BAM – Bergolo Lerici Art Museum

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 17-06-2013

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Dal 21 al 23 giugno 2013 nei borghi di Bergolo e Levice (CN) prenderà vita il BAM (Bergolo – Levice Art Museum).

Il BAM rappresenta una nuova concezione di museo d’arte a cielo aperto, che mira a valorizzare il patrimonio paesaggistico e culturale dell’Alta Langa integrandolo con una serie di interventi di street art realizzati dagli artisti Corn79, Mrfijodor, Refresh Ink, SeaCreative, Truly Design, Vesod, Vs., Fabio Weik, Whatafunk. Le opere andranno a formare un percorso espositivo all’aperto che consentirà ai visitatori di ammirare i dipinti realizzati sulle superfici presenti nell’area boschiva che collega i due paesi.

Il BAM è realizzato dalla Proloco di Bergolo e dal Comune di Levice nell’ambito della 3° edizione del Bergolo Art Festival, in collaborazione con le associazioni BorderGate e Il Cerchio e le Gocce, con la direzione artistica di Roberto Mastroianni e il coordinamento organizzativo di Carmelo Cambareri.

L’iniziativa costituisce la seconda applicazione del modello di rigenerazione degli spazi urbani sperimentato a Torino con il progetto SAM Street Art Museum, nonché una delle tappe di #SAM013 (attività che nel corso dell’anno saranno realizzate anche grazie al contributo di coloro che hanno aderito alla campagna di crowd funding #SAM013).

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Il 3° Bergolo Art Festival avrà inizio venerdì 21 giugno alle ore 19:00 con il vernissage delle mostre “La crocifissione dell’uomo comune” di Clet Abraham e “Anonymous idols” di Alessandro Caligaris a cura della galleria d’arte SQUARE23.

Sabato 22 giugno sarà la giornata dedicata alla street art nel corso della quale gli artisti realizzeranno le opere lungo il “Sentiero dei graffiti” e daranno vita al BAM. Sono inoltre previsti: il workshop “Graffiti-writing” a cura del writer Isma, il vernissage della mostra “U.S.A. URBAN STREET ART” a cura dell’associazione ArteYBarbieria di Cuneo, la cena popolare multigusto, il concerto etnofolk dei PasticcioMeticcio e la musica elettronica internazionale dei dj K.I.M. (United Kingdom, Grasshopper rec.) e TUK (Israel, Blacklite Rec.).

Domenica 23 giugno, presso la “Collina del vento” di Bergolo, si terrà la 3° edizione del Concorso Nazionale di Arte Murale organizzato da ArteYBarbieria. A seguire, gran finale con dj set a cura di Border Radio.

URL www.bam-museum.it

Mail info@bam-museum.it

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Twitter bam_museum

Mappa Bergolo, CN

Fiori dal cemento. Storia di donne che costruiscono (recensione di Elvira Sessa).

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 09-06-2013

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Proponiamo la recensione di  “Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono” (di Raffaella R. Ferrè, Carmen Pellegrino, Maria Cristina Sarò, Cristina Zagari, a cura di Ileana Bonadies, Ed. Caracò) scritta da Elvira Sessa.

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“Non credi ai giuramenti, tu, non credi nemmeno alle battaglie.

Dici che sono per i cuori di malta impastati con la calce (…).

Li hai mai visti i girasoli?

Dici che sono slavati, smorti (…). Sbagli.

Anche annientati da un’ascia (…) si aprono e si chiudono come un ventaglio ferito, ma le complicazioni dorate del giallo sono sempre più vive (…), come solchi di dinamite.”

 

Clizia rivolge questi pensieri al suo datore di lavoro che l’aveva demansionata da segretaria a centralinista. L’aveva punita. Perchè Clizia, dopo aver visto i suoi colleghi “soffrire terribilmente per l’impossibilità di far valere i propri diritti nei luoghi di lavoro”, aveva deciso che a lei, donna dal “cuore di malta impastato di calce”, non sarebbe accaduto, e si era iscritta al sindacato.

E così, per aver scelto di tutelare i diritti suoi e dei suoi colleghi, era stata recisa.

Ma rimaneva viva, anzi “sempre più viva come solchi di dinamite”, come un girasole che, a poco a poco, si fa largo nel grigio cemento di un mondo del lavoro declinato al maschile, dove sembra esserci posto solo per donne arriviste, spietate o disposte ad adbicare ai propri diritti.

“Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono”, raccoglie le testimonianze di Clizia e di altre tre donne che descrivono, con un pudore, una delicatezza e un coraggio tutto femminile, la loro lotta per l’indipendenza economica e il loro percorso di costruzione che si realizza, contemporaneamente, sul piano lavorativo e sul piano affettivo (famiglia, relazioni tra colleghi di lavoro).

La prima storia è quella di Linda, restauratrice, che per svolgere il lavoro per cui aveva studiato, emigra all’estero, “mollata” dalla sua Italia cui non interessano le sue competenze. Poi, “vai a capire perchè”, torna nella sua regione nel Sud dell’Italia. Il ritorno appare una sconfitta. Ma in quel soggiorno all’estero, Linda si è “costruita”, ha messo in gioco se stessa, ha modellato la sua identità.

E c’è la storia di Clizia, che consuma il suo corpo nel lavoro (“non l’ho mai trattato bene questo corpo: dovevo lavorare, solo lavorare, sempre lavorare”) pur di avere un’autosufficienza economica, e, dopo alcuni lavoretti, viene assunta come segretaria di una impresa edile.

Nella impresa si misura con turni e strumenti di lavoro forgiati sulla resistenza maschile e con un modo di concepire il lavoro che non le dà spazio: “Ogni mattina mettevo insieme la giornata di edili, operai, carpentieri, muratori, idraulici, elettricisti, ossia maschi, sempre e solo maschi (…) che inorridivano all’idea di una donna a organizzargli i tempi”. Nel suo lavoro, Clizia conosce il mobbing ed è costretta a rivolgersi al sindacato per veder ripristinate le sue originarie mansioni.

Occupy Taksim

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 02-06-2013

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 Pubblichiamo questo reportage di Murat Cinar, un amico turco (blogger e giornalista freelancer) che vive a Torino, sugli avvenimenti che si stanno svolgendo a Istanbul. Diamo tutto l’appoggio all’opposizione ed ai ragazzi turchi che in questi giorni stanno protestando contro la svolta repressiva, islamista ed autoritaria del Governo Erdogan, che mai ha brillato per laicità, ma che adesso getta la maschera sotto la quale si nascondono pulsioni da neo-califfo.

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Tutto inizia con le proteste pacifiche contro la distruzione di uno dei pochi parchi rimasti in centro città. Taksim è il cuore di Istanbul dal punto di vista dell’aggregazione sociale e lo è ancora di più il Parco di Gezi che è destinato a scomparire.

Le volontà politiche legate al partito al governo, AKP, da un po’ di tempo in modo arguto continuano a dire che al posto del parco sorgerà una caserma militare che era presente proprio in quel posto tempo fa, della quale però oggi non c’è nessun residuo. La nuova caserma oltre ad essere nettamente un simbolo militaristico in centro città comprenderà anche un centro commerciale, che ad Istanbul non manca proprio data la presenza di quelli costruiti in quantità esagerata in questi ultimi anni.

Nonostante il progetto sia già stato approvato da chi di dovere, il permesso per l’abbattimento degli alberi non era ancora arrivato, ma, abusivamente qualche giorno fa gli operai hanno iniziato a radere al suolo con il sostegno della polizia. I manifestanti che protestavano fin dal primo momento sono stati allontanati con i lacrimogeni sparati ad altezza uomo. In giornata grazie ad un lavoro eccezionale di coordinazione il Parco di Gezi si riempie di nuovo di manifestanti, ‘sta volta si dorme anche di notte al parco. Il giorno dopo alle 05:00 di mattina le ruspe iniziano a distruggere gli alberi sempre con il sostegno della polizia. Dopo pochi minuti la polizia oltre a sparare di nuovo lacrimogeni inizia a raccogliere le tende dei manifestanti e le brucia con tutto quello che c’è dentro in mezzo al parco.

Sia il primo giorno sia il secondo vari parlamentari dell’opposizione appartenenti ai partiti CHP e BDP si presentano ad ore diverse al Parco per sostenere i manifestanti. Ormai si poteva parlare dell’inizio di un atto di resistenza. Infatti uno dei parlamentari del BDP Sirri Sureyya si mette per ben due volte davanti alle ruspe e blocca i lavori.

In questi istanti il presidente del consiglio Recep Tayyip Erdogan inaugura l’inizio lavori del terzo ponte sul Bosforo. Un progetto totalmente bocciato da parte di diversi istituti di ricerca privati e statali e dall’intero mondo scientifico. Come hanno dimostrato i due precedenti la soluzione per risolvere il problema del traffico di Istanbul non è costruire un terzo ponte. Durante il festeggiamento dell’inizio lavori Erdogan dice due cose su quello che sta succedendo a Istanbul affermando la “loro” decisione sulla costruzione della caserma, che nessuno potrà fermare i lavori e che, se qualcuno volesse piantare degli alberi al posto di quelli che verranno abbattuti, il suo governo sarebbe disposto a riservare una zona libera. La proposta di Erdogan è proprio come quella che ha fatto dopo i festeggiamenti negati del Primo Maggio, ossia quella di creare una grande piazza lungo mare, isolata dal resto della città, destinata alle manifestazioni.

La sera del terzo giorno il Sindaco di Istanbul insieme al prefetto ed al capo della Polizia tiene una conferenza stampa in cui oltre a condannare gli scontri e definire i manifestanti come degli infiltrati oppure esponenti dei gruppi estremisti specifica che i lavori avviati riguardano la ricostruzione del marciapiede del Parco. Anche questa presa in giro non ferma i manifestanti.

Dal pomeriggio di Venerdì 31 Maggio i manifestanti allontanati dal Parco di Gezi iniziano a raggrupparsi lungo la strada centrale di Taksim ossia Istiklal Caddesi. Secondo alcuni tweet di sera si iniziano a contare più di 40 mila persone. La polizia risponde brutalmente:lacrimogeni, manganelli ed idranti. In poco tempo Taksim diventa un campo di battaglia e sono più di 100 i feriti. Dopo qualche minuto la connessione internet telefonica 3G smette di coprire la zona di Taksim, tutte le vie che danno su Taksim da diverse zone vengono bloccate e secondo alcuni testimoni vari bus provenienti da diverse città per sostenere la rivolta vengono fermati ai caselli in autostrada. In questo momento i principali canali televisivi al servizio del potere trasmettono soap opera oppure Miss Turchia. Soltanto qualche canale televisivo di opposizione come Halk Tv, IMC Tv e Ulusal Kanal decide di dedicare tutto il palinsesto a quello che succede a Istanbul.

Contemporaneamente partono delle manifestazioni di sostegno in diverse città della Turchia; Izmir, Ankara, Giresun, Trabzon, Rize, Afyon, Antalya, Bursa, Isparta, Eskisehir, Edirne, Adana, Antakya, Bolu, Mersin, Konya, Hopa, Samsun, Kocaeli, Zonguldak, Kayseri. Sindacati, partiti politici, ONG, i gruppi politici della tifoseria calcistica. La polizia risponde brutalmente anche in queste occasioni, ad Izmir, Antalya, Isparta, Mugla e Kocaeli si sparano i lacrimogeni e vari manifestanti vengono portati in caserma. Le persone bloccano le strade e camminano verso la sede centrale del partito al governo AKP della loro città per sollecitare il presidente a dimettersi.

Infatti ormai lo slogan principale è “dimissioni Erdogan”. Secondo alcuni tweet ed il portale Ntvmsnbc la polizia di Istanbul in tarda serata aveva esaurito i lacrimogeni di scorta ed ora si inizia a buttare i lacrimogeni dagli elicotteri; la polizia spara con munizioni di plastica. Partono diversi bus da varie città confinanti portando nuovi rinforzi per la polizia. La metropolitana di Istanbul viene chiusa. In questo momento gli ospedali privati attraverso le comunicazioni in rete fanno sapere che accolgono gratuitamente i feriti, persone mettono dei fogli fuori dei loro palazzi in zona specificando che sono disposte ad accogliere i manifestanti feriti, i negozi aprono i battenti a Taksim, gli alberghi accolgono i manifestanti, i bordelli non ufficiali aprono le porte per accogliere le persone che scappano dai lacrimogeni, le farmacie decidono di non chiudere questa notte, in rete circolano i numeri telefonici degli avvocati volontari per difendere i manifestanti portati in caserma e le persone che vivono a Taksim tolgono la password della connessione wi-fi per compensare la mancata connessione 3G perché si deve parlare di quello che succede a Taksim al mondo e dalle caserme militari si vedono i soldati distribuire delle maschere anti-gas. Nessun canale televisivo grande interrompe la sua trasmissione per lanciare la diretta. Di notte ormai Taksim è coperta di capsule vuote di lacrimogeni, i pronti soccorsi sono pieni di persone ferite gravemente. Si parla di un morto, di una in fine di vita ma nessuna notizia ufficiale e definitiva ancora.

“Le città invisibili” di Claudia Virginia Vitari

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me..., Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 08-05-2013

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Testo critico della mostra di Claudia Virginia Vitari all’Arts Santa Monica di Barcellona

Il “percorso galera” che porta a “Nikosia

Claudia Vitari

Claudia Virginia Vitari è una “cantastorie” dell’umanità, delle sue forme  e della marginalità. Claudia racconta storie (epiche, scientifiche, letterarie, individuali, collettive…) e lo fa in un modo particolare: non parla, ma scrive, scolpisce, disegna. Lei, giovane artista italiana dal profilo internazionale, porta a rappresentazione l’epica quotidiana dei “figli di un dio minore”, degli esclusi e dei marginalizzati (criminali, matti, migranti..), che “l’ordine del discorso” di una società produce. Lei racconta la persona folle, il carcerato, lo scarto  sociale che viene accantonato, rinchiuso, medicalizzato da una società, solo apparentemente bene organizzata, grazie alle retoriche del successo, dell’efficienza  e della normalità. Nello stesso tempo, racconta l’emancipazione possibile dall’“istituzione”, la dignità, le emozioni, l’umanità ferita, il disagio che porta ad entrare in un’istituzione totale o che da essa è generato. Esiste una storia, tutta occidentale, che porta alla strutturazione di quelle particolari “istituzioni totali”,  il carcere e il manicomio, sulle quali  Virginia si interroga e agisce dal punto di vista artistico: una storia nel doppio senso di storia/narrazione e storia/storicità. Esiste, infatti, una “storia della follia nell’età classica e moderna”, una “storia della clinica” e del “sistema carcerario” che sono in sé storicamente determinate e narrativamente organizzate, in modo da imporre un “ordine del discorso”, che come direbbe Foucault, “ammanta con  retoriche di verità logiche di potere”.  A ben vedere è questo il centro dell’interesse di Vitari, che lei declina analizzando artisticamente il legame tra individuo–società e quindi il rapporto di disciplinamento, che la società  opera sugli individui e sui loro corpi e, al centro di queste relazioni, il problema della natura del potere, del suo valore disciplinante e definitorio, in base al quale emergono criteri e statuti di “normalità” e di “vita buona e giusta” o “di anormalità, esclusione e marginalità”. Claudia Virginia Vitari ha deciso di raccontare queste storie, sempre collettive ed individuali, infarcite di nozioni scientifiche, riferimenti letterari, storici ed artistici: ha deciso di attraversare e restituire artisticamente l’immaginario della marginalità, che è sempre un immaginario di umanità in frantumi, di emozioni, sentimenti e relazioni e per fare ciò ha intrapreso un viaggio che l’ha portata dalle carceri ai manicomi, dalle “istituzioni chiuse” (i manicomi, il carcere…) ai progetti di “apertura” (come “Radio Nikosia”), autonomia ed emancipazione, che al seguito dell’esperienza e della teoria di Franco Basaglia propongono altre modalità di relazione con la persona folle.  Il risultato della sua ricerca è una pratica artistica capace di integrare disegno, scultura, scrittura, al fine di produrre atmosfere, installazioni figurative in ferro, resina, vetro in cui la narrazione prende corpo tra la figurazione morbida, veloce e abbozzata del ritratto/schizzo e la scrittura serigrafica dei testi letterari, sociologici o filosofici sulle istituzioni totali. Le atmosfere prodotte dalle installazioni diventano così il palcoscenico delle narrazioni di “un’epica quotidiana dell’marginalizzato”, che si presenta come il resoconto di un viaggio, che (a partire dal 2007 fino ad oggi) ha portato Virginia ad attraversare prigioni e ospedali psichiatri in un dialogo continuo con l’altro, al fine di recuperare i cocci di un’umanità in frantumi, per rimetterli assieme e porli in dialogo con l’osservatore, con la tradizione, con la classificazione scientifica. Da “Percorso Galera” a “Le città invisibili”, Vitari racconta di un viaggio di ricerca artistica, filosofica, sociale, perché in fin dei conti la “galera” è un antica nave ai cui remi sono incatenati prigionieri (i galeotti) e quella nave arriva fino a  Nikosia, la capitale di Cipro, unica città dell’Europa e del Mediterraneo ancora divisa in due dopo la fine di una guerra: una città in cui abitanti (i nikosiani) diventano metafora della scissione profonda nell’identità dell’uomo folle tra le mille cose che potrebbe e vorrebbe esprimere e la mancanza delle parole per farlo, a causa delle costrizioni interne ed esterne che glielo impediscono  e della condizione di inclusione ed esclusione che comunemente viene definita disagio mentale .

Claudia Virginia Vitari. “Le città invisibili”.Mostra con testo critico cura di Roberto Mastroianni

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 07-05-2013

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Claudia Vitari

Arts Santa Monica

La Rambla 7 / 08002 Barcelona

Tel. 0034 93 567 11 10

www.artssantamonica.cat

Inaugurazione martedì 4 giugno 2013 ore 19.00

5 giugno – 15 giugno

martedì-venerdì 11h-21h

sabato 11h-14h/16h-20h

domenica e lunedì chiuso

entrata libera

 

La mostra “Le città invisibili” sarà inaugurata martedì 4 giugno 2013 alle ore 19.00 presso gli spazi di Arts Santa Monica La Rambla 7.

L’introduzione del catalogo edito da Berlin Art Projects è a cura dell’antropologo e fotografo Martin Correa, ideatore del progetto Radio Nikosia, e degli psicologi Márcio Mariath Belloc e Karol VeigaCabral.

Testi  critici di Roberto Mastroianni e Elisa Teororo.

Catalogo in vendita presso: the Private space Barcelona.

La mostra “Le città invisibili” rappresenta il punto di arrivo del suo percorso di ricerca artistica e teorica, iniziato con “Melancholie” e “Percorso Galera” (realizzati a partire dalle esperienze nell’ospedale psichiatrico di Halle an der Saale in Germania e la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino) e che ha visto in Nikosia e nei nikosiani (l’esperienza “non istituzionale” di Radio Nikosia, a Barcellona) un punto di svolta fondamentale per definire gli interessi, la poetica e le modalità espressive dell’artista. La mostra consiste in  17 sculture (14 cubi posati a terra e 3 vetrine) e due video (un documentario a cura di Andrea Testini realizzato in collaborazione con l’artista e una video installazione proiettata sulla Rambla,  creata insieme al visual artist Fernando Dominguez Cozar), attraverso questi manufatti  Vitari ri-articola la logica della catalogazione scientifica di tipo lombrosiano (evidente nel gruppo di 14 cubi che danno forma a “Le città invisibili- la maschera”) e la genesi linguistico discorsiva della narrazione dominante sulla marginalità, la follia e l’uomo folle (nelle 3 vetrine/ moduli narrativi, “Le città invisibili- Nikosia”).  Vi è una consapevolezza profonda del valore antropologico delle istituzioni nel lavoro di Claudia virginia Vitari: lei è cosciente che la “messa in forma dell’umano” risponda sempre a dinamiche di disciplinamento, a pratiche istituzionali, comunicative e simboliche  che Foucault definirebbe “microfisiche del potere”, e che queste dinamiche diventino evidenti nei processi di esclusione/marginalizzazione operati dal discorso della reclusione, della medicalizzazione e della psichiatrizzazione. Le “istituzioni totali” diventano, quindi, il caso studio esemplare capace di diventare oggetto di analisi e pratica artistica, al fine di portare alla luce, rendere visibile, le narrative, le costrizioni simboliche e materiali messe in campo dalla società, per organizzare in modo bio-politico se stessa, producendo forme di inclusione ed esclusione.  Vitari mette in scena, in questo modo,  una “fenomenologia artistica dell’invisibile”, fedele all’idea che l’arte debba portare a percezione ciò che  rimane occultato, invisibile, e renderlo comprensibile nelle sue dinamiche profonde. La logica della catalogazione scientifica viene quindi “ri-articolata”, come direbbe Stuart Hall, in modo che gli stessi argomenti (le citazioni scientifiche, letterarie, le narrazioni dei pazienti o dei carcerati..) legittimanti la marginalizzazione possano diventare elementi di una narrazione sull’individualità, e sul valore e la dignità della persona. Attraverso le sue installazioni Claudia impone pertanto un nuovo “ordine del discorso”, che forza la gabbia dell’istituzione totale e rimette al centro del discorso l’umanità violata, ferita, restituendo parola e dignità alla marginalità che le “retoriche di verità” istituzionali tendono a presentare come  pericolosa,  non autosufficiente, criminale…

Il lavoro sui materiali, la pratica di scrittura e la figurazione permettono infatti all’artista di mettere in evidenza quei margini simbolici e fisici che separano inclusione ed esclusione: i cubi  e le cornici in ferro delle vetrine diventano metafora dei vincoli posti dalle “istituzioni totali”; il vetro e la resina, materiali diafani e trasparenti, assumono il valore di una lente con cui meglio osservare l’umanità marginalizzata e nello stesso tempo producono una distanza gelatinosa, che fa percepire le distanze sociali tra “normalità” e “anormalità” e il distacco culturalmente organizzato verso gli esclusi; mentre la serigrafia rende visibile la pratica scritturale che i discorsi egemoni producono, imponendo “regimi di verità” con cui legittimare l’esclusione e la marginalizzazione e, al contempo, marchiare simbolicamente e materialmente il marginale. Il percorso espositivo mette quindi in scena porzioni di umanità (i volti), che emergono dai “cubi” , come fossero orme tracce, su cui sono serigrafate le storie individuali dei soggetti, o che dialogano con la scrittura sulle “vetrine” ,dando forma ad affabulazioni figurali (scrittura, parola, ritratti) su cui sono impressi i testi di autori come  Erving Goffman, Kafka, Foucault o scritti epici o antichi come l’Epopea di Gilgamesh.

Claudia Virgina Vitari  è una “cantastorie delle forme di umanità” intenta a raccontare l’epica quotidiana dei processi di disciplinamento ed istituzionalizzazione, cosciente che i vincoli simbolici e materiali delle istituzioni rispondano a “retoriche di verità che ammantano logiche di potere”, cui le persone possono in qualche modo  sottrarsi, innescando processi di liberazione basati sulla narrazione e la ri-articolazione simbolica del sé e del mondo.

 

Claudia Virginia Vitari/ Note biografiche

Claudia Virginia Vitari è nata in Italia, a Torino nel 1978.  Si è laureata nel 2004 ad Halle an der Saale, in Germania, presso l’Università di Arte e Design Burg Giebichenstein in pittura e grafica con il Prof. Ulrich Reimkasten. Successimamente ha seguito vari workshop sulla lavorazione del vetro in Germania, Spagna e Norvegia.  Il suo lavoro si incentra sullo studio della relazione tra l’individuo e la società e, in particolare, i suoi ultimi progetti artistici si basano su un’analisi artistica delle istituzioni totalitarie attraverso una documentazione grafica che invita ad un confronto tra singole storie personali e analisi delle istituzioni, viste in quanto parte integrante e specchio della società.   PERCORSOGALERA (2007-2009) è stato realizzato a Torino in collaborazione con l’ Istituto penitenziario “Lorussoe Cutugno”. Le città invisibili (2009-2011) è invece nato a Barcellona in collaborazione con la Associazione Culturale “Radio Nikosia” e la sponsorizzazione di Derix Glas Studios (Germania). Entrambi i progetti hanno ricevuto il contributo di “Regione Piemonte”.  L’artista è rappresentata dalla galleria “Berlin Art Projects“ con sede a Berlino e Istanbul e da Raffaella De Chirico Arte Contemporanea a Torino. Attualmente vive e opera tra Torino, Barcellona e Berlino. Ha esposto in mostre personali e collettive in Germania, Italia e Spagna.

 

Roberto Mastroianni

 

Roberto Mastroiani è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari  in differenti Università Italiane e straniere.

IRENE PITTATORE In principio era il verso. A cura di Roberto Mastroianni.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 07-05-2013

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Margini, scarti, linguaggio e figurazione nelle performance anti-naturalistiche del “verso”

 

“In principio era il verso, un urlo, un ringhio”, direbbe Irene Pittatore, un “verso” capace di far scaturire la forza contraddittoria, brutale, creativa e al contempo autodistruttiva della vita, ma nello stesso tempo era il “verso” che come figura linguistica, metrica e stilistica è capace di portare con sé razionalità e ordine poetico, diremmo noi.

Nell’arco disegnato tra il “verso”, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il “verso”, inteso come “unità metrica”, si colloca tutta la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il “verso” – “unità metrica”, le opere dell’artista articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una “rappresentazione” che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale.

La ricerca di Irene Pittatore parte, dunque,  da qui e si concentra sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, in una società che sembra ormai popolata di macerie e rovine, coscientemente espulse dal nostro immaginario cognitivo e ordinatamente collocate ai margini dell’auto-rappresentazione mainstream. È questa, infatti, un’autorappresentazione ordinata, asettica e pubblicitaria che fa proprie le retoriche di una società “ben organizzata”, ma che è in verità solo medicalizzata e ordinata secondo le forme narrative di un sogno (pubblicitario) precariamente realizzato. Una società che ha bisogno di creare “periferie” e “margini” interni ed esterni, in cui la centralità è posta dalle logiche del consumo e del potere, la quale produce esclusione, relegandola in zone d’ombra rimosse, in cui vengono collocati come “scarti” gli elementi non ascrivibili al proprio regime narrativo, al proprio “ordine del discorso”.

La vita è però eccesso di senso, la cui forza straborda rispetto allo spartito impostole dalle logiche del potere e dalle retoriche di verità: un eccesso di senso rimosso, anestetizzato, addomesticato e presentato nelle forme dell’organizzazione sociale, delle pratiche dell’innovazione e della bellezza artefatta, pratiche tese a presentare modalità di “vita giusta e buona”, che vedono nelle metropoli contemporanee il proprio palcoscenico privilegiato, in cui va in scena un’opera teatrale incapace di imporre fino in fondo il proprio copione e che è costretta ad inventarsi dei margini in cui relegare l’eccedere del senso e la marginalità indotta ed autoindotta. Le performance di Pittatore si collocano qui: nei margini veri o presunti dello spazio metropolitano contemporaneo, nei luoghi fisicamente marginali (le periferie degradate, gli spazi verdi apparentemente selvatici, ma urbanisticamente determinati, sulle linee di mappe fittizie o virtuali..) o simbolicamente di confine (il rapporto di genere, il conflitto/ incontro tra generazioni…). Questo perché il gesto artistico di Irene si rifà sempre a quel “duplice verso”, la cui forza vitale e genuina si può cogliere solo nei “margini” interni ed esterni, tra i “resti” di quelle “rovine”, che popolano il nostro immaginario e il nostro paesaggio cognitivo, presentandoci un mondo di macerie ordinate ed esteticamente organizzate, che non possono e non devono però essere “restaurate”, ma che devono in qualche modo essere “rovinate”, in modo che dai loro resti possa emergere senso e significazione.

A ben vedere però, quella della Pittatore non è un’estetica o  una poetica degli “scarti” e dei “resti”: non vi è nella sua ricerca e nella sua poetica un’attenzione compiaciuta o auto compiaciuta e fine a se stessa per la marginalità o per lo scarto, sia esso di umanità o materialità, ma un’attenzione per le spazialità antropiche e gli effetti di linguaggio che le producono. L’attenzione infatti non è posta sul disagio, sulle contraddizioni sociali, esistenziali, politiche o ideologiche che producono “marginalità” o che vengono presentate come “scarti” dal mainstream, o forse sarebbe meglio dire non è solo posta su questi elementi, ma soprattutto sui meccanismi simbolici e linguistici che producono differenza: differenza sociale, sessuale, generazionale, culturale, antropologica…

 

Felix 2013. Premio letterario “Lavoro precario=vita precaria”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 07-05-2013

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In occasione del Festival (virtuale) del Libro e delle Culture in Campania 2013, l’Associazione Felix Cultura, in collaborazione con la casa editrice Caracò, istituisce, per l’anno 2013, il seguente concorso:

PREMIO LETTERARIO FELIX 2013
“Lavoro precario = Vita precaria”

Organizzatore: Associazione Felix Cultura
Via G. da Ravenna 22, Salerno – 84123 www.festivalibrocampania.itcontatti@festivalibrocampania.it

Tema: il precariato come condizione sul lavoro e nella vita

Opere ammesse: si prenderanno in considerazione opere inedite di narrativa (romanzi brevi o racconti) o di poesia (sillogi complete)

Lunghezza:
- Romanzo breve – min 100.000, max 150.000 battute
- Racconto singolo lungo – min 60.000, max 80.000 battute
- Sillogi poetiche – min 20, max 50 cartelle

Modalità: la partecipazione è gratuita. Si può partecipare con una sola opera per autore

Invio: spedire il manoscritto in formato Doc o Pdf via e-mail all’indirizzo contatti@festivalibrocampania.itspecificando nell’oggetto “Rif. Concorso precariato”. Allegare sinossi dell’opera, breve biobibliografia dell’autore e recapiti personali

Termini: entro il 30 ottobre 2013

Opera vincitrice: una sola opera, senza distinzione tra narrativa o poesia, sarà proclamata vincitrice entro il 30 gennaio 2014. Una menzione speciale verrà data alle opere che prendono in considerazione la condizione dei precari campani e dei precari in Campania

Premiazione: l’elenco degli Autori finalisti sarà pubblicato, con congruo anticipo, sul sito Internetwww.festivalibrocampania.it, insieme alla data e al luogo della premiazione che si terrà nel mese di gennaio 2014

Giuria: la Giuria, composta da Valeriano Forte (vicepresidente dell’Associazione Felix Cultura), Mario Gelardi (Caracò Editore), Francesco Abate (scrittore), Paolo Maccioni (scrittore), Francesca Salemme (giornalista), Pasquale De Cristofaro (regista e attore) – e presieduta dal Professor Michele Rak, teorico della letteratura, accademico e scrittore – assegnerà i premi, a suo insindacabile giudizio, all’opera ritenuta meritevole

Premio in palio: pubblicazione con Caracò Editore e promozione dell’opera a cura dell’Associazione Felix Cultura. L’editore si riserva di valutare la modalità di stampa (cartaceo e/o digitale) sulla base del genere (narrativa o poesia) e della qualità dell’opera vincitrice

Il mercato senza vincoli della Thatcher e di Reagan è stato causa della crisi mondiale

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis, Mondo, Politica internazionale | Posted on 11-04-2013

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Vi propongo questa riflessione sulla Thatcher preso dal Blog/sito di Romano Prodi così per riflettere assieme su quello che sarebbe potuto essere il centro sinistra di questo Paese, se non fosse nato il PD e su quello che potrebbe essere questo Paese se avessimo Prodi come Presidente della Repubblica.

Thatcher/ Prodi: Suo successo è all’origine di attuale crisi “Mercato senza regole ha aumentato disparità fra ricchi e poveri”

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(AGI)  Bruxelles, 8 apr. – Margaret Thatcher “ha cambiato il mondo“, ma ha anche piantato le radici dell’aumento delle disuguaglianze fra ricchi e poveri, che ha provocato l’attuale crisi economica. Il giudizio è dell’ex premier italiano Romano Prodi.

“Non è stato Reagan che ha intuito e organizzato la nuova economia” ultraliberista negli anni ’80. “E’ stata Thatcher che l’ha applicata e diffusa in tutto il mondo, con il vangelo del tutto mercato”, ha ricordato Prodi, oggi a Bruxelles,
parlando con i cronisti a margine di una sua audizione all’Europarlamento nella sua veste di inviato Onu per il Sahel.

“L’economia si basa sul mercato, ma non un mercato senza nessun controllo, con il ruolo dello Stato sempre minore, con meno regole di tutti i tipi; il risultato di questo è stato un aumento delle differenze fra ricchi e poveri in tutti i paesi del mondo, esclusi
quelli scandinavi. La crisi economica stessa – ha continuato Prodi – è stata provocata da questa disparità“, basata sull’idea di “aumentare i consumi e pagare sempre meno chi produce i beni. Questo è stato un successo della Thatcher: l’idea – ha concluso l’ex premier – che il mondo debba svilupparsi senza alcuna regola e senza alcun controllo è stata sua”, ha concluso.

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Prodi: ”Thatcher e Reagan padri della crisi mondiale”

Audiointervista di Giulia Santerini a Romano Prodi su La Repubblica online del 8 aprile 2013

Prodi non nega le responsabilità della Thatcher relaticamente alla situazione economica mondiale. Anzi, le individua e le addita, e ne legge le conseguenze. Anzi, precisa:

«Le conseguenze non le leggo io, le leggono i fatti. In questo mondo affidato solo al mercato, per un brevissimo periodo di tempo ha tolto alcune incrostazioni all’economia mondiale. E poi ha progressivamente preparato questa crisi. Che questo sia dovuto alla Tatcher o ai suoi interpreti lo vedrà la storia».

In che modo la Thatcher avrebbe contribuito alla crisi?

«Voleva il mercato al 100%. Nessuno è contro il mercato, ma il solo mercato, senza vincoli di alcun tipo, ha portato gli squilibri che oggi sentiamo».

Prodi individua, poi, la naturale comunanza di intenti fra la politica della Gran Bretagna della lady di ferro e quella degli U.S.A. di Ronald Reagan.

La Thatcher e Reagan hanno cambiato il mondo, hanno portato una nuova regola nel mondo, non nella sola Gran Bretagna. La traccia che lascia è quella di essere stata la maestra di Reagan e di aver cambiato l’economia mondiale. Hanno cambiato il concetto del mondo. Stato il meno possibile, nessun intervento dello stato, gli squilibri sono la salute dell’umanità e noi siamo arrivati dove siamo arrivati.

“Ordo amoris”. Una mostra manifesto delle Hado Painters (il testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 24-03-2013

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Il mio testo critico di accompagnamento alla mostra “Ordo Amoris” delle Hado, in corso presso la Raffaella De Chirico Arte contemporanea di Torino.

Hado, Ordo Amoris - invito

Chi ha l’ordo amoris di un uomo ha l’uomo stesso

Max Scheler

Io sto dipingendo quel me stesso su cui poso lo sguardo, io sono contemporaneamente colui che guarda e colui che è visto.

Egon Schiele

Una mostra manifesto

 

“La filosofia è il proprio tempo espresso in concetti” diceva il buon vecchio Hegel. Alcune volte però la filosofia è chiamata ad esprimersi su qualcosa che è fuori dal proprio tempo o almeno che rispetto ad esso va controcorrente.  In queste rare occasioni i filosofi hanno il compito a dimostrare che la loro scienza non è inutile, antiquaria e libresca, ma che, invece, ha molto da dire sull’universalità di alcune espressioni esistenziali, sulle strutture antropologiche ad esse soggiacenti e sul valore degli oggetti sensibili, materiali e immateriali che compongono il cosmo. In queste rare occasioni la filosofia può dispiegare la sua potenza e rendere ragione del “posto dell’uomo nel mondo”, direbbe Arnold Gehlen, e delle relazioni tra questo “centro eccentrico” (l’uomo), per usare un’espressione di Helmut Plessner, e tutti i gradi dell’essere che compongono la realtà.

Queste rare occasioni, in cui la filosofia può essere chiamata in causa, sono solitamente momenti distonici rispetto al fluire del tempo storico-sociale e culturale: sono piccole o grandi fratture nella percezione unitaria del fluire socio storico (le guerre, gli shock culturali, i momenti di innovazione o recupero…), che mettono in discussione il mainstream, la percezione e il pensiero dominanti, anche se solo per pochi minuti. Spesso questi rari momenti sono prodotti da fatti tragici, attraverso i quali la “cosalità brutale” fa irruzione sulla scena, alcune volte, raramente, la riflessione filosofica viene sollecitata da fatti gioiosi o apparentemente non rilevanti e futili come l’arte, ancora più raramente dal tornare sulla scena di una teoria filosofica.  In tutti questi casi la filosofia è chiamata a “concepire”, “comprendere”, il manifestarsi di qualcosa di nuovo o di vecchio, che torna ad essere nuovo e quel “comprendere” prende le forme di un “prendere assieme” gli elementi che gli sono posti innanzi, rintracciando un filo rosso che li colleghi in un disegno organico di senso.

Sono molti gli elementi rari di una mostra come “Ordo amoris” delle Hado Painters, che fanno di essa un evento capace di sollecitare la riflessione, rendendola di per sé un evento filosofico artistico.

Bisogna essere chiari, però! La filosofia può essere intesa semplicemente come una disciplina della nostra enciclopedia dei saperi con le sue regole, il suo canone e la sua tradizione oppure una sorta di scienza applicata alla vita e alle sue forme. Nel primo caso, alcune delle considerazioni che seguiranno potranno essere considerate eccessive, provocando lo sdegno di un certo tipo di eruditi ed accademici, gli stessi che un altro filosofo (Giordano Bruno) definirebbe i “pedanti”, “gli asini con la toga”; nel secondo caso, un evento come la mostra “Ordo amoris” non potrà che essere considerato come non ordinario, che interpella e chiama in causa la filosofia e la vita, proprio a partire dalla sua costituiva vocazione filosofica di mostra manifesto.

È, infatti, un evento extra-ordinario, prodotto da una costellazione di elementi dal sapore destinale, che quattro artiste trentenni si uniscano per dare vita ad un “gruppo”, una volta si sarebbe chiamato collettivo, che rivendichino esplicitamente il figurativo come modalità espressiva dell’arte contemporanea e che considerino una mostra come un manifesto artistico, utilizzando come nucleo centrale della loro riflessione e della loro pratica un testo e una teoria filosofica.

L’arte contemporanea infatti ci ha abituato: alla frammentazione degli stili; alla sperimentazione di maniera; all’incapacità tecnica contrabbandata per concettualismo; alla sperimentazione dei materiali priva di riflessione teorica; alla singolarità dell’artista star; alle ferree leggi del mercato dell’arte ed al citazionismo ossessivo figlio di un post-modernismo abusato e per questo motivo svuotato di ogni forza teorica. Ed ecco che tutto di un tratto escono fuori dal nulla quattro ragazze, che hanno l’ardire di proporre un manifesto poetico, espressivo e stilistico che si basa sul recupero della manualità e del bel gesto artistico, che pretendono di fare pittura, dipingendo sul serio e proponendo la figurazione realista come campo di battaglia di tensioni, angosce, speranze e sperimentazioni. Inoltre formano un collettivo di sole donne, decidono che il nucleo centrale della loro riflessione è la rappresentazione dell’amore e del mondo degli affetti,  e incontrano in modo destinale uno dei più grandi filosofi del novecento facendo di un suo testo il proprio punto di riferimento. Insomma, ci sono tutti gli elementi per delineare i contorni di un evento non riconducibile alle comuni logiche del mercato e del sistema dell’arte contemporanea.

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Nate una decina di anni fa come gruppo con un altro nome (“Cenacolo”), con il doppio dei componenti, le Hado Painters (Elisa Filomena, Barbara Bonfilio, Moira franco, Anna Madia) decidono, dopo anni di ricerca comune, di ri-orientare la propria pratica artistica, darsi un nuovo nome e prepararsi ad una mostra manifesto, che dal 7 marzo al 14 aprile 2013 sarà ospitata nei locali della “Raffaella De Chirico Arte Contemporanea” . In un contesto tutto al femminile (una gallerista coraggiosa e quattro artiste che osano rivendicare il valore della pittura in relazione ad una tematica antropologico-filosofica) prende così forma  un evento che interpella il mondo della vita, la filosofia e l’arte attorno al concetto di ordo amoris.

E alla fine la “Gran Torino” rimane “Senza niente”!

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Lo spazio della Polis | Posted on 24-03-2013

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Affoghiamo nell’onda lunga delle nostre retoriche su “la città che non sta mai ferma”, su “la Torino laboratorio della politica e della società italiana”, dei progetti e dei programmi per farla diventa sempre più grande, attrattiva ed innovativa…

Alla fine arrivano due adolescenti (Paride Golino, 18anni, e Carlo Alberto Meluso, 17 anni), due studenti del conservatorio, ci riportano alla realtà e come in quella storiella su un re nudo ci gridano in  faccia “Senza niente”.

“Senza niente questa Gran Torino non va avanti…  senza niente Gran Torino è in difficoltà, che cos’è un uomo oggi senza dignità… mio padre mi picchiava e le paure son le stesse… mia madre spaventata gli gridava per favore… lui manco la sentiva e ci riempiva di dolore, adesso il mio destino non è mai cambiato… tra mia madre massacrata e mio padre incarcerato… Senza niente questa Gran Torino non va avanti… Senza niente in tasca e solo i bianchi guanti… Senza niente Gran Torino è in difficoltà… non potete toglierci i sogni come un dentista un dente… ma qua non si va avanti senza una raccomandazione…”.

Un videoclip auto prodotto sulla “Gran Torino“, che si è già fermata da molto tempo e dei ragazzi che urlano che “così non si va avanti”. Come dire una cantata ci seppellirà!
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