Spagna, verso le elezioni 2012 (di Aldo Garzia).

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 06-04-2011

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È assai singolare la situazione che si è venuta a creare in Spagna dopo l’annuncio di José Luis Rodríguez Zapatero che non sarà lui a guidare il Psoe nelle elezioni politiche del 2012. Reggerà la sfida in Parlamento con i Popolari di Mariano Rajoy nell’ultimo anno di legislatura ma sarà un altro a disputare il match in cui in ballo c’è il terzo mandato consecutivo a guida socialista. Quanto al metodo della successione, è probabile che vengano usate le “primarie” con qualche accortezza maggiore rispetto a ciò che accade nell’italico Pd (voteranno, come nel caso recente che ha scelto il candidato socialista per la Comunidad di Madrid, solo gli iscritti al Psoe).

Si chiude così un ciclo politico iniziato nel 2000 con la conquista – a sorpresa – della segreteria del Psoe e consolidatosi nel 2004 con la leadership di governo. Con l’uscita di scena tra un anno di Zapatero esce però ammaccato pure quel “socialismo dei cittadini” che era l’idea-forza con cui il leader socialista aveva cercato di voltar pagina rispetto all’era di Felipe González (premier dal 1982 al 1996). Zetape, come lo chiamano in Spagna, pensava che nell’epoca della globalizzazione economica e della fine dei vincoli interni in economia una nuova idea di socialismo andasse praticata più sul terreno della democrazia politica, dei diritti e della laicità rispetto alle tradizionali politiche socialdemocratiche di welfare all’insegna di piena occupazione e ridistribuzione dei redditi. La Spagna del dopo José Maria Aznar, tornata per otto anni a una politica di destra estrema, sembrava la società ideale per praticare quel nuovo socialismo che aveva nel filosofo Philip Pettit il teorico ispiratore.

PSE. Il documento di Atene.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale | Posted on 14-03-2011

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Il 4 marzo 2011, i leader del PSE convenuti ad Atene hanno approvato un forte documento di politica europea e economica, alternativo alle linee che si stanno affermando a livello europeo. All’incontro non hanno partecipato esponenti italiani, troppo impegnati nelle discussioni interne ad un partito che non esiste e che non si può/vuole  definire socialdemocratico (il PD).

La retorica “oltrista” ha portato il PD a non avere collocazione e cornice teorico politica. Scegliere il PSE significherebbe perdere Fioroni e pochi altri ex democristiani e allora i dirigenti del Pd preferiscono non essere socialisti e tenersi Fioroni… lascio giudicare a voi: tra andare a parlare con Milliband di politica, di economia e di  Europa o  tenersi Fioroni scelgono Fioroni… Totò avrebbe risposto: “ma mi facci il piacere”…

Qui di seguito un’ampia sintesi, che tradotta da Claudio Bellavita.


L’Europa è nelle mani sbagliate. Non bisogna dare la colpa all’Europa ma alla maggioranza conservatrice che la governa.

Ci siamo riuniti per mettere  a punto una alternativa alla linea dominante “solo austerità”: questo mese sarà decisivo per l’Unione Europea, i paesi dell’eurozona e soprattutto per il popolo europeo. Sono in gioco i principi su cui fu fondata l’unione europea: solidarietà e destino comune.

I conservatori europei si stanno preparando a sacrificare questi principi per mettere stati e cittadini in competizione gli uni con gli altri. le proposte che sono state messe all’ordine del giorno del  prossimo Consiglio Europeo sono tutte improntate all’istituzionalizzazione dell’austerità e all’annacquamento del nostro modello sociale e delle istituzioni di welfare.

Nonostante tutto quello che è successo negli ultimi 30 mesi, la linea è ancora quella di far pagare il fallimento dei mercati finanziari alla gente comune.

Il PSE ha una alternativa chiara,socialmente responsabile ed economicamente credibile,

per mantenere un corretto ritmo di crescita, e garantire l’occupazione, il progresso sociale e il pareggio dei bilanci pubblici.

Il PSE ha capito che la crisi non è colpa della gente comune o del welfare, ma dell’avida e irresponsabile politica dei governi conservatori di alcuni stati dell’Unione e della perdurante mancanza di controlli sui mercati finanziari.

Nel corso del 2011, lo smantellamento del welfare attraverso la riduzione generalizzata degli stanziamenti ridurrà il livello di vita in tutta la UE, indebolendo quelli che sono già deboli. Il messaggio che mandano i conservatori è “noi prendiamo le decisioni, voi i sacrifici, noi parliamo a nome dei ricchi che sono i soli che possono permettersi uno stato povero”.

Invocando confuse e misteriose “esigenza tecniche”, i conservatori vogliono imporre, a partire dai piccoli stati, un diktat di ultraliberismo e di misure di sola austerità che renderà impossibile superare la crisi, perché bloccherà le possibilità di crescita.

L’Europa non riesce a resistere alle pressioni dei governi conservatori di Francia e Germania, e  a dare una risposta alla crisi del debito diversa dagli aumenti fiscali e dai tagli alla politica sociale, di crescita e di occupazione.

La politica franco-tedesca vuole ridurre i paesi europei a sussidiari delle grandi corporations: con un’Europa dominata da due stati, gli altri paesi e il parlamento europeo verranno totalmente ignorati.

Noi non vogliamo uno scontro tra stati in Europa: l’Europa ha un valore suo proprio. E siamo convinti che per uscire dalla crisi bisogna usare il metodo della Comunità Europea, basato non sugli ukase, ma su coordinamento, sussidiarietà e solidarietà, coinvolgendo tutti gli stati dell’Unione e le istituzioni europee.

Le misure che si stanno preparando e che si  vorrebbero imporre in fretta,sono di strangolamento economico,riduzioni salariali, tagli nella protezione sociale e nella funzione pubblica, in contraddizione non solo col progetto di Europa 2020, ma anche alla Carta dei diritti e alla sovranità dei singoli stati nel perseguire le loro politiche sociali.

I conservatori non hanno un quadro complessivo della crisi mondiale: in nome della sovranità del mercato finanziario globale non hanno proposte per affrontare con le cospicue forze dell’Europa gli attacchi alle valute, i dumping commerciali e la speculazione sulle materie prime.

I socialisti d’Europa hanno un progetto per una crescita sostenibile,per avere più lavoro e lavori migliori con una politica industriale europea, per garantire la piena occupazione e il progresso sociale, per ridurre il debito pubblico aumentando il reddito e quindi le entrate fiscali.

Vogliamo il progresso nella prosperità e non la recessione con l’austerità: la differenza tra la nostra strategia e quella dei conservatori osannati dalla finanza mondiale è di 8 milioni di posti di lavoro  nei prossimi 5 anni.

Il nostro progetto è di fare agire tutti insieme i paesi e le istituzioni europee

-insieme, darci una vera politica industriale europea e far riprendere gli investimenti nelle manifatture. Servono regole, innovazione, ricerca energetica e ambientale, investimenti nell’efficienza produttiva, non tagli ai salari e ai benefici sociali

-insieme, arrivare a  una vera integrazione sociale europea, anziché incoraggiare la concorrenza al ribasso delle protezioni sociali. Definire insieme standard minimi di spesa sociale e di eguaglianza di possibilità e di genere.

Occorre un Patto europeo per l’occupazione e il progresso sociale, per garantire la crescita e combattere la disoccupazione. Gli stati membri devono essere posti in grado di investire in miglioramento dell’istruzione, dell’innovazione, dell’addestramento al lavoro nei settori a maggiore intensità di lavoro, come le tecnologie verdi, la salute e l’assistenza.

Bisogna elaborare politiche per combattere la disoccupazione giovanile e lo sfruttamento all’ingresso del mercato del lavoro.

Occorre stabilire standard europei minimi di sicurezza sociale, di salario e di qualità del lavoro. Su tutti questi temi, il Pse lancerà una campagna sociale di informazione e di lotta.

-insieme, riesaminare la spesa pubblica con criteri di efficienza, e istituire la tassa sulle transazioni finanziarie e la carbon tax sulle produzioni inquinanti di energia per avere risorse aggiuntive per la riduzione del debito e gli incentivi all’innovazione

-insieme affrontare il problema del debito, cercando di ridurlo con l’aumento del Pil e degli occupati e non con la riduzione dei contributi ai disoccupati , la miseria e la disperazione sociale. Anche i creditori delle banche che hanno provocato il disastro devono contribuire al risanamento. E poi dobbiamo usare fino in fondo la grande forza dell’euro e delle emissioni garantite dalla Banca Centrale Europea

-insieme, ricordare lo scopo per cui è stata costituita l’Unione europea, per superare gli egoismi delle nazioni e per garantire un progresso sociale ed economico costante coerente e solidale. L’Unione Europea è una fantastica opportunità per le nazioni e per gli individui. ma dobbiamo cambiarne le regole di funzionamento, accentuando la parte sociale e dettando precise regole di controllo finanziario e intelligenti regole fiscali che lascino lo spazio per garantire il progresso sociale comune e gli investimenti anticiclici.

Le illusioni di Messori e dei “terzomondisti pavloviani”. Un incontro all’insegna dell’antisemitismo

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 09-01-2011

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Ecco trovata la sintesi tra la destra reazionaria, bigotta e ultra cattolica e il terzomondismo pavloviano che crede che ancora il mondo sia popolato da figure di colonizzati ribelli e antimperialisti, da appoggiare senza riserve sempre e comunque contro l’impero capitalista americano e la sua longa manu in Medio Oriente (Israele).

Sì, l’incontro è possibile, tra un socialismo degli imbecilli e un cristianesimo degli imbecilli, all’insegna di un punto di sintesi che da centinaia di anni trova il giusto male nel mondo: l’antisemitismo.

Per il cristianesimo degli imbecilli i mali del mondo sono prodotti dal popolo deicida, dal perfido giudeo capace dei crimini peggiori; per il socialismo degli imbecilli invece ogni dietrologia è giustificata dal complotto giudaico-massonico e da una volontà di conquista del mondo (alla Savi di Sion, per intenderci) contro la quale i diseredati di tutto il mondo devono unirsi e resistere, con la violenza generatrice di un nuovo ordine sociale.

La sintesi è quindi evidente: gli ebrei (i sionisti se preferite) sono la causa di tutti i problemi internazionali e il conflitto israelo palestinese è il problema, senza il quale la pace e la concordia governerebbero il mondo.

Non leggevamo, infatti, dal tempo del peggiore antiebraismo cattolico frasi come quelle di Vittorio Messori sul Corriere della Sera del 7 gennaio frasi che si presentano come un “inquadramento storico” della strage dei copti avvenuta la sera di capodanno ad Alessandria di Egitto e che, analizzando le radici dell’odio anticristiano in Medio Oriente, ne trovano la causa originaria nella presenza ebraica/sionista a Gerusalemme.

“Battisti e la Francia. L’ignoranza militante”

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica internazionale, Politica nazionale | Posted on 06-01-2011

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Torniamo sul “Caso Battisti” e la differente percezione tra Italia e Francia, rispetto agli anni settanta e alle conseguenze politiche del terrorismo, postando questo lungo editoriale della Barbara Spinelli (tratto da La Repubblica, del 5 gennaio 2011). Sperando che sia utile strumento di riflessione.

BARBARA SPINELLI da La Repubblica del 5 gennaio 2010

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l´abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all´Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal. I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell´illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.
Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d´aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, «ascolta come la notte s´inconca e s´incava». Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L´accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un´incapacità radicale a comprendere il male inflitto all´innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.

Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un «ancien enragé divenuto scrittore». Gli enragés (letteralmente: «gli arrabbiati») furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza «eroe rivoluzionario». Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro «un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo», come se la giustizia concernesse altro che l´individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l´assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all´altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.

Il caso Battisti, e le strane sfasature della memoria tra Italia, Francia e Brasile.

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 02-01-2011

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Postiamo di seguito un’intervista, tratta dal quotidiano La Stampa del 31 dicembre 2010 e a firma di Jacopo Iacoboni, a Marc Lazar sul caso Battisti, perché crediamo possa essere utile strumento di riflessione e discussione. Secondo lo storico francese il problema è che: “Il Brasile di Lula si crede la Francia di Mitterrand. Ma a Parigi fatico ancora a spiegare che l’ex terrorista non fu processato in Cile”.

PARIGI
«Quanto al Brasile… vede, il Brasile di Lula si è convinto di essere un po’ come la Francia di Mitterrand nell’81». Marc Lazar, professore all’istituto di studi politici di Parigi, autore e coordinatore di un saggio imponente sugli anni settanta (Il libro degli anni di piombo, Rizzoli), sa bene che ci sono tanti casi dietro il «caso Battisti». L’Italia, la sua caricatura francese, il Brasile; e Lula, effimero mito per la nostra sinistra.

Lazar, quando Battisti riparò in Francia nacque una mobilitazione che ne faceva un eroe romantico perseguitato da un regime e processato senza garanzie. Si rispolverarono fisarmoniche. Si cantò “Addio Lugano bella”. Si potevano di nuovo fare le fiaccolate al chiaro di luna. Com’è possibile che la Francia si sia cullata in questa leggenda?

«È vero che il caso Battisti ha infiammato parte del mondo dell’intelligenza parigina più di altri casi precedenti, penso a quello della brigatista Petrella, o del Br Paolo Persichetti (che ho anche incontrato in carcere, ma la sua è una storia diversa, lui ha pagato fino in fondo le sue colpe). È accaduto con motivazioni diverse, direi di tre tipi. Alcuni intellettuali – rappresentati dalla figura di una grande scrittrice, Fred Vargas – sono convinti in buona fede che il caso Battisti sia un nuovo caso Dreyfus, il caso di un uomo ingiustamente perseguitato. C’è poi una seconda area – diciamo guidata da Bernard Henry Lévy – che non entra nel merito della colpevolezza di Battisti, si limita a proporre un’interpretazione estensiva della dottrina Mitterrand, che amplia il diritto d’asilo a tutti gli ex terroristi. Infine una terza schiera di scrittori ha l’idea che negli anni settanta in Italia ci fosse una guerra civile, e Battisti fa parte di una lunga fila di vittime di questa guerra. È l’idea che sostiene, per esempio, Philippe Sollers. Io aggiungerei che la forza di Battisti, per certa opinione pubblica francese, è stata diventare uno scrittore. Lui non è più un terrorista o assassino, è uno scrittore perseguitato. E in Francia, si sa, non si tocca uno scrittore. La Francia ama specchiarsi in se stessa, ripetersi che la Francia non condanna Voltaire».

Messaggio di Nicolas Sarkozy 2011

Posted by roberto09 | Posted in Comunicazione, Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale | Posted on 29-12-2010

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“Che la Francia si liberi di me! Viva la Francia! Viva la Sinistra!”

Sarkò esprime il proprio rimorso per le politiche portate avanti durante un mandato presidenziale caratterizzato da xenofobia, incapacità, populismo e demagogia.

Il Presidente francese si dice “consapevole della sua incompetenza” e pensa ai danni provocati dalle sue politiche affermando: “Penso a voi sans-papier e ai Rom, obbligati a nascondersi dalla polizia. Penso ai precari, ai disoccupati e anche ai giornalisti di cui conosco bene la quotidianità perché li ho spiati e intercettati tutto l’anno”. Poi promette di riportare la pensione a 60 anni e ad aumentare il salario minimo a 1600 euro al mese e conclude: “Mi auguro soprattutto che la Francia si sbarazzi di me. Viva la Sinistra!”

Il Presidente napoleonico si è redento, è rinsavito, si è drogato, ha compreso di essere deleterio per sé, per la Francia e per l’Europa? No, per nostra sfortuna no!

No, Sarkò non ha fumato la moquet, non è ubriaco e soprattutto non ha visto la luce, semplicemente il Partito comunista francese (PCF) ha colpito ancora: ha messo in rete un video contraffatto, in cui per l’ennesima volta il Berlusconi d’oltralpe viene ridicolizzato nel suo fare da Napoleone d’accatto e da misero sfruttatore delle paure più retrive dei francesi.

Uscita situazionista (non la prima) di un’opposizione politica e culturale, che non ha rinunciato a contrapporsi alla deriva populista, liberista e liberticida che colpisce il suo paese.

Un video non è sicuramente una grande azione di rivolta, ma si accompagna a manifestazioni e a una forte attività parlamentare di tutte le opposizioni, che rende le opposizioni politiche e civili straniere più vive di quelle italiane. Un video ironico si presenta infatti come un elemento di comunicazione politica utile a tenere alto il dibattito pubblico e anche  se ritirato può continuare a girare nel passaparola della rete, ben oltre i confini nazionali. E può essere utile a ricordare a noi italiani, che si può ridere del potere e opporsi in molti modi al suo manifestarsi lesivo della dignità delle persone e delle idee.

Come dire: in Italia ci basterebbe anche un video, se i partiti del centrosinistra decidessero di battere un colpo. Nella nostra povera patria, invece, i colpi li battono solo nel centro destra e noi dobbiamo rimanere spettatori di una crisi delle destre, che se la ridono e  se la cantano solo al proprio interno.

Guardiamo Sarkò e ridiamo di lui, che guardando Berlusconi e le nostre opposizioni non ci resta che piangere.

In ricordo delle vittime del rogo del 6 dicembre 2007 nello stabilimento Thyssenkrupp di Torino.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale, Politica nazionale | Posted on 20-12-2010

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Era il 6 dicembre 2007, esattamente 3 anni fa. Quel giorno una tragedia annunciata provocava la morte di 7 operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi.

Un incidente sul lavoro, l’ennesimo, e 7 persone presero fuoco, arse vive. La “fabbrica dei tedeschi”, la Thyssen di Torino, divenne un girone infernale e i 7 non tornarono più a casa, non abbracciarono più i loro cari: erano usciti per andare al lavoro, per guadagnare poche centinaia di euro e trovarono le fiamme ad attenderli e una morte straziante. Oggi sappiamo che quelle morti potevano essere evitate, oggi sappiamo che l’investimento di poche centinaia di euro in sistemi antincendio (anche gli estintori erano scarichi) avrebbe salvato la vita di 7 persone.

Ma per i tedeschi la vita di 7 persone valeva meno che poche centinaia di euro. Quello che fa più impressione è l’atteggiamento coloniale della dirigenza ThyssenKrupp: per loro Torino è come Bhopal e le fabbriche possono essere lasciate esplodere in India come in Italia, perché l’importante è guadagnare qualche lira risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori. La logica del profitto sopra ogni cosa e il mondo intero ridotto a campo di conquista del capitale e le persone ridotte a variabile aggiunta e trascurabile della logica aziendale.

Ma la logica dei diritti, forse, è più forte, (vedremo come andrà a finire il processo che vede imputati di omicidio volontario i dirigenti della “fabbrica dei tedeschi”): forse il diritto e i diritti avranno ragione del capitale e delle sue logiche di profitto, forse questa volta verrà fatta giustizia del diritto. Una cosa ci rincuora: la coscienza civile , la risposta di istituzioni e cittadini che si sono stretti attorno ai familiari delle vittime, che hanno manifestato il loro orrore e il loro sdegno, chiedendo giustizia.

Per questo è importante che, nel terzo anniversario dell’incendio alla ThyssenKrupp, il Comune di Torino ricordi le vittime del rogo attraverso la cerimonia pubblica al Cimitero monumentale e la deposizione della Corona sulla lapide dei lavoratori della Thyssenkrupp.

Come è importante che in corso Valdocco tra via Santa Chiara e via Giulio, alla presenza del Presidente del Consiglio Comunale e delpresidente dell’Associazione dei familiari delle vittime e degli operai ThyssenKrupp, “Legàmi d’acciaio”, si sia svolta la cerimonia di scoprimento della targa posizionata sul murale dedicato alle vittime della ThyssenKrupp.

Il murale (eseguito da artisti delle associazioni Monkeys Evolution, Artefatti, Il Cerchio e Gocce, KNZ che collaborano col progetto MurArte) è stato realizzato in accordo con l’associazione “Legami d’Acciaio” , grazie al contributo della Città di Torino ed il benestare della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte e dell’Archivio di Stato di Torino.

Questo è un segno importante, è un segno d’arte che d’ora in poi si presenterà come un monumento alle vittime del lavoro.

Per vedere le foto del murales clicca qui e qui

E’ morto Tommaso Padoa Schioppa

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Politica internazionale, Politica nazionale | Posted on 19-12-2010

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È morto un’europeista instancabile, un economista colto e preparato che sognava un’Italia europea e proiettata nel futuro, che sognava un’Europa cosmopolita, all’altezza delle sfide del nuovo secolo. È morto Tommaso Padoa Schioppa.

A70 anni dopo un arresto cardiaco, nella notte di sabato, è morto l’ex Ministro dell’Economia del Governo Prodi, economista, professore, aveva guidato la Consob (l’autorità che vigila sulla Borsa), era stato banchiere centrale, prima alla Banca d’Italia e poi della Banca centrale europea, dove ha potuto contribuire alla realizzazione di un progetto politico ed economico di cui è stato tra i massimi sostenitori, la costituzione della moneta unica europea, primo traguardo verso un’Europa dei popoli.

Aveva lasciato la politica attiva e pochi sembravano rimpiangere la sua presenza sulla scena pubblica, presiedeva il centro di ricerca fondato da Jacques Delors Notre Europe e scriveva editoriali per il Corriere della Sera e il Financial Times.

A noi, invece, Tommaso Padoa Schioppa mancherà, mancherà il rigore e la capacità di un economista liberale e di sinistra che si spendeva per rendere concreta l’utopia di Altiero Spinelli, ci mancherà la sua solidità e la sua preparazione.

A lui avremmo voluto dire: non siamo bamboccioni e anche noi crediamo che “pagare le tasse sia bellissimo” e non perché siamo masochisti, ma perché crediamo che pagare le tasse garantisca servizi indispensabili che vogliamo concorrere a pagare in quanto membri di una comunità civile e politica.

Sembriamo bamboccioni perché la politica e l’economia ci hanno precarizzati e resi insicuri, ma nello stesso tempo vogliamo lottare per uscire da questa condizione e, pure nelle differenze politiche e culturali, crediamo che la Figura di Padoa Schioppa rappresenti bene l’altra Italia che non si vuole immedesimare con Berlusconi e gli istinti peggiori che esso rappresenta.

Da uomo di sinistra so che queste parole non saranno condivise da molti esponenti ed elettori della “mia parte”, ma sono sicuro di poter affermare che la sua figura è stata parte essenziale di una sintesi di governo (quando il centro sinistra era al governo del Paese con Prodi) e di opposizione civile alla deriva berlusconiana e che la “nostra parte” da oggi è più povera perché priva di un interlocutore importante con cui fare i conti nel dissenso in vista di pensieri lunghi sul futuro della nostra “povera Patria”.

vogliamo ricordarlo con queste sue parole:

Un giorno il mio Paese sarà libero.

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 13-12-2010

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Da una parte, molte le retoriche sulla società civile, sui diritti umani e sulle libertà; dall’altra il ripetersi convulso delle retoriche anti-imperialiste.Da una parte, le retoriche che vedono nel premio Nobel una delle armi per contrastare le dittature; dall’altra, coloro che vedono nel Nobel una delle armi della propaganda dell’impero americano. Da una parte, la solidarietà a parole con la lotta di dissidenti che in ogni parte del mondo lottano contro dittature violente, repressive e antidemocratiche; dall’altra, la solidarietà radical chic con i peggiori regimi in nome di un comunismo anti-imperialista e terzomondista grottesco e di maniera.

No! Non vogliamo scegliere tra le due opposte e insensate posizioni, perché siamo democratici, laici, libertari e socialisti. Per questo motivo rigettiamo le retoriche e cerchiamo di costruire con la pratica politica un mondo migliore più giusto, libero e uguale in opportunità e diritti. Per questo motivo siamo a fianco, non solo a parole per quello che le nostre forze ci permettono, con i dissidenti di ogni regime totalitario e antidemocratico, siano essi iraniani, cinesi o africani.

Per questo motivo non spenderemo molte parole sul Nobel attribuito a un dissidente cinese e da esso non ritirato, poiché il regime lo costringe al silenzio e alla reclusione, e visto che non vogliamo spendere troppe parole vane, passiamo la parola a lui, sperando di farcene megafono, sperando che un giorno il suo Paese sia libero.

Di seguito un discorso di Liu Xiaobo, pubblicato su la Repubblica del 11/12/2010.

Per poter esercitare il diritto alla libertà di parola accordato dalla Costituzione bisogna adempiere al proprio dovere sociale di cittadino cinese.

La Cina alla fine diventerà una nazione governata dal diritto, dove i diritti umani saranno messi al primo posto.
Cara moglie, il tuo amore è la luce del sole che scavalca le mura del carcere. Riempie di senso ogni minuto che trascorro dietro le sbarre
Voglio ribadire a questo regime che io rimango fedele ai principi espressi nella Dichiarazione per lo sciopero della fame del 2 giugno, vent´anni fa: io non ho alcun nemico e non provo nessun odio

Questo è uno stralcio del discorso letto ieri dall´attrice Liv Ullmann alla cerimonia di consegna del Nobel per la Pace. E´ stato scritto da nel dicembre del 2009, quando venne condannato dal regime di Pechino a 11 anni di carcere

Nel corso dei miei oltre cinquant´anni di vita, il giugno del 1989 ha rappresentato uno spartiacque. Fino a quel momento ero un esponente della prima generazione di studenti entrati all´università dopo la reintroduzione degli esami d´ingresso che la Rivoluzione Culturale aveva abolito. Dopo aver completato gli studi rimasi all´Università Normale di Pechino per insegnare. Gli studenti mi accolsero bene. E nel frattempo facevo l´intellettuale pubblico, scrivevo articoli e libri che suscitarono un certo clamore negli anni 80. Dopo il 4 giugno del 1989 fui gettato in prigione con l´accusa di «propaganda controrivoluzionaria e istigazione» perché ero tornato dagli Stati Uniti per prendere parte al movimento di protesta.

I socialisti europei e le proposte per uscire dalla crisi economica

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Politica internazionale | Posted on 25-09-2010

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(tratto dal Sito del Partito Socialista Europeo-traduzione nostra).

Il membro del Parlamento Europeo francese Pervenche Bères (gruppo di Democratici & dei socialisti) ha presentato un rapporto sugli effetti della crisi e come affrontarla. Sig.ra Bères ha descritto le misure concrete per combattere la crisi, mettente a fuoco in particolare sulle nuove fonti di reddito – quale una tassa di operazione finanziaria (FTT).

Il PES (Partito Socialista Europeo) ha lungamente sostenuto che l’uscita dalla crisi non può essere ridotta ad una serie di tagli successivi dei bilanci nazionali. ma dovrebbe essere basata sull’identificazione di nuove fonti di reddito su una nuova politica dell’occupazione. Il PES è inoltre convinto che l’investimento nella tecnologia verde debba diventare una priorità a e non possa essere sacrificato per le misure di austerità a breve termine.

Membro del comitato del Parlamento Europeo per l’occupazione e gli affari sociali, Pervenche Bères ha presentato un’analisi delle cause e degli effetti della crisi. Per affrontare la crisi e per favorire un nuovo modello basato sull’imparzialità e sulla sostenibilità, propone un insieme di misure concrete: un FTT, un salario minimo fisso e più investimento nelle tecnologie verdi.