PRIMA CHE IL GALLO CANTI di Margherita Levo Rosenberg (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 22-11-2014

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invito

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a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

Inaugurazione Venerdì 21 novembre 2014 ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 ottobre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

Prima che il gallo canti

 

Astratta come l’aria

la poesia di un giorno

arresa al pugno zeppo di diamanti

luccicanti nel sole

prima che il gallo canti

la prima volta

Margherita Levo Rosenberg, 2006

“Prima che il gallo canti” di Margherita Levo Rosenberg è una mostra personale inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il sesto appuntamento della rassegna propone una retrospettiva antologica del lavoro di Margherita Levo Rosenberg: artista e psichiatra genovese che indaga i processi di morfogenesi dinamica del reale, attraverso una sperimentazione sul linguaggio e il riciclo/riuso di materiali organici e inorganici e una ricerca sul nesso tra espressione, percezione e materialità nell’articolazione oggettuale del mondo.  L’utilizzo dei materiali e l’incorporazione dei giochi linguistici quotidiani nelle opere, spesso presentate in una serialità dalle minime alterazioni di forme, materiali e concetti, porta all’attenzione le dinamiche strutturali di una realtà solo apparentemente stabile e in precario equilibrio. Tutta la ricerca di Levo Rosenberg è imperniata sul tentativo di rendere ragione del rapporto tra soggetto e mondo, tra immaginazione-percezione, staticità-movimento, linguaggio-realtà, idealità-materialità, restituendo artisticamente i dispositivi linguistici che presiedono alla morfogenesi del reale.

“Prima che il gallo canti” è il titolo che questa retrospettiva mutua dalla narrazione evangelica, con un chiaro riferimento al tradimento di Pietro tratto dal verso di una poesia scritta dalla Rosenberg nel 2006, che si presenta come metafora di un’età dell’innocenza, che lo sguardo e la tonalità affettiva della pratica artistica tentano continuamente di ri-attualizzare. Una metafora che parla di quel tradimento di noi stessi e delle nostre intime vocazioni e aspirazioni, che la nostra quotidianità e la nostra crescita psico-fisica rinnegano precocemente (metaforicamente “prima del primo canto del gallo di cui abbiamo coscienza”), è che, in questa prospettiva, indica la possibilità di tornare alla sorgente di stupore e meraviglia, cui l’arte tenta di attingere tutte le volte che l’artista genovese cerca di rendere ragione del rapporto dell’uomo con il mondo. Fin dagli anni ’90 del secolo scorso, Margherita Levo Rosenberg ha infatti indirizzato la sua ricerca e sperimentazione artistica verso la messa in forma del rapporto tra la cosalità oggettiva della realtà e la percezione, interpretazione, comunicazione degli effetti di senso che gli esseri umani attribuiscono alle cose, attraverso un lavorio ermeneutico e produttivo. Per l’artista genovese l’arte si occupa, pertanto, “sempre e soltanto” della realtà, che si presenta come mutevole in base al sentire e interpretare dell’essere umano in generale e del fruitore dell’opera in particolare, ed è proprio di questo mutamento percettivo e della sua interpretazione che la Levo Rosenberg tenta di rendere ragione, restituendo al contempo la dimensione di quel senso di stupore, spesso rimosso, che gli esseri umani provano tutte le volte che si trovano per la prima volta innanzi allo spettacolo della natura o della cultura. In quest’ottica, la pratica artistica è una specie di reality test, che Margherita conduce sul mondo, sulle sue forme in relazione allo spazio e all’organizzazione grammaticale del reale, in vista di una ri-produzione laboratoriale delle dinamiche che danno forma alle cose, che le rendono percettibili, comprensibili e comunicabili.  Il risultato del test è evidente: tra le “cose”, la loro “rappresentazione produttiva” (che permette agli esseri umani di prendere e assumere la datità come realtà dopo averla interpretata e maneggiata), la loro “ri-produzione artistica” e la percezione/comprensione si instaura sempre una dinamica comunicativa, che è soggetta ad “opportuna” o “aberrante” decodifica e interpretazione.  In altre parole la realtà, nella sua verità e fisicità, è sempre innanzi agli esseri umani che la mettono in forma attraverso processi di natura sensoriale e linguistico-discorsiva; l’incomprensibilità del reale a questo punto è solo una questione di corretta comunicazione, spesso inficiata da pregiudizi, errori, incapacità etc., che tocca all’artista ripristinare, attraverso un lavoro sulle forme e la loro organizzazione interna. Per questi motivi sin dai primi anni ‘90 Margherita Levo Rosenberg ha indirizzato la sua ricerca sull’indagine delle possibilità espressive di materiali extra-pittorici, capaci di restituire la concretezza e l’ambiguità delle cose e delle nostre rappresentazioni di esse, integrando prospettive teoriche e sperimentazione artistica in una ricerca decostruttiva e critica e priva di stereotipi e cliché ideologici.  Da questo punto di vista, la pratica di Levo Rosenberg ha evitato di “tradire se stessa prima che il gallo cantasse”, rifiutando mode e soluzioni semplicistiche ed esplorando in modo coerente la propria vocazione, le strutture e le dinamiche che mettono in forma la relazione tra l’uomo e il mondo. Le opere di Margherita diventano così portatrici di una sensibilità che vuole indicare un differente modo di relazionarsi allo spazio e agli oggetti, che emergono da esso e in esso, suggerendo possibilità interpretative rafforzate da un lavoro sul linguaggio e sulle strutture percettive del soggetto. Nei lavori dell’artista si mischia infatti una sperimentazione nell’uso di materiali eterogenei, attenta ad un’armonia formale che pone in equilibrio elementi poveri o naturali (legno, plastica, elementi di recupero) con una concettualizzazione formale, spesso espressa nella titolazione delle opere e finalizzata ad esprimere la complessità del presente, il superamento dei quotidiani vincoli e giochi linguistici, delle convenzioni e degli stessi limiti materiali.

Le opere contengo, inoltre, possibili indicazioni di lettura come nel ciclo “La pipa di Magritte” o in “Ultimo pomodoro”, “Quadri, quadrati a quadretti” oppure in “Concetto-oggetto”, che si presentano come tracce da seguire nella fruizione e grimaldelli per scardinare una lettura ingenua del testo visuale, permettendo allo spettatore di accedere ad una dimensione distonica dell’opera che mette in questione la resa ingenua della rappresentazione e della percezione delle cose. Questo è possibile è in quanto tutte le opere di Levo Rosenberg sono il frutto di un’interazione tra asserzioni concettuali e prassi operative, che mettono in luce la densità del pensiero e dell’interpretazione che determina sempre la messa in forma del reale. La relazione soggettività-oggettività e quella percezione-comprensione diventano pertanto il centro della messa in forma delle opere, e vengono affrontate con la consapevolezza che il percepire e l’esprimere sono grammaticalmente organizzati e che questa organizzazione possa essere messa in discussione, attraverso dei cortocircuiti visivi che ne portino a galla il carattere “artificioso”, nel senso di costruito nell’interazione tra percepire, interpretare e pensare.

Erede in una solida cultura contadina, l’artista è cosciente che la materialità sia un valore da preservare e che le cose stesse siano nella loro materialità dense di senso e significato, per questo motivo la pratica dell’accumulo degli scarti organici o inorganici (rami secchi, pellicole di plastica…), di oggetti di uso comune (spilli, pezzi di filo…) o prodotti industriali (ex. le lastre per radiografie) è propedeutico ad un riuso e riciclo dei materiali che dona ad essi una seconda vita simbolica, capace di creare giochi  espressivi, che si presentano come dispositivi di senso e che parlano della realtà alludendola. In questa pratica risiede una vocazione alla “misurazione del reale”, alla sua scomposizione nelle forme prime e a una sua restituzione in nuove conformazioni, che si presenta come scelta teorica e operativa, estetica ed etica. Non solo il mondo viene scomposto in forme elementari, per esempio triangoli, sfere, quadrati…, che vengono successivamente riarticolate in installazioni oggettuali, ma anche gli oggetti ormai privi di funzione e valore vengono ri-utilizzati in una mappatura del mondo che produce oggetti dal forte impatto simbolico e dalla forte materialità, (ex. l’opera “Madre di Vento”, 2013). Questi presupposti etici ed estetici non impediscono però alla Levo Rosenberg di dare vita ad installazioni dal forte carattere ironico e pop (ex. “Idea del cavolo”, 2001) che aggiungono un gusto dissacrante e leggero a questa pratica di decostruzione e ricostruzione del mondo, operata attraverso la concettualizzazione e la ri-articolazione di elementi di riciclo trasformati in strisce, triangoli, coni, sfere che diventano i “tasselli” di nuove configurazioni visuali.

Nella storia artistica di Margherita vi è, insomma, un’attenzione alla realtà e alle sue configurazioni, alla morfogenesi dei fenomeni, che vede nell’emergere delle forme e nel loro significato una stabilizzazione di processi costruttivi e decostruttivi. Anche il materiale di elezione utilizzato (le pellicole radiografiche) racconta di una volontà di mettere a nudo la realtà nelle sue strutture profonde, fissandole in rappresentazioni che parlano della loro impermanenza e che alludono al continuo trasformarsi delle cose in relazione con lo spazio e gli esseri umani. Le installazioni di Levo Rosenberg si presentano quindi come oggetti dalla grande forza evocativa, in grado di costruire un sottile e armonico equilibrio tra l’interiorità e l’esperienza della realtà fenomenica, tra figurazione geometrica e suggestione mimetica, tra materialità e concettualità.

 

 

 

 

 Margherita Levo Rosenberg | è psichiatra ed arte terapeuta. 
Dai primissimi anni novanta la pratica artistica diventa elemento vitale, si arricchisce di nuova consapevolezza, con le esperienze delle ricerche psicologiche sulla creatività, la formazione e la pratica psicoterapeutica attraverso il linguaggio visuale. 
Nel 1992 fonda il gruppo Pandeia e declina il proprio stile come cifra del procedere cognitivo, espressione della continuità dei processi di pensiero indipendentemente dall’esito formale dell’opera. 
Dal 1996 fa parte dell’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata del progetto “artismo”, ha curato eventi espositivi approfondendo studi e ricerche sulla creatività e sulle applicazioni psicoterapeutiche del linguaggio visivo. 
Su questi temi ha relazionato a congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. 
Opere in collezioni private e museali. 
Vive e lavora a Genova.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere. Per maggiori informazioni: www.robertomastroianni.net

“Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda” di Martina Corgnati

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Teoria e critica filosofica | Posted on 18-11-2014

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Segnalo l’uscita di questo bellissimo libro della mia amica Martina Corgnati per  Johan e Levi editore. Il libro è la prima biografia in assoluto di Meret Oppenheim, un testo scritto benissimo e con alle spalle una ricerca di archivio portata aventi da una storica dell’arte di raffinata sensibilità e cultura. Una lettura che consiglio a tutti. Seguirà una mia recensione…

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AFFERRARE LA VITA PER LA CODA

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Donna, artista, outsider, icona: dal fulminante esordio con Colazione in pelliccia, destinato ad aprirle poco più che ventenne le porte del moma, al lungo e impervio cammino intrapreso per liberarsi di ogni etichetta artistica, ideologica e di genere, Meret Oppenheim (1913-1985) è una delle poche figure femminili della storia divenute leggendarie per aver osato sfidare regole e pregiudizi millenari in nome di una vocazione autentica.

Una vocazione artistica ed esistenziale che la porterà a scelte e posizioni di rottura tutt’altro che facili, non solo nei confronti della società benpensante dell’epoca ma anche degli insidiosi pregiudizi cui non può dirsi immune lo stesso milieu artistico e letterario del suo tempo. Musa venerata da Man Ray, pupilla irriverente di Breton, complice e lei stessa protagonista delle più grandi sperimentazioni e delle più appassionanti avventure artistiche del Novecento, Meret Oppenheim si muove lungo il secolo con la libertà e l’originalità disinvolta e a tratti sofferta dei purosangue.
Dall’avvicinamento alle teorie di Carl Gustav Jung al folgorante incontro con i surrealisti, dalla lunga lotta con la depressione all’attrazione inesorabile che a soli vent’anni la lega fatalmente a Max Ernst, dall’intenso e profondissimo sodalizio artistico con Alberto Giacometti all’amicizia segreta e finora ignota con Marcel Duchamp, Martina Corgnati traccia un accurato e appassionante ritratto della donna e dell’artista che, contro i facili stereotipi di un’arte tutta al femminile, sulla scia di Virginia Woolf e di Lou Salomé ha avuto il coraggio di gridare alle donne di ogni tempo: «La libertà non ci viene data, dobbiamo prendercela».

Il volume è stato realizzato con il sussidio di Pro Helvetia.

Tedesca di nascita e svizzera d’adozione, Meret Oppenheim (1913-1985) è stata una delle artiste più eclettiche del secolo scorso. Grazie agli influssi e contatti della nonna Lisa Wenger e della zia Ruth, entrò in contatto in giovanissima età con artisti e letterati. Il suo esordio artistico risale al 1933, quando fu invitata da Alberto Giacometti e Hans Arp a esporre al Salon des Surindépendants; da quel momento fece parte del gruppo dei surrealisti e l’innovatività della sua arte fu così dirompente che Colazione in pelliccia del 1936 fu immediatamente acquistata dal Museum of Modern Art di New York. Vari cataloghi si sono occupati della sua arte ma nessuna pubblicazione, ad oggi, si è concentrata sulle sue vicende private.

Un intenso lavoro sul ricchissimo archivio epistolare dell’artista e la stretta collaborazione con gli eredi e la Fondazione Meret Oppenheim sono gli ingredienti di questa prima biografia scritta da Martina Corgnati (già curatrice della grande mostra Meret Oppenheim del 1998 e coautrice del recente volume dedicato all’epistolario dell’artista). Il libro ripercorre, a ritmo serrato, la vita privata e artistica, approfondendo le relazioni affettive, le modalità di lavoro e l’irrefrenabile creatività dell’artista, con sorprese e rivelazioni che affiorano dalla corrispondenza della Oppenheim. Il testo è accompagnato da immagini tratte dagli album di famiglia, oltre che da riproduzioni delle opere più significative.

 

Collana: Biografie

ISBN: 978-88-6010-085-6

Prezzo: € 35,00

Pagine: 540

Margherita Levo Rosenberg. “Prima che il gallo canti”

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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Personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

Inaugurazione Venerdì 21 novembre ore 18,00

Dal 21 novembre al 14 dicembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

PEPPA PIG di Francesco Mangiapane

Posted by roberto09 | Posted in Eventi, Teoria e critica filosofica | Posted on 18-11-2014

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Segnalo l’uscita di questo libro, in formato e-book, dell’amico Francesco Mangiapane per Doppiozero. Francesco è un brillante e giovane semiotico che ci ha offerto un interessante saggio teorico su un fenomeno di costume come Peppa Pig. Un libro che vale la pena di essere letto.

Peppa Pig

 di Francesco Mangiapane

Miti d’oggi, saggistica, anno: 2014

isbn: 9788897685401

prezzo: €3,00

Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub

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Peppa Pig è la regina delle serie tv rivolte per prima infanzia. Le sue puntate sono trasmesse in tv più di cinquanta volte al giorno da Rai YoYo e altri canali tv. Rappresentano un intrattenimento immancabile e, per certi versi, ineludibile per i piccoli. Il successo di Peppa Pig supera gli argini della programmazione televisiva ed è diventato fenomeno di costume, proliferando nei media più diversi (cinema, tv, internet e quant’altro). Estende anche il potere di fascinazione al mondo delle merci: Peppa si vende in ogni forma e modo, dai quaderni alle magliette, dai pupazzi ai gadget portatili. Peppa è diventata una metafora dei nostri tempi. Ma cosa davvero ci chiede la simpatica maialina protagonista della serie?

Per rispondere a questa domanda Francesco Mangiapane, semiologo e papà di due bambini, passa in rassegna il mito di Peppa nelle sue infinite emanazioni, ne ricostruisce la storia e la fortuna, ma non si ferma qui. Nota come, dietro un apparente conservatorismo di ambienti e situazioni, la serie proponga una nuova forma delle dinamiche familiari, una vera e propria nuova famiglia, a partire dai problemi e dalle opportunità dello scenario contemporaneo. Organizzazione del lavoro, identità di genere, differenze generazionali fra padri figli e nonni, sono solo alcuni dei nodi sensibili su cui la serie si schiera, riarticolando creativamente problemi e criticità dei nostri anni, fino a proporre il suo immancabile lieto fine.

Ma c’è di più, il discorso di Peppa Pig non rimane legato all’attualità. Comparandolo con altri cartoni delle serie tv per bambini presenti nei palinsesti televisivi, si può riconoscere in Peppa Pig una proposta di senso più generale, un archetipo che punta sul recupero del corpo e sulla ritrovata complicità emotiva fra i componenti del gruppo familiare oltre ogni individualismo. Il successo di Peppa Pig è doppiamente segno dei tempi: da una parte, prende posizione sul contesto e l’orizzonte di vita delle famiglie contemporanee; dall’altra, rivela l’attitudine più profonda ed epocale, quella a un complice epicureismo collettivo.

 

Francesco Mangiapane è assegnista di ricerca in Filosofia del Linguaggio (Semiotica) e dottore di ricerca in Disegno industriale, arti figurative e applicate. Si occupa di analisi della contemporaneità. Nella sua attività di ricerca, ha approfondito le questioni legate ai nuovi e ai vecchi mezzi di comunicazione, all’identità visiva e al brand, al cibo e all’identità culturale nella rappresentazione che ne danno i media. Scrive per Doppiozero e altri magazine di approfondimento culturale.

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Sommario

1. L’egemonia di Peppa

2. Il sistema Peppa

3. Peppa & friends

4. Miti d’oggi

5. Conclusione

Note e notizie

Bibliografia

 

 

QUESTO FILO È LUNICA COSA CHE MI LEGA ANCORA A TE (la mostra)

Posted by roberto09 | Posted in Lo spazio della Polis | Posted on 18-11-2014

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Dal 7 al 22 novembre 2014

InGenio Arte Contemporanea.

Inaugurazione venerdì 10 ore 17.00

Ven. sab. dom. dalle 16.00 alle 19.00

Testo Critico a cura di Roberto Mastroianni

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Ingenio Arte Contemporanea
Corso San Maurizio 14/e Torino
Apertura su richiesta dal martedì al sabato, dalle ore 9.00 alle 19.00, orario continuato.
Telefono 011 883157- ingenio@comune.torino.it

 

Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te

“Questo filo è l’unica cosa che mi lega ancora a te” è un’installazione interattiva site specific, nata dalla collaborazione tra l’artista Ennio Bertrand, Docente di Sistemi Interattivi e sei studentesse dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino (Elena Barberis, Federica Lincetto, Chiara Mazzotta, Elahe Salarzehim, Giulia Somma, Martina Stocchetti).

 

L’opera, ospitata negli spazi di InGenio Arte Contemporanea, si colloca all’interno del filone di ricerca sull’accessibilità per  un pubblico non vedente avviato nel 2012 – in preparazione di Arte Plurale – da Ennio Bertrand in collaborazione con Francesco Fratta dell’UICI Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino, con il coinvolgimento attivo di  studenti  nella progettazione,  realizzazione e mediazione culturale.

L’opera si presenta come una rilettura installativa del testo di Jean Cocteau La Voce Umana (1930).

Questo monologo sul crepuscolo dell’amore, sull’abbandono e l’incomunicabilità, vede come protagonista una donna che, attaccata al telefono cerca disperatamente di trattenere l’uomo che l’ha appena lasciata per un’altra donna, e consapevole dell’abbandono si strugge, trovando sull’orlo del suicidio – come unica ragione di vita – la telefonata promessa dall’amato. Cocteau usa il dramma straziante della donna frustrata e malata d’amore per setacciare l’angoscia umana, portando a rappresentazione un impasto contradditorio di tristezza, delusione, voglia di rivalsa, umiliazione, disperazione, affrontato dalla protagonista con apparente dignità che cede il posto allo sconforto, alla disperazione e ad improvvisi slanci d’ira. Il filo del telefono si trasforma così nell’unico, precario, e apparentemente indiscutibile strumento di relazione con l’altro e con le proprie emozioni.

A partire dal lavoro dell’artista francese e dalle sue innumerevoli interpretazioni cinematografiche e teatrali, Bertrand e le sue allieve mettono in scena l’interazione del pubblico con 4 telefoni, sviluppando la narrazione da quattro punti di vista diversi. Si crea così un gioco di immedesimazione, interazione e scambio di identità, attraverso cui il fruitore dell’opera ha la possibilità di entrare percettivamente e visivamente nella trama del testo, scomporlo e ricomporlo in una fruizione personale, ma comunque volutamente distonica. L’opera dell’artista francese viene infatti smembrata e ri-articolata e da essa vengono estrapolati alcuni nuclei tematici: la “violenza sulla donna”, la “fedeltà al testo”, il “discorso diretto/interpellazione” e la “vena tragicomica”, che diventano gli assi portanti dell’installazione. Attraverso la ricostruzione di una camera da letto, in cui gli oggetti ripropongono iconicamente le retoriche romanticamente leziose sulla condizione femminile, e la messa nello spazio di un artificioso letto a baldacchino, sul materasso del quale sono collocati i telefoni vintage, viene creata un’atmosfera di sospensione che si presenta come contesto ideale per la creazione di una fruizione relazionale dell’opera. Il pubblico è chiamato ad attivare l’installazione sollevando una delle cornette degli apparecchi telefonici, ad ognuno di essi sono stati attribuiti stralci casuali del testo, recitati dalla voce delle attrici, che nel tempo hanno interpretato La voce umana a teatro o al cinema, voci che si accompagnano alla proiezione sul materasso di immagini tratte da film contemporanei, che con i quattro temi e con il testo recitato non hanno niente a che fare. In questo modo l’installazione dà vita ad un contesto immersivo basato sugli innumerevoli montaggi narrativi che i fruitori possono mettere in atto. Il telefono diventa pertanto lo strumento attraverso cui il pubblico viene sollecitato, diventando interlocutore primo di una domanda/interpellazione esistenziale che arriva dalla cornetta o dalle immagini proiettate sul materasso. I fruitori possono allora decidere di immedesimarsi nella protagonista de La voce umana, accettando le sfide esistenziali del testo, oppure creare una narrazione composita attraverso l’articolazione di immagini e parole differenti. In ogni modo, la percezione concomitante dello spazio, delle immagini proiettate sul materasso creano un effetto distonico, capace di restituire l’atmosfera angosciante, anche se ironicamente articolata, gli intervalli e i silenzi, i vuoti della coscienza, della memoria e della percezione di sé alla base dell’opera di Cocteau. Se la grandezza de La voce umana è quella di elevare l’incomunicabilità e il vuoto a tema e la presenza di un canale comunicativo ad apertura vitale di speranza ed emozioni, il valore di questa installazione è restituire al telefono, oggetto ormai di uso comune e simbolo della banalità del quotidiano, la sua funzione di tramite con l’interiorità umana attraverso una costante relazione con gli altri. L’opera dà infatti vita a una molteplicità di spazi in cui prendono forma sollecitazioni sulla “quotidiana comunicativa” delle persone: uno spazio “reale” (quello della camera da letto della donna, nella piece e nell’installazione), uno “virtuale” (quello della telefonata/e, per essere più precisi quello contenuto negli apparecchi telefonici, di entrambe le opere) e  uno “immaginario” (quello delle emozioni e della riflessione sull’identità e sull’esistenza), nonché uno “relazionale” (quello messo in atto dai fruitori). In questa composita stratificazione di spazi, riferimenti testuali e visive, e relazioni, la condizione umana trova una possibilità di essere interrogata e portata a rappresentazione, attraverso un’installazione di forte impatto e valore concettuale.

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Ennio Bertrand vive a Torino e lavora impiegando immagini e tecnologie digitali. Le sue opere ripropongono minuscoli eventi, isolati dal flusso indistinto di informazioni e immagini che saturano le soglie della percezione, e quindi dilatati come sotto la lente di un microscopio da laboratorio.

Così nascono i Cieli, preziosi velluti trapuntati di piccoli LEDs che si illuminano con ritmi minimali. Le sequenze di fotogrammi televisivi riorganizzate in micro racconti di due, quattro o più immagini, si impongono con la forza di un tempo infinito nonostante provengano da una visione di frazioni di secondi.

Le installazioni sonore sono spazi interattivi in cui ogni movimento, nostro o di altri esseri viventi, viene amplificato e tradotto in suono, parola, immagine cangiante. O ancora sculture ottenute esclusivamente attraverso sistemi computerizzati, senza alcun intervento manuale e virtualmente riproducibili all’infinito.

È membro dell’associazione Arstechnica fondata nel 1988 a Parigi presso “La Cité des sciences et de l’industrie, La Villette” e cofondatore di Arslab, Arte Scienza e Nuovi Media a Torino nel 1996.

 

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari in differenti Università italiane e straniere.

 

 

 

A cena con Babette

Posted by roberto09 | Posted in Eventi | Posted on 18-11-2014

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Segnalo il libro in uscita di un amico (Lorenzo Bianciardi), brillante e giovane semiotico senese esperto di cinema e buona cucina. Sono sicuro che sarà un’ottima lettura per tutti.

 

A cena con Babette

di Lorenzo Bianciardi e Giovanni Pellicci

pp. 160 - euro 14,90

Morellini Editore

in libreria dal 27 novembre

Metti una sera a cena due amici giornalisti. Uno cinefilo fin dalla culla, ma con la passione per il gusto dalla prima poppata. L’altro esperto di vino e ricette ma sensibile alle magie del grande schermo.

A cena con Babette è il risultato di una conversazione appassionata che ruota intorno ai sapori evocati dai film e che si trasforma in pagine da sgranocchiare. Lorenzo Bianciardi e Giovanni Pellicci hanno “mangiato” per voi alcune delle più deliziose pellicole “di gusto”, per suggerire insoliti abbinamenti enogastronomici ed esperimenti culinari. Il capolavoro di Ang Lee Mangiare bere uomo donna può così sposarsi con una invitante aragosta alla catalana e un calice fresco di Vermentino di Gallura; Un’ottima annata, della mitica coppia Scott-Crowe, propone invece un piatto “lento” come il peposo, in abbinamento con il famigerato Cannonau di Sardegna; infine, se Tim Burton, nel suo La fabbrica di cioccolato, ci invita ad immaginare un delizioso cioccolato al peperoncino con il Barolo Chinato, sempre una pellicola che ha come protagonista Johnny Depp, Chocolat, ci suggerisce un’audace combinazione: tagliatelle al cacao e Morellino di Scansano!

Insomma, non tanto un corso di cucina a schede o un libro di ricette, quanto piuttosto un invito a lasciarsi trasportare dall’energia di sequenze squisite per finalizzarla con sapori sorprendenti, alla scoperta di emozioni che prolungano il sapore del film e mettono l’acquolina in bocca. Gustare per credere…

 

“Attraverso” di Verteramo (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 11-11-2014

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Segnalo l’Art Movie di Verteramo, presento  a The Others 2014, e il mio testo critico che lo accompagnava.

Scrive l’artista: “Attraverso pone al proprio centro la riflessione sulla violenza che riguarda la donna.

Questo lavoro è nato dal mio dialogo intercorso con prostitute, donne aventi un vario trascorso sentimentale ed emozionale, ma molto lontano dalla mia realtà. Ho raccolto e “sentito” la loro sofferenza, la loro solitudine. Mi sono accorta di come la violenza non sia solo quella riconoscibile, cioè quella fisica, ma possa essere verbale e avere radici sottili, ancora più profonde.

Ho voluto dedicare il video a tutte le donne che ogni giorno vivono piccole violazioni, che soffrono e si raccolgono nella loro solitudine. A quelle donne che vorrebbero ogni giorno grattare il muro su cui è scritta quella storia per poter cancellare ed eliminare. A quelle donne a cui è stata tolta la possibilità di pronunciarsi.

Sono le donne che magari vediamo e incontriamo quotidianamente ma che non lasciano trapelare nulla. Sono donne che appaiono come ritratte dalle pennellate in un quadro pittorico di Cézanne, ma assorte nella loro solitudine e in buio interiore.

Quale sguardo poniamo e pone la società sul tema della violenza? Dove risiede realmente la radice di questa permissione?”

 

direzione Verteramo,
riprese Renato Semolini

Testo Roberto Mastroianni

“Attraverso” di Roberta Verteramo è un art-movie di 5 minuti supportato dalla fondazione svizzera “Orienta-Art”, che si presenta come restituzione video di una performance realizzata nell’estate 2014 a Torino dalla poliedrica artista torinese. L’opera, ospitata dalla Riccardo Costantini Art Gallery negli spazi di “the Others 2014”, pone al proprio centro la riflessione sulla violenza di genere, creando un’atmosfera sospesa e anti-narrativa, che in modo allusivo e metaforico mette in scena la relazione tra il regime dello sguardo e quello dell’espressione corporeo-sensoriale. Il corpo della performer è infatti impegnato nel manifestare una presenza che, nell’azione e nel movimento, dà vita ad una serie di figurazioni conchiuse in dinamica relazione tra di loro. All’azione performativa spetta pertanto il compito di dare forma allo spazio e ad un’atmosfera di contraddittorie sensazioni di tensione, pacificazione e stabilità, che alternano disagio e quiete emotiva in una serie di immagini emblematiche della femminilità in rapporto alla realtà e alle sue costrizioni. Lo sguardo diventa quindi dispositivo semiotico capace di ritagliare e aprire varchi nel tessuto del reale, attraverso cui la figurazione performativa assume senso e significato, producendo degli squarci, capaci di portare in superfice le contraddizioni di una presenza umana, in qualche modo iconizzata e messa in cornice.  I varchi nella superfice testuale, prodotti dalle inquadrature e dagli oggetti, che fungono da cornice o da strappi nel tessuto visuale, spingono lo sguardo e l’attenzione dello spettatore ad “attraversare” la superficie del testo visuale che diventa in questo modo metafora della quotidianità e delle retoriche di verità e felicità obbligata.  Vi è in quest’opera della Verteramo la consapevolezza che lo sguardo è sempre di per sé oggettivante e che il “corpo-proprio”, specialmente quello femminile, subisce sempre un processo di costrizione/oggettivazione, che attribuisce forme, ruoli e valori attraverso un processo di limitazione della libera espressione del sè, in cui agiscono le mille forme di “microfisica del potere” in azione nella nostra quotidianità sociale e culturale. Vi è in questo opera una profonda consapevolezza della “scomodità” dello sguardo, che si presenta sempre come forma di violenza ed esercizio del potere, sia esso subito (in particolar modo quando esso è diretto sul corpo femminile), sia esso agito per imporre ruoli sociali o attribuzioni di senso e valore. A questa costrizione operata dalla visione, l’artista risponde con una liberazione del corpo in movimento, cosciente della “scomodità” imposta e rivendicando una forma di interazione naturale e “selvaggia”, anche se culturalmente e simbolicamente ordinata. In questo modo le scene presentano forme espressive del sé come la scrittura o movimenti in relazione allo spazio antropico, architettonico ed emotivo o agli oggetti culturali (quadri, utensili..), che si contrappongono a quell’oggettivazione che fa del corpo carne morta simile ai manichini presenti nel video. In questa prospettiva, il braccio penzolante dell’artista si presenta, ad un certo punto, come la denuncia di una violenza sottile e pervasiva, che “sempre produce retoriche di verità con cui ammantare logiche di dominio”, direbbe Michel Foucault, mentre l’unica presenza maschile in tutto il filmato, il continuo ondeggiamento della prospettiva e il sonoro ambientale ci ricordano il valore di artefatto culturale della realtà e dei ruoli vissuti ed imposti, presentandosi come elementi capaci di decostruire l’impianto retorico-discorsivo messo in campo dalla nostra realtà socio-culturale.

Roberto Mastroianni è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente di semiotica, estetica filosofica e filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali. Ha tenuto seminari in differenti Università italiane e straniere.

ULTIME STANZE (VANITAS ARTIFICIS)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane | Posted on 11-11-2014

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Irene Pittatore_ Ultime stanze (vanitas artificis)_La performance a The Others_2014 (Photo Viviana Rossi)

Segnalo il premio vinto da Irene Pittatore per la sua performance “Ultime Stanze (Vanitas Artificis)” e la sua presenza a The Others 2014.

Premio Autofocus per la Performance

promosso da VANNI occhiali con il patrocinio del GAI

a cura di Olga Gambari

The Others

Via Borsellino 3, Torino

Venerdì 7 novembre ore 21.30

“ Su un cumulo di letame si compie un inseguimento.

Un pavone pezzato (pavone arlecchino), dalla coda rada e povera di piume, è

braccato a vista da un’artista vestita di bianco. L’ostinato quanto infruttuoso

tentativo di prossimità con l’animale si traduce presto in una nuova ricerca,

un’affannosa operazione di scavo nello sterco. Il dissotterramento porta alla luce

lunghe piume variopinte, pressoché intonse, naturalmente refrattarie alla sozzura.

(…)

quel che mi accade (è dovuto, forse) è rovistare sempre la nostalgia della bellezza,

o qualcosa che attiene la sua fine, un’evocazione. Qualunque progetto investa,

sembra che il mio (dis)corso persegua, sfidi e perseguiti quella perdita.

Di un discorso sulla ******** non è più (ancora?) tempo, quasi l’emersione della

parola (quella parola) fosse necessariamente esposta al materno, provvidenziale e

consolatorio approssimarsi del cumulo di letame.

Dai fondi della massa di deiezioni, l’ard(i/o)re di fare dalla bocca quell’unico verso

(della e non sulla ********) sfida e si espone all’inevitabile ostruzione del

volenteroso orifizio.”

Irene Pittatore, 1 novembre 2014

da Appunti sul verso della bellezza

Questa performance di Irene Pittatore si presenta come una tappa del progetto  Ultime Stanze e ha vinto il premio Autofocus promosso da Vanni Occhiali e si preesnta come un doloroso esercizio di vanità e di temporanea occupazione di un luogo ditortura e di morte ed è dedicato con commozione e gratitudine a Ignazio Vian e a tutti i condannati della resistenza italiana che ebbero queste celle come ultime stanze.

 

Fotografia: Irene Pittatore e Pino Chiezzi | Abiti: Clara Daniele Lab

Ringrazio l’azienda agricola Il Girasole di Alpignano per aver consentito le riprese del pavone e per l’accoglienza

Alessandro Bulgini. 000- 2014. “HAIRETIKOS-LABIRINTO, DELLE. GEOMETRIE COMPLICATE MIE E DI ANGELO FROGLIA”, FLASHBACK TORINO (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 10-11-2014

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 “Tu, tu rappresenti moltissimo, tu sei il mio referente, tu sei colui con il quale posso comunicare, i nostri lavori, situati vicino dialogheranno. Non hanno bisogno di noi per farlo. È così, checché tu ne pensi…”
Angelo Froglia ad Alessandro Bulgini, Livorno 1992

Il “labirinto” come luogo del pensiero e come spazio metaforico della condizione umana nel mondo, come svilupparsi di stratificate dimensioni di senso, significati e figurazioni; la “casa” come luogo dell’abitare e del pensare e l’“eresia” come cifra della pratica artistica, della dimensione sociale e politica: sono questi i tre elementi che Alessandro Bulgini articola nel suo ultimo lavoro, strutturando geometrie esistenziali e dando vita ad un’opera che è, al contempo, ritorno autobiografico e artistico al passato e risposta alle questioni del presente.“Hairetikos-Labirinto-delle geometrie complicate mie e di Angelo Froglia”, l’opera site specific che Bulgini presenta come progetto speciale all’interno di “Flashback 2014”, è infatti, il tentativo di dare risposta a delle questioni irrisolte del passato e, nello stesso tempo, affermare l’incombenza di una riflessione sulle strategie retoriche attive nel mondo dell’arte e nella società. Questioni solo apparentemente individuali (il rapporto tra Alessandro Bulgini ed Angelo Froglia) ma in realtà collettive (le strategie retoriche, politiche e comunicative attive nell’arte), che si accompagnano al grande rimosso storico che la nostra società ha messo in gioco rispetto al gesto e all’autorialità nel caso delle “vere false teste di Modigliani” ritrovate a Livorno nel 1984. La questione del passato che muove Bulgini è infine questa: come sia possibile che un artista del valore di Froglia sia stato posto ai margini della percezione e del ricordo? Una questione del passato che interroga la contemporaneità: come è possibile che la società e il mondo dell’arte non si interroghino sulle strategie che il potere mette in campo nella pratica e nel sistema dell’arte? Da questo punto di vista, “le complicate geometrie di Bulgini e di Froglia” assumono il valore di una risposta offerta al passato e al presente, mettendo in scena una prospettiva dissacrante e decostruente, che vede nell’arte la possibilità di aprire uno spazio di libertà profondo e accessibile, capace di mettere in discussione quelle che, con Michel Foucault, potremmo definire le “retoriche di verità che ammantano le logiche di potere” che disciplinano la società. In fin dei conti quale motivazione può essere addotta per la damnatio memoriae di Froglia, se non il fatto che con quella premeditata, consapevole e facilmente smascherabile operazione l’artista livornese ha inferto un colpo a tutto il mondo della critica e del sistema dell’arte, che non riuscì a riconoscere un “falso” nato per essere riconosciuto come tale. In quell’operazione “situazionista”, il cui obiettivo era svelare i meccanismi spettacolari della società e dell’arte, il dispositivo comunicativo cui Froglia dà vita assume una propria autonomia: smette di “recitare” il copione da lui scritto e comincia a “parlare” gli attori in campo. A quel punto la presenza di tre studenti universitari burloni e la mediatizzazione del caso rende così eccessivamente reale un’operazione nata per essere smascherante e decostruente e il suo valore decostruttivo non può più essere accettato, quindi deve essere rimosso. Bulgini si trova così a dover fare i conti con quella pratica artistica che lo accomuna all’amico scomparso e nello stesso tempo a dover dare risposte alle domande che la contemporaneità gli pone. Nasce così “Hairetikos-Labirinto” un’opera nata per rendere ragione: della percezione anestetizzata, con cui la maggior parte delle persone esperisce la realtà e lo spazio antropico in cui è immersa, e della volontà di alcuni di esercitare una critica eretica e decostruente rispetto all’ortodossia dominante. Bulgini dà pertanto vita ad un dispositivo spaziale che mette in scena le nostre relazioni con gli altri, con gli spazi di vita e di pensiero in cui l’esistenza umana prende forma. Entrando nel cubo/abitazione, allestito al secondo piano della fiera, si è pertanto repentinamente posti davanti alla banalità della nostra quotidianità, confortevole messa in forma di quelle “retoriche di felicità obbligata” che danno vita ad oggetti di consumo seriali e all’illusione di un confort e di un lusso a buon mercato accessibile a tutti. Le geometrie dell’esistenza sono però complicate e dietro la superficie della realtà sono sedimentati strati di senso e possibilità, che Bulgini indica aprendo delle porte/passaggi segreti posti sul fondo degli armadi, dalle quali si può accendere ad un fondo segreto della realtà: una stanza scura e nascosta, in cui il dialogo tra i due amici/artisti riprende e con esso un complotto decostruttivo e sovversivo delle retoriche di felicità obbligata proposte dalle ideologie dominanti. Nella stanza buia vengono così messe in scena due sedie vuote tra le quali è posta una bottiglia d’acqua e un bicchiere vuoto con cui condividerla e alle pareti due opere che “possono dialogare tra loro nel tempo in assenza dei due artisti”: un quadro nero di Bulgini (“Hairetikos”, 2006) e un manifesto che rappresenta Froglia (Manifesto della mostra sulle sculture di Modigliani, 1984). Bulgini mostra per l’ennesima volta di avere “un gusto del segreto” che, attraverso la potenza evocatrice degli oggetti, mette in scena l’incapacità di vedere di cui è affetta la nostra società, proponendo un elogio dell’eresia ospitato da una casa/labirinto. La ricostruzione di uno spazio antropico esemplare nella sua banalità e quotidianità diviene pertanto metafora di una dimensione labirintica del reale, che nasconde molteplici sensi e possibilità e quindi forme e spazi di libertà.

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere.

Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. “Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” (testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 10-11-2014

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bi-personale a cura di Roberto Mastroianni per la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme

 

 

Inaugurazione Venerdì 7 novembre ore 18,00

Dal 8 al 16 novembre 2014, venerdì, sabato, domenica dalle 16,00 alle 19,00

studiodieci/not for profit/citygallery/Vc

Via Galileo Ferraris 89 – 13100 Vercelli

 

“Futuro anteriore” e “Spazi per l’immaginario” è una bi-personale di Carla Crosio e Fiorenzo Rosso inserita nella rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.

Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati sono chiamati a confrontare la loro poetica con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

 

Il quinto appuntamento della rassegna propone una bi-personale/dialogo tra Carla Crosio e Fiorenzo Rosso. I due artisti vercellesi, tra i fondatori nel 1971 di StudioDieciArtCityGallery,  indagano i processi di morfogenesi del reale, attraverso una ricerca fotografico-installativa (Fiorenzo Rosso) e una scultorea (Carla Crosio), con le quali cercano di rendere ragione: delle trasformazioni della materia organica e inorganica sotto la spinta del consumo, del dispendio delle energie e della temporalità, in una prospettiva di “anteriorità” quasi musealizzante (Crosio), e della capacità della visione di creare “spazi immaginari”, articolando gli elementi oggettivi e soggettivi attraverso il regime informante dello sguardo (Rosso). Entrambi gli artisti sono interessati alla emersione sociale, immaginaria e antropologica di un mondo condiviso, prodotto da elementi naturali in relazione alla temporalità, alla presenza umana, alla sua attività oggettivante e alla costruzione simbolica di un mondo condiviso.

La selezione delle opere interagisce nello spazio della galleria proponendo un dialogo tra impostazioni, sperimentazioni e ricerche contrapposte, ma integrate e complementari. Da una parte, la ricerca sulle “macchine della visione”, che mettono in scena con un linguaggio analogico elementi naturali ricostruiti ed articolati poeticamente nella loro interazione con il regime dello sguardo, con la percezione e le strutture narrative della coscienza, dell’identità-alterità e della memoria (Rosso). Dall’altra, la ricerca scultorea e installativa (Crosio), che mette in scena il fluire di forme organiche e inorganiche alternando un immaginario post-human tragico, viscerale, violento e nello stesso tempo a tratti pop-ironico.

Il dialogo tra i due artisti articola pertanto i temi della percezione, il regime della tattilità e dello sguardo, e dell’immaginario socialmente costruito e condiviso, attraverso narrazioni dal valore iconografico, capaci di mettere in scena il nostro immaginario contemporaneo, individuale e collettivo, sia nella sua poeticità, sia nella sua profonda conflittualità e contraddittorietà.

 

Carla Crosio

Nelle sculture di Carla Crosio prende forma una riflessione sull’identità/alterità, il divenire e la stabilità delle forme e la loro possibile trasformazione, in esse la centralità del corpo nella sua vulnerabilità e come portatore di genere, cultura e precarietà esistenziale diventa lo strumento per mettere in relazione il tempo, lo spazio e l’identità con il loro mutamento. La materia viene messa in forma dall’artista con una profonda attenzione alla sua organicità, creando un universo referenziale dove i materiali (argilla, legno, plastica, vetro, silicone…) diventano elementi di una grammatica generativa e trasformativa che parla del vissuto delle cose, del loro deperire, decadere e trasformarsi. In questo modo le opere indagano la vita, le sua logica globale e il suo ciclo vitale di crescita, compimento, e degenerazione, portando alla luce l’elemento perturbante della meccanicità naturale e della sua interazione con il libero arbitrio, che spesso si fa portatore di un impulso di distruzione e di una volontà di morte. La poetica dell’artista, impregnata di elementi post-human, esprime un interesse profondo per le dinamiche naturali, che vengono ricostruite e portate a figurazione scultorea, presentando porzioni di realtà e la logica strutturale della nostra relazione con il mondo. L’artista è consapevole che il reale è formato da “eventi catastrofici”, che presiedono il naturale evolversi delle cose, che si accompagnano a forme di lacerazione e rottura fisica, emotiva e simbolica, che sono sempre preludio a nuove forme e configurazioni della realtà. In questa mostra l’effetto conturbante della rappresentazione viene ottenuto attraverso la messa nello spazio di un dispositivo semiotico capace di mostrare “l’anteriorità del futuro”, in special modo attraverso un’installazione di “teche”, in cui elementi e dinamiche esemplari della strutturale dinamica delle cose vengono fissati e in qualche modo musealizzati. La “teche” sono infatti un dispositivo che permette di articolare in modo metonimico e metaforico degli elementi di uso comune (ex. cavi elettrici o scarpe da donna), in una logica di riuso e riciclo dei materiali, con prodotti di consumo o oggetti ludici (ex la bambola o i soldatini) o materiali inorganici dal forte impatto immaginifico, in modo da dare vita a delle istantanee installative di porzioni del nostro immaginario contemporaneo. Il fine è quello di fissare le trasformazioni della realtà e della nostra società in piccole narrazioni iconografiche dal forte impatto simbolico.

 

Fiorenzo Rosso

Le “macchine per la visione” di Fiorenzo Rosso sono installazioni visuali che, attraverso la ricostruzione di dispositivi ottici appartenenti alla storia della fotografia, mettono in relazione visione, percezione e rappresentazioni di elementi narrativi tratti dalla storia della letteratura o dalla natura (ex. mele, fiori, porzioni di territorio…), al fine di ricreare porzioni del nostro immaginario collettivo o individuale. Le “macchine” in mostra articolano pertanto un’interazione tra le tecniche antiche della fotografia e del cinema ed elementi naturali o culturali, che vengono restituiti, attraverso un linguaggio analogico in modo da dare vita ad atmosfere malinconiche ed emblematiche di un rapporto dell’uomo con il proprio panorama mentale, storico e culturale. Lo sguardo dello spettatore viene in questo modo proiettato in un ambiente immersivo che riproduce porzioni di mondo, interrogandosi sulle modalità con le quali il regime del vedere ritaglia e articola elementi organici e inorganici, naturali e culturali, facendo delle cose un articolato universo di senso. L’interesse di Rosso è quello di restituire le logiche che presiedono alla costruzione degli spazi antropici, portando a rappresentazione le modalità che fissano in un orizzonte condiviso gli elementi che danno forma al nostro mondo e le loro trasformazioni. L’interesse per la messa in forma del reale porta l’artista ad interrogarsi sugli spazi, intesi come “contenitori” in cui e da cui le cose possono emergere, articolandosi in una narrazione complessiva, che sempre unisce il tratto immaginario ed immaginifico con gli elementi materiali e naturali. La sensazione è quella di un “doppio filtro” che instaura una distanza tra “osservato” ed “elementi osservati”,  un filtro capace di donare poeticità e in qualche modo musealità agli spazi di esistenza ed emersione dell’umano e del mondo in relazione alla storia e alla nostra grammatica del vedere.

 

 

Roberto Mastroianni | è filosofo, curatore e critico d’arte, ricercatore indipendente presso il C.I.R.Ce (Centro Interdipartimentale Ricerche sulla Comunicazione) del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Laureato in Filosofia Teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, sotto la supervisione di Gianni Vattimo e Roberto Salizzoni, è dottore di Ricerca in Scienze e Progetto della Comunicazione, sotto la supervisione di Ugo Volli. Si occupa di Filosofia del Linguaggio, Estetica filosofica, Teoria generale della Politica, Antropologia, Semiotica, Comunicazione, Arte e Critica filosofica. Ha curato libri di teoria della politica, scritto di filosofia e arte contemporanea e curato diverse esposizioni museali in Italia ed all’estero. Ha tenuto seminari in differenti Università Italiane e straniere.