» ha contribuito in modo decisivo ad abbandonare l’idea che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive tra le società umane.
Nel regno del mito
A partire dagli anni Cinquanta, i principali lavori teorici di Lévi-Strauss si sono rivolti a un campo di studi particolare e alquanto inconsueto: quello dei miti. La scelta sembra apparentemente bizzarra: perché interessarsi per tanti anni e con tanto impegno a quel coacervo di storie improbabili, a quei racconti apparentemente incoerenti e fantasiosi provenienti dalle lontane foreste dell’Amazzonia o dagli altopiani delle Montagne Rocciose? Tuttavia, anche in questo caso, Lévi-Strauss è stato in grado di mostrare come dietro quell’insieme caotico di eventi e di narrazioni, che raccontano di incesti e di assassini, di uomini e di animali, di luoghi misteriosi e di poteri sovrumani, esisteva un ordine, un disegno nascosto. Sovrapponendo e confrontando fra loro una versione con l’altra, un racconto con un altro, cominciavano a emergere alcune linee guida che dimostravano come i creatori di quelle narrazioni avessero cercato di rispondere ad alcune importanti questioni, che riguardano anche noi, uomini e donne del XXI secolo.

L’analisi delle mitologie delle Americhe conduce Lévi-Strauss a individuare un sistema di pensiero in cui la distinzione tra la natura e la cultura svolge un ruolo centrale. In realtà, secondo Lévi-Strauss, questo tema è fondamentale per l’umanità nel suo complesso: come spiegare altrimenti la spontanea facilità con cui tendiamo a distinguere in modo netto e reciso tra noi umani e gli altri animali? Perché abbiamo la tendenza a porre una barriera tra l’uomo e, poniamo, il cane e lo scimpanzé e caso mai siamo disposti a riconoscere una certa affinità maggiore tra noi e il nostro cagnolino piuttosto che con una scimmia abitatrice delle foreste, quando la distanza genetica che ci separa da quest’ultima è molto più piccola di quella esistente tra noi e il cane e quando la distanza tra cane e scimmia è molto più grande di quella tra gli uomini e i primati?

Per rispondere a tali interrogativi occorre prendere in considerazione il ruolo del pensiero simbolico come fonte per la costruzione di un ordinamento del mondo in cui l’uomo vive. Tuttavia, le diverse società umane risolvono in modo diverso gli stessi interrogativi fondamentali e l’analisi delle mitologie amerindiane consente di mettere in luce proprio le modalità attraverso le quali quelle società hanno sviluppato il rapporto tra la natura e la cultura. Nella definizione del mondo umano e nella sua contrapposizione al mondo circostante, molte culture americane hanno sottolineato non tanto la radicale separazione e incommensurabilità tra una dimensione e l’altra, quanto piuttosto le varie forme di mediazione che rendono possibile il passaggio tra natura e cultura, tra animalità e umanità, tra continuo e discontinuo.

Nei lunghi percorsi tortuosi che si addentrano nell’intrico delle mitologie americane e si snodano nei quattro ponderosi volumi delle Mythologiques (1964-1971), l’autore mostra come ogni mito richiami altri miti, della stessa popolazione e di altre popolazioni, più o meno vicine, in un continuo processo di rifrazioni e di trasformazioni. Dal sovrapporsi e intersecarsi dei motivi mitici comincia poco a poco a delinearsi un certo ordine, in cui il tema della cucina costituisce il fattore ricorrente. Il fuoco infatti costituisce un elemento di distinzione per eccellenza tra gli uomini, che padroneggiano il fuoco e mangiano cibi cotti, e gli altri animali, che fuggono impauriti alla vista del fuoco e che si nutrono di cibi crudi. Il fuoco costituisce così un essenziale strumento di trasformazione: è grazie all’impiego del fuoco che gli uomini sono in grado di trasformare il cibo crudo, prodotto della natura, in cibo cotto, risultato dell’intervento della cultura.

I miti che narrano l’origine del fuoco sono poi connessi, in vario modo, con altri miti che raccontano l’origine dei maiali selvatici, che costituiscono la fonte principale di cibo ottenuto attraverso la caccia, e quindi la materia prima su cui si esercita l’arte della cucina. Questi a loro volta richiamano altri due elementi: il tabacco e il miele.
Che cos’hanno in comune il miele, il tabacco e il fuoco da cucina? Lévi-Strauss mostra, con un talento e una raffinatezza di riflessione ineguagliabili, come il miele costituisca una sorta di alimento già «cotto», cioè preparato, allo stato di natura, quindi senza l’intervento dell’uomo. Il tabacco, invece, richiede, per essere consumato, di venire bruciato: si ha così una sorta di eccesso di intervento culturale, che pone il tabacco in relazione con gli esseri soprannaturali. Così mentre il miele è un prodotto elaborato da esseri non umani (le api), il tabacco è un prodotto il cui consumo culturale implica la sua distruzione, per aspirarne il fumo. Tutti questi racconti finiscono quindi per parlare delle stesse cose e per elaborare in vari modi il tema delle molteplici forme di passaggio dal mondo naturale al mondo culturale e viceversa.

Allievo e testimione dei primitivi

Le analisi di Lévi-Strauss sono complesse, intricate, si sviluppano per centinaia di pagine e non sono quindi facilmente ripercorribili. Molti autori le considerano elaborazioni cervellotiche e infondate. Tuttavia, il lettore che abbia la pazienza di scorrere quelle pagine ne rimarrà affascinato e coinvolto: non potrà sfuggire alla sensazione che quelle storie, apparentemente strane e sconnesse, devono essere prese sul serio e, con esse, i loro lontani e remoti creatori. E allora il ricordo corre inevitabilmente alla lezione inaugurale, tenuta nel 1960 al Collège de France, al termine della quale l’antropologo francese volle tornare con il pensiero ai popoli della foresta tropicale presso i quali aveva svolto le sue prime ricerche e di cui si definì «loro allievo e loro testimone».

Generazioni di antropologi si sono sforzati e ancora si sforzeranno in futuro di sviluppare le profonde conseguenze e implicazioni di questa affermazione, per alcuni aspetti sorprendente, di Claude Lévi-Strauss.

Lévi-Strauss: l’uomo che scopri il pensiero selvaggio

di Ida Magli (Il giornale 4, novembre 2009)

«Lo sguardo da lontano» è stata la sua forza, il suo metodo, la sua garanzia di scientificità, ma soprattutto la nota costante della nostalgia, presente in ogni sua ricerca sugli uomini, data dalla certezza di non trovarvi, di non potervi trovare «l’Uomo». Un esempio di questa rinuncia è straordinariamente evidente nella serie Mitologica. Nella Fanciulla folle di miele, nel Il crudo e il cotto, in Dal miele alle ceneri Lévi-Strauss non ha fatto altro che descrivere, spiegare il significato culturale della donna, il suo posto nella immaginazione maschile, quella immaginazione che non ha creato soltanto il sistema dei miti, ma anche il posto assegnato alle donne nelle culture attraverso il racconto mitico; però non se ne è accorto. O, forse, non voleva accorgersene, in omaggio appunto al doveroso sguardo da lontano dell’antropologo. Questa assoluta freddezza, questo analitico distacco, se gli ha permesso di costruire un sistema perfetto di comprensione formale dei «modelli» culturali, alla fine lo ha anche portato a non avere né continuatori, né veri allievi. Lévi-Strauss, infatti, non è imitabile. Lo strutturalismo, certo, ha fatto scuola, ma, privo della sua intelligenza, il metodo risulta quanto mai meccanico e incapace di vero sviluppo.

Eppure è stata una donna, Simone de Beauvoir, a osannare per prima il nuovo sistema di ricerca, citando nel famoso saggio Il secondo sesso la tesi di laurea di uno studente che, avendo già molto viaggiato nelle terre disagiate del Mato Grosso, aveva la fortuna di fare i suoi primi passi nel dibattito intellettuale del dopoguerra, nel salotto parigino dove si riunivano le migliori intelligenze di Francia, quello di Jean-Paul Sartre. Erano Le strutture elementari della parentela, un’opera fondamentale per un’antropologia ormai del tutto distaccata dalla vecchia etnologia, eppure molto lontana dall’altro pilastro che darà ineguagliabile profondità agli studi antropologici: la comprensione del Sacro. Non che Lévi-Strauss non lo conoscesse e non lo apprezzasse, tutt’altro.

Grande ammiratore di Durkheim e di Marcel Mauss, Lévi-Strauss si è sempre appoggiato alla teoria del «dono» e dello «scambio simbolico nel sacrificio» elaborata da Mauss, per dare contenuto alla ricostruzione, per esempio, delle Opposizioni; ma l’aspetto formale del modello gli appariva già esaustivo, e non riteneva fosse compito dell’antropologo tener conto delle ricadute sul comportamento reale.
Devo dire che, nella mia grandissima ammirazione per il suo genio, ho sofferto davvero molto di non poter essere aiutata da lui nella battaglia in cui ho impegnato tutta la vita (e nella quale naturalmente ho perso) per introdurre nell’atmosfera intellettuale e politica italiana, l’uso del modello antropologico. Gentilissimo nella conversazione e nella corrispondenza, non ha però voluto o potuto prendere concretamente posizione nello spiegare, non tanto alle donne, quanto agli uomini, le conseguenze dei significati oppositivi, come per esempio, quello da lui stesso messo in luce con assoluta chiarezza: «La donna deve essere chiusa in alto perché è aperta in basso». Il divieto della parola potente discende da lì, l’impossibilità della vita sociale in quasi tutti i paesi (compresa l’Europa fino a pochi anni fa) discende da lì. Ma non c’è stato nulla da fare.

Di fatto, la sua legge era il rispetto assoluto per le culture. Quando narra, in Tristi Tropici, del freddo che fa rabbrividire i corpi nudi riuniti attorno al fuoco, si capisce quanto sia duro da mantenere questo atteggiamento per chi sa che basterebbero poche coperte ad eliminare la sofferenza, ma Lévi-Strauss non cede, così come non cede (altro mio terribile argomento di scontro) di fronte alla clitoridectomia.

C’è però un aspetto meno rigido, anche nella sua obiettività di ricerca, quando è spinto dalla tenerezza verso i Nambikwara a fare un’affermazione un po’ sprovveduta (agli occhi di una donna) e che, tuttavia, gli si perdona volentieri. Dice, infatti, in La vita familiare e sociale degli indiani Nambikwara che i Nambikwara trattano bene e amano molto le loro donne, senza accorgersi, però, che nella benevola metafisica dei Nambikwara le donne sono prive dell’unico diritto davvero importante, quello della vita nell’aldilà: «Le anime delle donne e dei bambini, dopo la morte, si disperdono nel vento e nella pioggia».

Rimane il fatto che, come spesso succede al genio, Lévi-Strauss è più convincente quando si abbandona all’intuizione e all’intelligenza del grande scrittore che non quando si affida esclusivamente al metodo sistematico. Sicuramente è il grande scrittore che rimarrà nella storia, oltre ovviamente alla circoscrizione dei tabù messi in luce nelle strutture della parentela. Ma di questi tabù pare che oggi nessuno voglia più sentir parlare, e nella furia ugualitaria che imperversa, forse perfino il rispetto assoluto di ogni singola cultura come un tutto significativo in se stesso, tanto inculcato da Lévi-Strauss, sarà dimenticato.

Claude Lévi-Strauss était “un passeur exceptionnel”

lemonde.fr, 4 novembre 2009 ( intervista a F. Heritier)

L’anthropologue Françoise Héritier a pris la succession de Claude Lévi-Strauss au Collège de France en 1982.

Vous avez été l’élève de Lévi-Strauss au milieu des années 1950. Vous parlez souvent de cet enseignement comme d’une “révélation”. Pourquoi ?

Françoise Héritier : J’étais une petite étudiante en histoire et en géographie, et des camarades de “philo” m’avaient incitée à aller écouter cet homme qui parlait de choses assez étonnantes au Musée de l’Homme. D’emblée, ça a été un sentiment de rupture. Son cours portait sur “la chasse rituelle aux aigles chez les Hidatsas” – des Indiens d’Amérique du Nord. A l’époque, ce simple intitulé était déjà révolutionnaire. A l’université, en effet, on apprenait tout sur l’histoire occidentale ou européenne, mais il n’y avait pas d’enseignement d’ethnologie. Voilà pourquoi les cours de Lévi-Strauss étaient d’une grande fraîcheur : ils nous ouvraient des perspectives totalement nouvelles, dont nous ne soupçonnions même pas l’existence.

Nous avons découvert avec stupéfaction qu’il y avait des mondes qui n’agissaient pas comme nous. Mais aussi que derrière cette différence apparente, derrière cette rupture radicale avec notre propre réalité, on pouvait mettre en évidence des appareils cognitifs communs. Ainsi, nous prenions à la fois conscience de la différence et de l’universalité. Tel est son principal legs, encore aujourd’hui: nous sommes tous très différents, oui, mais nous pouvons nous entendre, car nos structures mentales fonctionnent de la même manière.

Quel genre de maître était-il ?

C’est une voix qu’on n’oublie pas. Une fois qu’on l’avait dans l’oreille, il était impossible de s’en détacher. Une voix grave, légèrement tremblée, relativement neutre, presque silencieuse, et qui supportait peu les éclats, les écarts à la norme. Quand on écoutait l’enseignement de Lévi-Strauss, on n’avait pas envie de sortir un journal… C’était un homme d’écriture, un homme de parole publique aussi, mais pas vraiment un intellectuel en privé. Il n’appréciait guère les discussions scientifiques en tête à tête. Ce qu’il aimait, c’était les séminaires où il demandait aux intervenants de venir expliquer publiquement leurs travaux. C’est là que se manifestait sa grandeur de pédagogue: c’était un formidable maître du jeu, il savait faire émerger des questions que l’intervenant lui-même n’avait pas pu formuler.

Sur le fond, c’était un esprit subtil, très logique, dont les cours étaient bâtis sur un continuum de pensée où il n’y avait jamais de béance. Il retombait toujours sur ses pieds. Le charme de sa voix et sa maîtrise du propos faisaient de lui un passeur exceptionnel, avec toujours ce désir d’arriver à mettre à nu les choses essentielles, les ossatures.

Par exemple, je me souviens d’un travail sur des monnaies du bassin méditerranéen qui représentaient Hercule de dos. Il s’agissait d’élaborer une typologie des postures d’Hercule : la façon dont il s’appuie sur sa massue, la musculature de ses épaules… Là encore, l’objectif était de mettre au point une codification. Et surtout de montrer que la diversité, prônée par certains pour fonder un relativisme culturel, est inhérente à l’universel.

Après avoir été l’élève de Lévi-Strauss, vous lui avez succédé au Collège de France. Vos relations en ont-elles été transformées ?

Depuis son départ à la retraite, il est resté très présent. Il venait visiter son laboratoire au moins une fois par semaine, il y recevait des jeunes chercheurs, avec lesquels il était toujours prêt à échanger. Pour ma part, je n’ai jamais cessé de le considérer avec déférence et révérence. Bien sûr, dans les rapports individuels, il fut un être d’amitié, de confiance, qui a toujours protégé celles et ceux qui ont travaillé avec lui. Mais il n’a jamais accepté la moindre familiarité. Il avait un regard d’éléphant, avec ce petit œil perçant qui vous mettait à nu. Quand on était en face de lui, on se désagrégeait, il fallait beaucoup de courage pour se reconstituer. Du reste, en dehors de sa famille ou de ses camarades d’école, y a-t-il eu des personnes qui ont tutoyé Lévi-Strauss ? J’en doute.

Propos recueillis par Jean Birnbaum

Lombardi Satriani: rivoluzionò l’antropologia, troppo presa dall’ansia di gerarchizzare i popoli.

di Lombardi Satriani 4 novembre 2009, tratto da messaggero.it

La scomparsa di Claude Lévi-Strauss non giunge, certo, inattesa; alla fine dello scorso anno abbiamo celebrato i suoi cento anni ed è stata, questa, l’occasione per riflettere sulla sua opera e sul contributo dato a diversi campi del sapere. La sua prestigiosa e multiforme opera lo ha reso un protagonista assoluto della vita intellettuale del Novecento. Va sottolineato, infatti, che la sua influenza travalica di molto l’ambito dell’antropologia contemporanea, che riconosce comunque in lui uno dei suoi padri fondatori.

Prossimamente, quando avremo la possibilità di opportuni approfondimenti dei diversi aspetti di un’opera complessa, densa di acquisizioni critiche e di stimoli recepiti da antropologi, filosofi, sociologi, storici della cultura, linguisti, storici dell’arte e così via, potremo analizzare concretamente quanto e come sia stata feconda la sua opera. La letteratura scientifica ha posto in risalto tale fecondità di influenza; mi limito a ricordare, per tutti, l’ottima antologia di numerosi scritti di studiosi francesi e di altri paesi che Marino Niola ha dedicato a Lévi-Strauss introdotta da un suo rigoroso saggio: Lévi-Strauss fuori si sé

Oggi, qualche breve sottolineatura. Giovane, grazie una borsa di studio, Lévi-Strauss giunge in Brasile parlerà di questa sua esperienza nel celebre Tristi Tropici e si domanda cosa faccia lì notando che se l’Occidente ha prodotto l’etnografia è segno che un cogente rimorso l’affliggeva, concludendo, perciò, che l’etnografia è simbolo di espiazione.

Ispirandosi a questo Lévi-Strauss, Ernesto De Martino, che pur diffidava, a mio avviso eccessivamente, dello studioso francese, parlava dello scandalo dell’incontro etnografico, assunzione paritetica dei protagonisti di altre culture, di altre etnie nella loro costitutiva alterità, che non intacca comunque la comune umanità.

Rivoluzione di tipo copernicano in una pratica scientifica troppo spesso presa dall’ansia della gerarchizzazione delle culture, dei popoli che le elaborano, dei saperi che le indagano.

In una pagina di Mitologica l’opera nella quale, come noto, i miti vengono analizzati con quel metodo strutturale che lo studioso mutua dalla linguistica Lévi Strauss parla con indignazione civile e con lo sguardo prospettico dello studioso dell’irresponsabilità dell’uomo e della sua attività predatoria che rende l’ambiente, la natura, il paesaggio sempre più devastati dalla ottusa volontà di dominio mostrata dal nostro genere.

Modernità di un pensatore che, raggiunti i cento anni, ha saputo intercettare i fermenti significativi della società contemporanea con spirito acuto e innovatore. (Quodlibet).

Levi-Strauss sciamano d’occidente

la stampa.it 4 novembre 2009 di Silvia Ronchey

E’ morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha messo in discussione la centralità della nostra cultura

SILVIA RONCHEY

“Con il passare degli anni, ogni giorno di più provo la sensazione di usurpare il tempo che mi resta da vivere e penso che niente giustifichi più il posto che occupo ancora su questa terra», aveva dichiarato Claude Lévi-Strauss quattro anni fa, quando non ne aveva ancora novantasette. L’ultimo grande maestro del nostro tempo, l’autore di Tristi Tropici, del Pensiero selvaggio, del Crudo e il cotto, ma anche di quel meraviglioso compimento che è Guardare, ascoltare, leggere, il pensatore che ha segnato il Novecento mettendo in questione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell’uomo nel sistema vivente, forse voleva che, in quel sistema, la sua vita durasse cent’anni, ma non uno di più. Ne avrebbe compiuti centouno tra meno di un mese. È morto, forse non casualmente, nella notte dei Morti, l’unico rito precristiano e tribale che si celebri ancora oggi in tutto il mondo.

Avevamo festeggiato il suo centesimo compleanno, il 28 novembre dell’anno scorso, pubblicando una parte dei dialoghi avuti a Parigi anni prima. In quelle conversazioni lo avevamo interrogato anche sulla morte. La vedeva molto vicina, non se ne preoccupava affatto. Non gli poneva problemi metafisici, considerava troppo metafisico perfino Seneca, con la sua idea che la vita sia una meditatio mortis, una perenne preparazione alla morte. Lévi-Strauss, contemporaneo dell’esistenzialismo, andava più in là. La sua morale ultima, la sua dichiarazione di fede, era: niente è.

L’aveva ripresa da Montaigne, la ritrovava nel buddismo, di cui era stato curioso all’inizio della sua parabola intellettuale. Naturalmente, aggiungeva conversando nella grande casa parigina piena di libri e di antiche maschere tribali, per vivere bisogna fare come se le cose avessero un senso. Ma criticava perfino Sartre, che sosteneva la necessità di dare un senso alle cose. Sartre pensava che un senso alle cose lo si possa dare veramente, mentre Lévi-Strauss credeva che non ci si arrivi mai. Esistono solo due scelte: «O vivere la vita nel modo più soddisfacente possibile, e allora comportarsi come se le cose avessero un senso pur sapendo che in realtà non ne hanno nessuno: restare lucidi, lasciarsi portare, andare all’avventura. O altrimenti ritirarsi dal mondo, suicidarsi oppure condurre un’esistenza da asceta tra le foreste e le montagne».

In fondo, da giovane, aveva scelto la seconda opzione, quando nel 1935, dopo la laurea in filosofia, presagendo che la carriera accademica non gli sarebbe riuscita facile, era andato a vivere fra le tribù indie dell’Amazzonia e del Mato Grosso. Era stato compagno di studi di Simone de Beauvoir e Merleau-Ponty, ma la sua mente, polimorfa e multidisciplinare fin dall’infanzia, dedita alla pittura e alla musica quanto alla scrittura e alla lettura, era intollerante alle sistematizzazioni. Fu una duplice sconfitta al Collège de France a dargli quella straordinaria libertà di scrittura che fa di Tristi Tropici, dedicato al lungo soggiorno tra i Nambikwara, uno dei capolavori filosofici del Novecento.

La mente di Lévi-Strauss era votata al bricolage, analizzato nel Pensiero selvaggio, o al collage, dove oggetti e pensieri non contano per se stessi, ma per le reciproche relazioni. È lo spirito dello strutturalismo: tutto è linguaggio, dalla poesia al formicaio, alla Sonata.

I manuali parlano di lui come del fondatore dell’antropologia strutturale. Eppure, molte volte ha detto di sentirsi sollevato dalla fine della moda strutturalista degli Anni 70. La radice dello strutturalismo andava per lui cercata nel Settecento di Chabanon, un musicologo dimenticato che aveva anticipato Saussure. Anzi, aveva aggiunto, «andrei perfino oltre, fino ad affermare che i veri inventori della linguistica strutturale sono stati gli Stoici».

Questa capacità, da vero strutturalista, o da vero sciamano, di stabilire per ogni oggetto di studio relazioni e connessioni istantanee e multiple, gli derivava anche da immense letture. Conosceva la cultura classica quanto quella tribale, sfruttava contemporaneamente, sincronicamente e per così dire sinfonicamente le intuizioni dei filosofi greci e i sapienti castelli di carte dei filosofi tedeschi. Ma non voleva «neppure dare l’impressione che il suo lavoro fosse una filosofia». La sua intimità con la poesia era così grande da permettergli di percepire, quasi per sinestesia, i suoni come colori, di confrontare le Vocali di Rimbaud coi neri di Manet e questi con la «tastiera sincromatica» di un dimenticato autore del XVIII secolo, padre Castel. Lévi-Strauss vedeva nero il futuro ma traeva luce dal passato. Era avido di qualsiasi informazione gli venisse da questo sconfinato territorio, ormai così poco frequentato dalla modernità da renderlo quasi più selvaggio delle giungle del Brasile. Ad avvicinarci, a Parigi, era stata la sua curiosità per il mondo bizantino, un’Atlantide sommersa di cui aveva colto l’immensità, e di cui andava interrogando i riti, i miti, i colori.

«Odio i viaggi e gli esploratori»: così aveva scritto all’inizio di Tristi Tropici, citando Madame de Staël. Era naturalmente un paradosso. Un antropologo non può non essere un viaggiatore, viaggia per i continenti, per le culture, per gli argomenti, per le epoche. Ci dimostra quanto sia illusoria la differenza tra la civiltà e ciò che chiamiamo lo stato selvaggio. Ci spiega che anche dietro la più sofisticata delle usanze si nascondono tabù insondabili e paure ancestrali. Si potrebbe dire: che ne sarebbe di tutte le nostre incertezze, senza Lévi-Strauss? Per fortuna, attraverso il suo esempio e i suoi libri, Lévi-Strauss, anche se la scorsa notte dei Morti se ne è andato, varcando l’ultimo confine del suo viaggio, compiendo l’ultimo dei suoi riti di passaggio, resta con noi per sempre.

Lévi-Strauss, la rivoluzione dello sguardo occidentale

di Bruno Gravagnuolo L’Unità, 4 novembre 2009

Avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Ma non ce l’ha fatta. In compenso ha traguardato il secolo di vita, con un’attività intellettuale lucida fino all’ultimo. E con un’opera ciclopica, che ha cambiato il nostro «sguardo» sul mondo. Eppure Claude Lévi-Strauss di suo era un temperamento mite e sembrava destinato a un tranquillo insegnamento nei licei, al più all’Università. Figlio di un pittore, con entrambi i genitori francesi, era nato in Belgio nel 1908 e passò infanzia e giovinezza a Parigi. Laureato in filosofia nel 1931, dopo un breve insegnamento alle superiori, concorre per una cattadra di Sociologia all’Università di San Paolo in Brasile, dove avviene la svolta della sua vita. Una svolta chiamata «antropologia», nel segno dell’etnografia «americanistica», compiuta con due spedizioni nel Mato Grosso e in Amazzonia. Due libri da quelle due spedizioni: La vita familiare e sociale degli indiani Nambikwara, e Le strutture elementari dela parentela (1948 e 1949). Tra l’esperienza brasiliana e il primo viaggio negli Usa nel 1940 c’è intanto la prima rivoluzione di Lévi-Strauss. La connessione tra antropologia americana e linguistica. Dunque tra la lezione di F. Boas, e quella del linguista russo Roman Jacobson, che aveva conosciuto a New York, sospinto dall’interesse per la fonologia. Sta qui il nucleo più profondo dello «strutturalismo», l’invenzione più importante del grande antropologo. Non solo, proprio a partire di qui Lévi-Strauss introdurrà in Europa il frutto più maturo delle scienze umane statunitensi: «l’antropologia culturale». Piccolo inciso. Proprio mentre rivoluziona lo sguardo occidentale sulle «culture» come sistemi, Progresso e «primitivi», lo studioso è del tutto inconsapevole della tragedia che incombe sull’Europa. Di ritorno dagli Usa, tenterà addirittura di tornare ad insegnare nel suo vecchio liceo parigino, prima di essere messo sull’avviso da un funzionario ai permessi di Vichy, che gli dirà: «Professore, con un nome così!. Segno non solo di un temperamento da studioso assorbito dai suoi lavori, ma anche di un certo modo laico di vivere l’identità ebraica: ebreo positivista e kantiano, quale sempre si professò. Eppure ricordava molto bene certe aggressioni subite fin dalla scuola materna al grido di «sporco ebreo! E le offerte di denaro in famiglia per piantare un albero con il proprio nome in Israele. Alla ricerca del quale si pose dopo la guerra. Ma tutto il suo impegno per il sionismo si ridusse a questo. Impegno tutto sommato inferiore a quello profuso per i socialisti e per il Fronte popolare. Nel quale a un certo punto sperò di essere cooptato come ministro della pubblica istruzione (non se ne fece nulla). Ma torniamo alla sua rivoluzione epistemologica, consegnata a opere quali, Strutture elementari di parentela, Razza e Storia, Tristi Tropici, Antropologia strutturale, Il crudo e il cotto. Da un lato c’era la «cultura», in quanto sistema di relazioni sociali. «Unica», nelle sue varietà geografiche e storiche, secondo la linea di Boas. E cultura riletta con gli occhi di Durkheim, risposta «funzionale» ai bisogni di produzione e riproduzione del mondo. Dall’altro però c’era il linguaggio. Ma non tanto come lingua parlata, bensì come modello: sistema di segni alla Saussure. E segni coincidenti con le «strutture di parentela». Con i riti e i miti, le abitudini alimentari. Ecco la rivoluzione: il linguaggio come sfera del simbolico. Codificato in invarianti, inclusioni ed esclusioni, tabù e procedure consentite/obbligate. Era la famosa «struttura». Atemporale, inconscia, sovrapersonale. Irriducibile ad altre strutture di altre culture, benché confrontabile, sul piano metodologico. LA POLEMICA CON SARTRE Stanno qui le radici della famosa disputa tra storicisti e strutturalisti, la polemica con Sartre e l’ esistenzialismo. Se gli storicisti rivendicavano il ruolo dell’umano e della storia, lo strutturalismo mirava alla struttura tendenzialmente non modificabile, se non per rotture, «coupures» epistemologiche. Come quelle dei «paradigmi linguistici» in Foucault o in Althusser, o in storici della scienza come Kuhn. E il punto affermato da Lévi-Strauss era questo: nelle società primitive era il «simbolico» a fungere da tecnica produttiva. Cioè l’incesto e la sua proibizione, le regole familiari e claniche. E l’economia era riproduzione culturale e non «economica». Come accade nello «scambio simbolico» del dono teorizzato da Marcel Mauss, tra i maestri di Levi-Strauss. All’opposto, con la modernità occidentale, è l’economia a fare cultura, almeno in una prospettiva marxista o post-marxista (anche in Weber). Ne derivava non solo un’intera scuola di pensiero: Lacan, Foucault, Baudrillard. Ma un nuovo criterio interpretativo del vivere sociale, dove l’immaginario inconscio e rappresentativo è inseparabile dall’economia, anche nelle società moderne. La sfida teorica che Levi Strauss ci lascia è allora questa: il potere dei segni come forza produttiva di ogni società e di ogni relazione. Ieri come oggi.

4 novembre 2009 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 34) nella sezione “Culture”

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