
L’Università è sotto assedio, è al centro di un attacco politico e culturale, di cui la Riforma Gelmini è solo un episodio e non il più devastante e pericoloso. Questa presunta riforma è solo presunta in quanto: non è nuova, non è innovativa e soprattutto non è finanziata. L’università, come molte istituzioni di questo Paese, avrebbe un bisogno urgente di essere riformata, ma l’obiettivo della Gelmini (leggasi Berlusconi-Tremonti) non è tanto la Riforma, che così come è ideata è poco innovativa, quanto portare al centro del dibattito politico l’Università e costruire una percezione e un senso comune ad essa contrari. L’Università è infatti rappresentata da questo Governo come un elemento improduttivo e parassitario della società, come qualcosa di cui sbarazzarsi in vista di una privatizzazione della formazione universitaria, simile a quella operata con le municipalizzate o le industrie di stato (l’ultima parentopoli romana dovrebbe farci riflettere sui presunti vantaggi delle privatizzazioni), e della sua addomesticazione culturale. È indicativo che, in questo momento di crisi della maggioranza e di forte disagio economico, l’attenzione del governo sia orientata verso le Università. L’obiettivo infatti non è portare avanti un’attività riformatrice, quanto mettere al centro della scena l’Università, che volenti o nolenti e con alti e bassi è l’ultima indipendente agenzia formatrice di etica pubblica e pensiero autonomo di questo Paese, mettendone in discussione il ruolo e l’indipendenza, facendo perdere ad essa l’ultimo prestigio che ha, attraverso una forte campagna di delegittimazione (ex. attraverso giornali, TV…). L’obiettivo ultimo di questo dibattito/assedio è quindi ridurre l’autonomia degli Atenei nello stesso modo in cui si cerca di ridurre l’autonomia della magistratura. Questa riforma infatti non esiste ed è solamente utile ad una campagna politica che mette al centro il ruolo del pensiero, della ricerca, della cultura e della formazione, al fine di delegittimarli. Questa è una Riforma universitaria, che nei fatti non è diversa dalla Riforma Moratti, contiene alcuni (pochi) provvedimenti di qualche utilità (ad ex. l’Agenzia di valutazione nazionale della ricerca, già presente nell’iniziativa dell’ex Ministro Mussi, o il concorso nazionale di reclutamento al posto dei concorsi locali), ha il grande difetto è di essere una riforma non finanziata, quindi irrealizzabile, inapplicabile. Il problema della Gelmini è pertanto che presenta come rivoluzionario qualche provvedimento riciclato dalle scorse esperienze di governo, un’operazione di riciclo che nasconde l’ennesimo taglio di quella macelleria sociale portata avanti da Tremonti. Il ministro dell’economia è infatti il vero responsabile dei tagli generalizzati al welfare e della destrutturazione dello stato sociale, in questa prospettiva i tagli agli enti pubblici, alla scuola e alle università pubbliche non sono che dei tasselli di una più generale opera di smantellamento dello stato sociale in Italia. Il nostro Paese avrebbe invece bisogno di maggiori investimenti nel campo della formazione e della cultura e di una razionalizzazione profonda del sistema universitario. Bisognerebbe aumentare le risorse per la ricerca, sganciando la figura del ricercatore da quella del docente universitario: riducendo a due (professore ordinario e associato) le figure professionali che svolgono didattica a tempo indeterminato all’interno degli Atenei italiani, affiancandoli a figure di docenti a contratto decentemente retribuiti e costruendo una carriera parallela per i ricercatori puri (ipotizzando forme diverse di retribuzione). Bisognerebbe ridurre e accorpare gli atenei italiani, spezzando la logica che li ha fatti proliferare negli ultimi 15 anni, seguendo logiche irrazionali e spesso clientelari. Bisognerebbe tornare a un concorso nazionale unico al posto dei concorsi locali, soggetti al potere delle baronie locali; bisognerebbe aprire ai fondi dei privati, evitando che essi possano entrare nei Consigli di Amministrazione e quindi evitare la privatizzazione de facto delle Università. Bisognerebbe individuare criteri condivisi e trasparenti per valutare la ricerca e il reclutamento. Tutti questi sono problemi elusi dalla riforma, in quanto sarebbero affrontabili solo con maggiori, non con minori, risorse. Per questi e altri motivi la riforma non cambierà nulla, anche se il governo avesse la fiducia e se potesse farla diventare legge dello Stato. La Gelmini infatti sbaglia due volte: la prima, portando avanti una riforma che non è una riforma; la seconda credendo che le proteste degli studenti siano pilotate dai baroni universitari.
L’Onda sembra essere infatti uno dei pochi eventi/movimenti politici che sta animando questa tetra, smorta e piatta stagione politica, se qualcosa di buono uscirà in questi anni dalle opposizioni civili al berlusconismo, probabilmente sarà da questo movimento fatto di ragazzi e ragazze creativi, decostruzionisti e non violenti, che hanno deciso di protestare contro la precarietà esistenziale e il furto di futuro che, dopo la precarietà lavorativa, sarà rappresentato anche dall’affossamento del sistema del “diritto allo studio”.
Questi ragazzi protestano perché sanno che, dopo averli resi precari e senza ammortizzatori o reti sociali, le classi dirigenti di questo paese porteranno via loro anche il diritto a studiare e così tentare di costruirsi un futuro più consapevole e un avvenire professionale degno.
Questi ragazzi protestano non perché eterodiretti dai baroni universitari, ma perché si sono accorti che negli ultimi quindici anni hanno perso certezze esistenziali, che passano dalla tutela e dalla garanzia del lavoro, da una sanità efficiente, per arrivare a un sistema pensionistico che possa garantire la loro sopravvivenza in tarda età. Questa generazione di studenti ha infatti perso questi tutte le certezze, tranne una: la possibilità di avere a disposizione un sistema di formazione superiore, grazie al quale studiare, garantirsi professionalità e mobilità sociale. Ora anche questa ultima certezza sembra svanire, sotto i tagli operati dal governo nazionale e da quelli regionali ai fondi per il diritto allo studio, sotto una riforma incomprensibile che arriva dopo molte alte riforme abortite e come la terza o la quarta in pochi anni.
Per questo motivo protestano e protestando scoprono che i loro problemi individuali sono in realtà problemi collettivi, e quindi politici, e che in modo politico, quindi collettivo, possono affrontarli. Questa generazione orfana della politica scopre la politica e con tutte le sue ingenuità si organizza collettivamente. Questa generazione, a cui la crisi dei partiti e della politica aveva sottratto sogni e capacità di agire politicamente, ri-scopre l’agire collettivo. Questa è un’altra sconfitta del trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini ed è una vittoria della società, una vittoria che darà probabilmente dei frutti nei prossimi anni e che adesso ci dona un po’ di speranza.
