Io sostengo S.A.M.

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Eventi | Posted on 26-03-2013

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Io sostengo S.A.M perché….

Living Lift al CAMeC di La Spezia

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me... | Posted on 26-03-2013

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Living Lift a Palazzo Ducale (intervista Mastroianni)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me... | Posted on 26-03-2013

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“Ordo amoris”. Una mostra manifesto delle Hado Painters (il testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis, Teoria e critica filosofica | Posted on 24-03-2013

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Il mio testo critico di accompagnamento alla mostra “Ordo Amoris” delle Hado, in corso presso la Raffaella De Chirico Arte contemporanea di Torino.

Hado, Ordo Amoris - invito

Chi ha l’ordo amoris di un uomo ha l’uomo stesso

Max Scheler

Io sto dipingendo quel me stesso su cui poso lo sguardo, io sono contemporaneamente colui che guarda e colui che è visto.

Egon Schiele

Una mostra manifesto

 

“La filosofia è il proprio tempo espresso in concetti” diceva il buon vecchio Hegel. Alcune volte però la filosofia è chiamata ad esprimersi su qualcosa che è fuori dal proprio tempo o almeno che rispetto ad esso va controcorrente.  In queste rare occasioni i filosofi hanno il compito a dimostrare che la loro scienza non è inutile, antiquaria e libresca, ma che, invece, ha molto da dire sull’universalità di alcune espressioni esistenziali, sulle strutture antropologiche ad esse soggiacenti e sul valore degli oggetti sensibili, materiali e immateriali che compongono il cosmo. In queste rare occasioni la filosofia può dispiegare la sua potenza e rendere ragione del “posto dell’uomo nel mondo”, direbbe Arnold Gehlen, e delle relazioni tra questo “centro eccentrico” (l’uomo), per usare un’espressione di Helmut Plessner, e tutti i gradi dell’essere che compongono la realtà.

Queste rare occasioni, in cui la filosofia può essere chiamata in causa, sono solitamente momenti distonici rispetto al fluire del tempo storico-sociale e culturale: sono piccole o grandi fratture nella percezione unitaria del fluire socio storico (le guerre, gli shock culturali, i momenti di innovazione o recupero…), che mettono in discussione il mainstream, la percezione e il pensiero dominanti, anche se solo per pochi minuti. Spesso questi rari momenti sono prodotti da fatti tragici, attraverso i quali la “cosalità brutale” fa irruzione sulla scena, alcune volte, raramente, la riflessione filosofica viene sollecitata da fatti gioiosi o apparentemente non rilevanti e futili come l’arte, ancora più raramente dal tornare sulla scena di una teoria filosofica.  In tutti questi casi la filosofia è chiamata a “concepire”, “comprendere”, il manifestarsi di qualcosa di nuovo o di vecchio, che torna ad essere nuovo e quel “comprendere” prende le forme di un “prendere assieme” gli elementi che gli sono posti innanzi, rintracciando un filo rosso che li colleghi in un disegno organico di senso.

Sono molti gli elementi rari di una mostra come “Ordo amoris” delle Hado Painters, che fanno di essa un evento capace di sollecitare la riflessione, rendendola di per sé un evento filosofico artistico.

Bisogna essere chiari, però! La filosofia può essere intesa semplicemente come una disciplina della nostra enciclopedia dei saperi con le sue regole, il suo canone e la sua tradizione oppure una sorta di scienza applicata alla vita e alle sue forme. Nel primo caso, alcune delle considerazioni che seguiranno potranno essere considerate eccessive, provocando lo sdegno di un certo tipo di eruditi ed accademici, gli stessi che un altro filosofo (Giordano Bruno) definirebbe i “pedanti”, “gli asini con la toga”; nel secondo caso, un evento come la mostra “Ordo amoris” non potrà che essere considerato come non ordinario, che interpella e chiama in causa la filosofia e la vita, proprio a partire dalla sua costituiva vocazione filosofica di mostra manifesto.

È, infatti, un evento extra-ordinario, prodotto da una costellazione di elementi dal sapore destinale, che quattro artiste trentenni si uniscano per dare vita ad un “gruppo”, una volta si sarebbe chiamato collettivo, che rivendichino esplicitamente il figurativo come modalità espressiva dell’arte contemporanea e che considerino una mostra come un manifesto artistico, utilizzando come nucleo centrale della loro riflessione e della loro pratica un testo e una teoria filosofica.

L’arte contemporanea infatti ci ha abituato: alla frammentazione degli stili; alla sperimentazione di maniera; all’incapacità tecnica contrabbandata per concettualismo; alla sperimentazione dei materiali priva di riflessione teorica; alla singolarità dell’artista star; alle ferree leggi del mercato dell’arte ed al citazionismo ossessivo figlio di un post-modernismo abusato e per questo motivo svuotato di ogni forza teorica. Ed ecco che tutto di un tratto escono fuori dal nulla quattro ragazze, che hanno l’ardire di proporre un manifesto poetico, espressivo e stilistico che si basa sul recupero della manualità e del bel gesto artistico, che pretendono di fare pittura, dipingendo sul serio e proponendo la figurazione realista come campo di battaglia di tensioni, angosce, speranze e sperimentazioni. Inoltre formano un collettivo di sole donne, decidono che il nucleo centrale della loro riflessione è la rappresentazione dell’amore e del mondo degli affetti,  e incontrano in modo destinale uno dei più grandi filosofi del novecento facendo di un suo testo il proprio punto di riferimento. Insomma, ci sono tutti gli elementi per delineare i contorni di un evento non riconducibile alle comuni logiche del mercato e del sistema dell’arte contemporanea.

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Nate una decina di anni fa come gruppo con un altro nome (“Cenacolo”), con il doppio dei componenti, le Hado Painters (Elisa Filomena, Barbara Bonfilio, Moira franco, Anna Madia) decidono, dopo anni di ricerca comune, di ri-orientare la propria pratica artistica, darsi un nuovo nome e prepararsi ad una mostra manifesto, che dal 7 marzo al 14 aprile 2013 sarà ospitata nei locali della “Raffaella De Chirico Arte Contemporanea” . In un contesto tutto al femminile (una gallerista coraggiosa e quattro artiste che osano rivendicare il valore della pittura in relazione ad una tematica antropologico-filosofica) prende così forma  un evento che interpella il mondo della vita, la filosofia e l’arte attorno al concetto di ordo amoris.

E alla fine la “Gran Torino” rimane “Senza niente”!

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Lo spazio della Polis | Posted on 24-03-2013

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Affoghiamo nell’onda lunga delle nostre retoriche su “la città che non sta mai ferma”, su “la Torino laboratorio della politica e della società italiana”, dei progetti e dei programmi per farla diventa sempre più grande, attrattiva ed innovativa…

Alla fine arrivano due adolescenti (Paride Golino, 18anni, e Carlo Alberto Meluso, 17 anni), due studenti del conservatorio, ci riportano alla realtà e come in quella storiella su un re nudo ci gridano in  faccia “Senza niente”.

“Senza niente questa Gran Torino non va avanti…  senza niente Gran Torino è in difficoltà, che cos’è un uomo oggi senza dignità… mio padre mi picchiava e le paure son le stesse… mia madre spaventata gli gridava per favore… lui manco la sentiva e ci riempiva di dolore, adesso il mio destino non è mai cambiato… tra mia madre massacrata e mio padre incarcerato… Senza niente questa Gran Torino non va avanti… Senza niente in tasca e solo i bianchi guanti… Senza niente Gran Torino è in difficoltà… non potete toglierci i sogni come un dentista un dente… ma qua non si va avanti senza una raccomandazione…”.

Un videoclip auto prodotto sulla “Gran Torino“, che si è già fermata da molto tempo e dei ragazzi che urlano che “così non si va avanti”. Come dire una cantata ci seppellirà!
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Ordo Amoris. Una mostra manifesto del gruppo Hado (con mio testo critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dove sono - Appuntamenti | Posted on 23-03-2013

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Hado, Ordo Amoris - invito

HADO PAINTERS

Barbara Bonfilio, Elisa Filomena, Moira Franco, Anna Madia

 

ORDO AMORIS

 

Opening, giovedì 7 marzo, h 18,00 – 21,00

Dal 7 marzo al 14 Aprile 2013

 

La Raffaella De Chirico Arte Contemporanea è lieta di presentare Ordo Amoris, personale del gruppo artistico Hado Painters.

Chi ha l’Ordo amoris di un uomo, ha l’uomo stesso.

Il filosofo Max Scheler individuò in questa sintesi l’essenza dell’umanità e la costituzione del nostro essere più profondo in cui l’amore non è che mezzo e partenza per il raggiungimento della consapevolezza di sé e del mondo. L’ordo amoris disvela l’agire morale, assurge a scandaglio degli atti e delle volontà che dominano e guidano gli individui nel corso dell’esistenza e del quotidiano vivere.

Ordo Amoris, dunque, quale “schema spirituale” dell’uomo, nucleo fondante della formazione e affermazione di una salda identità individuale, in cui il sistema di affetti non è che  l’emblema costituivo della persona, non solo nella superficie del suo agire, ma nella specificità interiore che lo sottende, evidenziando i valori propri di ogni essere.

In sintonia con la filosofia di Scheler, il gruppo artistico formato dalle quattro pittrici Barbara

Bonfilio, Elisa Filomena, Moira Franco ed Anna Madia approda all’evento di Ordo Amoris dopo più di dieci anni dal loro destinico incontro avuto all’ Accademia Albertina di Torino, che ha dato inizio ad una profonda collaborazione artistica ed umana, ricca di approfondimenti e riconoscimenti. Le giovani artiste presentano nella Project Room della Galleria De Chirico, un progetto a quattro cuori, un’installazione che esplicita e racconta il gruppo Hado attraverso un’installazione che unisce il puro essere di ognuna. Amore, natura e pittura, si mescolano negli spazi del Site Specific andando a costutuire il fulcro visivo, progettuale e significante dell’intera esposizione che proseguirà nell’intero spazio espositivo.

Hado è l’energia, la vibrazione intima e pura che costituisce carne e anima della vita.

Hado è acqua, limpida e cheta, flusso che scorre libero ma capace di mutare il proprio corso ad un incontro, una deviazione. Plasma la propria natura sulla forma della roccia o di un argine, così come l’uomo modifica e scolpisce il proprio essere nella trasmissione di energie.

Le Hado Painters parlano attraverso il corpo, la cui rappresentazione non è più copia ma realtà, in cui la pittura cancella barriere e rigidità per offrire ritratti profondamente veritieri, sinceri nell’esteriorità del tratto esecutivo e nel ritrarre l’universo interiore che volti e corpi raccontano.

Il colore indaga l’esistenza nei suoi aspetti intimi e morali, indaga l’ordo amoris proprio dei soggetti rappresentati, soggetti particolari che diventano universali e riconducibili ad ogni spettatore che si soffermi ad osservarli sino a riconoscerne una reciproca risonanza.

Le loro opere sono specchi in cui vivono sentimenti, paure, vite di ogni individuo e a cui la pittura dà adito e nuovo respiro. Diventa quasi un mezzo di liberazione, espressione immediata di un cosmico e complesso sentire.

 

 

 

Titolo: Ordo Amoris

 

Sede: Raffaella De Chirico Arte Contemporanea

 

Durata: dal 7 marzo al 14 aprile 2013

Inaugurazione: giovedì 7 Marzo

Orari: Da martedì a sabato 10.00 – 12.30 / 15.30 – 19.30.

Chiuso il lunedì, domenica su appuntamento

 

 

 

 

INFORMAZIONI AL PUBBLICO

 

 

Via Vanchiglia 11/A, 10124 – Torino

 

Ph: +39 011 19503550

 

Fax: +39 011 19502765

 

W: www.dechiricogalleriadarte.it

 

E: info@dechiricogalleriadarte.it

Zerocalcare, Makkox e Recchioni. Tre uomini e un fumetto (on line)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane | Posted on 23-03-2013

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Vi sottopongo questo articolo di Marta Serafini, tratto da 6gradi (Blog del Corriere della Sera), su tre fumettisti italiani di nuova generazione e di grande spessore culturale e innovazione stilistica….

di Marta Serafini

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Tre fumettisti di alto livello, di età e provenienza diversa, tutti disillusi e disincantati e in grado di raccontare con sarcasmo e stupore questa Italia che non cambia mai. Mettili insieme e avrai un tratto in comune. Non si pensi alla satira. Ma il minimo comun denominatore è una grande “ammirazione” per il Papa. E l’idea di disegnarlo e raccontarlo, in qualche modo. Già, perché Makkox (Marco Dambrosio), Zerocalcare (Michele Rech) e Roberto Recchioni, che ieri sono stati insieme alla Social Media Week di Milano, si sono “innamorati” di Benedetto XVI.
“Sostanzialmente ha detto quello che pensiamo tutti: Sono stanco e non mi va più”, scherza Zerocalcare. Per Makkox, invece, il Pontefice rischia di trasformarsi nell’equivalente di The Full Monti, la raccolta di vignette dedicate alle imprese del Senatore (edizioni Rizzoli Lizard): “Vorrei fare un libro su Benedetto XVI, l’idea è piaciuta persino all’editor del Vaticano”, racconta.

Attenzione, però, a tenerli uniti non è la fede. Piuttosto sono Facebook e Twitter, i blog, tumblr e l’essere fumettisti in un’epoca in cui il diritto d’autore e la qualità delle strisce sono pericolosamente in bilico, minacciate dai meme (i tormentoni) e dai gattini virali.

 

“La rete serve a ispirare e ti permette di pubblicare anche quando nessuno ti dà ascolto. E non solo, ti mette allo stesso livello con il lettore, in un’accezione quasi punk del fumetto”, racconta Recchioni, sceneggiatore (tra gli altri) di Diabolik, Dylan Dog, John Doe  e autore di un blog molto seguito, Dalla parte di Asso.

 

Stesso discorso vale per Zerocalcare (sotto, una sua vignetta): ogni volta che Michele posta sul suo blog o su Facebook le strisce dell’Armadillo o del Polpo alla gola (che sono diventati anche due libri editi da Bao), gli utenti impazziscono e condividono senza sosta.

 zerocalcarevignetta1-500x477Così come succede per le vignette taglienti che Makkox regala ogni giorno al Post di Luca Sofri (in apertura, quella che Marco ha disegnato per #6gradi).

“Prima di essere pubblicati online i miei lavori erano letteralmente chiusi in un cassetto. Senza il web un artista incredibile come Zerocalcare non sarebbe emerso. Ma ci deve essere un modo per far sì che il fumetto e il meme gratuito che rimbalza su Facebook non abbiano lo stesso valore”. Makkox infatti sa bene che senza i social network ormai non si lavora ma sa anche altrettanto bene che la rete rischia di azzerare tutte le differenze tra ciò che è di qualità e ciò che non lo è. “E’ un po’ come andare alla fiere del fumetto italiane e trovare solo cosplayer (chi si traveste da supereroe, ndr). Ti stanno simpatici ma non possono esserci solo loro”, è la sintesi Zerocalcare

 

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Il tutto mentre Recchioni (sopra, una sua vignetta) ricorda come “sia ancora difficile far passare il concetto che il fumetto ha la stessa dignità di un libro”.

 Insomma, trovare il modo di valorizzare la propria arte non è affatto semplice. E a questi geni della striscia, che l’Italia dovrebbe tenersi stretta, tocca invece far fatica per vivere del proprio lavoro. Nonostante la fama e il numero di like su Facebook.

 

 

NEW YORK INTERIORS. Sguardi pittorici, fotografici e cinematografici di Pietro Reviglio (testo Critico)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele | Posted on 20-03-2013

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Testo Critico di Roberto Mastroianni 

Dalla logica della scoperta scientifica alla logica della scoperta artistica


10.57Lo “stupore” e la “meraviglia” sono generatori di conoscenza: sono sentimenti, emozioni, passioni che spingono l’uomo alla ricerca e presiedono come numi tutelari, sin da Platone ed Aristotele, al rapporto conoscitivo organizzato dell’uomo. Furono infatti i due filosofi ad individuare in questi due stati d’animo la molla che spinge l’uomo all’interrogazione filosofica, prima, e a quella scientifica dopo. La storia del pensiero occidentale e delle scienze contemporanee parte da là e la filosofia classica ci consegna un’indagine del mondo che affonda le sue radici nello stupore davanti al reale ed alle leggi del suo funzionamento e divenire. La “meraviglia” è nello stesso tempo sensazione che genera domande sul “perché” e sul “come” ed emozione prodotta dall’aver trovato risposte alle domande stesse.  Lo “stupore” è quel sentimento che l’animale umano prova nel preciso istante  in cui il reale sollecita domande e ad esse si trovano risposte che mettono ordine nel caos esteriore ed interiore. Lo “stupore” è il sentimento che gli uomini provano nel momento in cui scoprono che l’apparente illogicità del reale è dotata di senso e significato e che una logica presiede, organizza e muove la realtà.
La “meraviglia” e lo “stupore” sono, però, soltanto una delle due facce della medaglia: sull’altra è impressa “l’inquietudine” e “l’angoscia”. Il duro mestiere di vivere si concentra, quindi, tutto  nell’orizzonte delimitato da questi sentimenti contrapposti e consiste nel “fare senso”: nell’attribuire attraverso articolate narrazioni senso e significato all’apparente insensatezza della  realtà. 
Le scienze, quanto le arti, provano a rintracciare senso e significato in ogni cosa dentro e fuori di noi.  La logica della scoperta scientifica e filosofica (l’osservazione e la narrazione delle leggi che presiedono alla realtà umana e non umana) e la logica dell’arte e delle tecniche (che su questa realtà incidono, rappresentandola e trasformandola) apparentemente contrastano, ma in verità sono complementari, in quanto sempre riportano al fondo scuro dell’angoscia e dell’inquietudine che si nasconde dietro lo stupore e la meraviglia. Alcuni artisti si rendono conto, consapevolmente o inconsapevolmente, che la scienza e l’arte sono pratiche umane molto più simili di quanto sembri e con le loro opere tentano di ricongiungere la conoscenza e l’espressione, l’osservazione analitica e la produzione di narratività emotiva.  Pietro Reviglio è uno di questi: è un uomo di scienza (è un astrofisico), ma è nello stesso tempo un artista e proprio per questo motivo è in grado di coniugare lo sguardo del ricercatore con quello del creatore.
Anzi, per essere precisi, Reviglio era un astrofisico che faceva ricerca sperimentale sulle galassie e sulle strutture a grande scala dell’universo alla Columbia University di New York e che poi ha incontrato sulla sua strada la Arts Students League di New York  e là, tra  le lezioni di Robert Cenedella e Mary Beth McKenzie, ha scoperto che “l’inquietudine” e “l’angoscia”, il lato oscuro dello “stupore” e della “meraviglia”, potevano trovare risposte nella pittura. A quel punto lo scienziato è diventato artista.lady orange

Dall’allievo di Grotz (Cenedella) egli ha appreso una poetica e uno stile post-espressionista di matrice tedesca, che ha piegato alle esigenze dello sguardo addestrato alla ricerca scientifica. Da questa esperienza, capace di cambiare il corso di una vita, nasce una pratica artistica contraddistinta dal regime dello sguardo. Il “vedere”, il più filosofico e scientifico dei sensi,  lo sguardo che indaga le leggi della natura, i tagli di luce che attraversano la realtà, diventa in questo modo il senso con cui l’artista cerca di affrontare la realtà alla ricerca di risultati, che solo la “logica della scoperta artistica” può fornire.
In questo modo lo sguardo del ricercatore ri-orienta la propria attenzione al fine di individuare le leggi strutturali del reale e  portarle a rappresentazione, attraverso un processo poietico ed artistico di natura sperimentale molto simile a quello che il ricercatore usa in laboratorio.
Tutto si tiene, però, e l’arte e la scienza, apparentemente così distanti, si trovano unite sotto lo sguardo dell’artista scienziato.

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I dati forniti dalla “cosalità brutale”, che il fisico osservava ed organizzava in vista della scoperta di teorie generali, capaci di spiegare la realtà e le sue leggi, adesso vengono osservati, in modo tale che il loro naturale organizzarsi porti ad una complessiva rappresentazione del visibile e dell’invisibile. 
“Stupore” e “inquietudine” pongono domande e l’arte trova risposte, là dove la scienza non era più adeguata a rispondere il soggetto smette i panni del ricercatore ed indossa quelli dell’artista.
Per questi motivi,  l’arte di Reviglio può essere definita in qualche modo sperimentale, se per sperimentale si intende l’utilizzo di una pratica induttiva, che diventa regime dello sguardo e della produzione artistica.  Le carte della sua nuova avventura sono tutte sul tavolo, adesso bisognerà aspettare e capire dove il nuovo gioco porterà l’artista scienziato. Una nuova storia inizia qui, bisognerà aspettare e vedere quanto, cosa produrrà, cercando di coniugare “logica della scoperta scientifica” e “logica della scoperta artistica”.


Il periodo new yorkese: dai New York Paintings alle Nocturnal Visions

Fu così che nel ventre della “grande mela (marcia)”, nella New York di inizio millennio, il giovane scienziato si trovò davanti ad un cavalletto, in una scuola d’arte che fa dell’informalità e del rapporto paritario tra artista e allievi i propri tratti caratteristici. Vi era sicuramente un senso di precarietà e di mancanza in quel ragazzo abituato ad osservare le galassie: una mancanza che diventava desiderio e un desiderio vissuto come mancanza.  Il rigore della scienza sperimentale tracciava ordine nel caos esteriore, ma quello interiore rimaneva in movimento e solo la tela vuota permise di rintracciare, di trasformare il caos e l’inquietudine, portando alla scoperta di colori, punti, linee e superfici che prendevano forma e portavano ad ottenere un risultato (l’opera) simile al risultato di un esperimentocondotto in laboratorio.

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Cresciuto nello stupore della “logica della scoperta scientifica”, Pietro Reviglio ha trovato una nuova logica della scoperta, quella artistica, da condurre in un altro laboratorio: non più quello della scienza, ma il proprio studio di artista e il proprio spazio di vita quotidiana, la propria metropoli. Tutti gli elementi permanenti e i tratti caratteristici della poetica e dello stile espressivo di Reviglio sono già rintracciabili nelle sue prime opere e nel gesto intellettuale di trasposizione uno sguardo scientifico in una pratica artistica e da qui si dipana in un filo rosso che attraversa tutta la sua opera.
Gli elementi che fanno di Pietro un artista/scienziato sono tutti ascrivibili al regime dello sguardo: è lo sguardo del fisico, che procede ad assemblare elementi comuni e sparsi, in modo che il procedimento induttivo e logico-deduttivo porti a rappresentazione una figurazione dotata di senso; è lo sguardo, abituato ad analizzare la luce e i fenomeni fisici, che scorge nella realtà linee di forza che limitano e strutturano il reale, mostrandole e mettendo in crisi la rappresentazione pittorico e foto-realistica; è lo sguardo che viene accompagnato nei suoi  video a sperimentare volumi, dimensioni, profondità, spazi interiori ed esteriori. Lo sguardo indaga la realtà, penetra il visibile e cerca di rendere ragione dell’invisibile che vi sta dietro, sopra, affianco.

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Orange House (2007)

In questo modo, a partire da un’ossessione figurativa tipica degli autodidatti, le tele hanno cominciato a riempirsi di elementi di vita quotidiana, di oggetti sparsi ed apparentemente comuni e banali, che trovano collocazione in qualsiasi stanza di un giovane trentenne  in una megalopoli statunitense, dando vita ad un primo ciclo pittorico “The New York Paintings” (2005-2009).
Lo sguardo del ricercatore che si fa artista comincia quindi ad indagare il mondo circostante e lo vede animarsi delle inquietudini profonde che in lui si fanno singolari, ma che in quanto fenomeni umani sono sempre plurali. Gli scorci di città, le stanze di riposo, studio, vita, gli oggetti sparsi (i libri, le lampadine…), gli angoli delle strade, gli amici che diventano inconsapevoli ed involontari modelli: sono tutti questi elementi che Reviglio trova davanti ai suoi occhi e che indaga con lo sguardo del ricercatore, sorprendendosi, che gli elementi si incastrino quasi involontariamente, secondo una loro logica, portando all’emersione una rappresentazione. È questo il momento della scoperta di una logica intrinseca alla rappresentazione stessa che si manifesta coerentemente in un’opera. È questo il momento in cui l’artista può dire : “Io non faccio niente. Io guardo e poi dipingo, ma alla fine il dipinto si è fatto da solo come in un esperimento scientifico. Io so cosa ho dipinto solo alla fine all’inizio metto solo degli elementi che vedo attorno a me e cerco di capire come possano interagire”.
La realtà interiore ed esteriore bussa alla porta dell’artista e cerca con forza di essere espressa, rappresentata.

È questa la fase di dipinti come “Orange House” (2007), “Maureen” (2009), “Red Bulb” (2009), “Voyeurism: My Window” (2007),  quadri in cui la figurazione si presenta come un obiettivo da raggiungere, con ansia, alla ricerca di forme che restituiscano il visibile e l’invisibile della realtà.
Pian piano l’inquietudine prende il sopravvento  e la figurazione viene messa in crisi: le pennellate più spesse, i colori e le emozioni diventano più forti, il tratto più libero e il post espressionismo appreso alla Arts Students League viene superato in direzione di un tratto e di temi specificatamente individuali.

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Il punto di svolta, il raggiungimento di una poetica e di uno stile personale si ha con “Maureen” (2009), in cui la figura umana si staglia dando le spalle ad uno specchio, il paesaggio interiore dell’artista si ricongiunge a quello interiore delle stanze newyorchesi, fino ad allora rappresentate attraverso particolari ed oggetti, il volto della donna scompare in un ovale e con esso la sua identità specifica, acquisendo una generalità., una universalità capace di incarnare le inquietudine dell’uomo in relazione al femmineo ed all’intersoggettività prodotta dalla continua interrogazione.

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Maureen (2009)

Questo è il punto di svolta tra il ciclo dei “New York Paintings” e quello delle “Nocturnal Visions” (2009-2011)  che Reviglio inizia in America e continua in Italia e nel quale la figurazione tende a scomparire e gli scorci di città, edifici, elementi architettonici ed urbanisitici, persone, oggetti di uso comune diventano parte di scenari mentali sempre più ristretti e claustrofobici. Gli interni newyorkesi diventano così scenari mentali, in cui gli elementi architettonici rimandano ad un gioco di specchi tra interiorità ed esteriorità e l’inquietudine prende la forma di un articolato vivere lo spazio antropico in modo metaforico e metonimico. È questo il caso di un quadro emblematico di questo periodo dal titolo “10.57 P.M.” (2010), in cui le forme dello spazio architettonico, i limiti e i colori sfumano in un gioco di delimitazione dello sguardo e dello spazio, il cui protagonista è una scala capace di collegare stanze mentali plurime e forse contraddittorie, le cui porte sono rigorosamente chiuse e che lo sguardo è costretto a percorre tra pianerottoli e scalini di forte intensità cromatica.

 

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4.31 a.m. (2011)

I “New York Interios” di Reviglio acquistano in questo modo il loro peculiare carattere notturno (la dimensione diurna del primo ciclo di dipinti è definitivamente superata e il punto di svolta è “Maureen”): le stanze mentali sono stanze in cui la notte fa emergere angoscia ed inquietudine e le forme sfumano in pennellate potenti e quasi astratte di colore, come in “4.31 a.m.” (2011), o in cui gli oggetti comuni (un lavandino, uno specchio, una lampada) si presentano come il limite di un disagio, di pulsioni, angosce o speranze, come  confini che delimitano il mondo dell’artista ed arginano il suo travaglio interiore,  come in “1.37 a.m.” (2010) o in “6.04 a.m.” (2011).

 

1.37 a.m. (2010)

In ogni modo la fase newyorkese  ci consegna alcuni elementi che diventeranno costanti della poetica di Reviglio: una certa presenza/assenza del femminile, un tratto spesso, materico, la luce come elemento che delimita, forme falliche che attraversano le sue rappresentazioni e oggetti comuni che diventano parte di una narrazione onirica.

 

 

 

 

S.A.M. (Street Art Museum e Libro)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Dicono di me..., Eventi, Lo spazio della Polis | Posted on 19-03-2013

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SAM

Sam è un percorso di riqualificazione urbana la cui prima tappa è lo Street Art Museum di Torino, una galleria di arte urbana a cielo aperto. Il progetto, promosso dall’associazione BorderGate, tra maggio e novembre 2012, ha visto la partecipazione di oltre 60 street artist italiani e stranieri.

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Il progetto SAM è stato sviluppato all’interno del Parco Michelotti, l’ex zoo comunale di Torino, dove buona parte degli edifici fatiscenti sono stati esteticamente recuperati e oggi fanno parte di un percorso artistico immerso nel verde del parco.

 

 

 

 

 

 

 

The SAM’s BOOK

SAM è anche il protagonista di un libro che illustra e racconta l’esperienza artistica realizzata all’interno del parco. Il libro racconta SAM attraverso la riproduzione fotografica delle opere corredata da alcuni contributi scritti di Roberto Mastroianni e Rocco Arpa.

 

 

 

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Il SAM’s BOOK è interamente autoprodotto, ogni costo di realizzazione è sostenuto dall’associazione BorderGate! Il libro oltre a far rivivere l’esperienzacover-indiegogo di SAM, fissando su carta un atto creativo ed artistico effimero, ci aiuterà a finanziare e realizzare nuove esperienze SAM. Infatti, il sostegno al SAM’s BOOK non è finalizzato alla realizzazione del libro in sè ma serve a raccogliere i fondi necessari a finanziare le prossime iniziative di SAM. La somma indicata coprirà i costi per la realizzazione di SAM013!

Specifiche tecniche:
- Lingua: IT
- 126 pagine a colori
- 210x297mm closed / 420×594 mm open
- Carta: Class Demimatt – Patinata opaca 170gr
- Copertina: Class Demimatt – Patinata opaca 300gr
- Brossatura greca e fresata:

 

 

BorderGate vuole riproporre l’esperienza SAM Torino in nuovi spazi urbani. Il progetto di riqualificazione urbana attraverso la street art verrà sperimentato su altre aree abbandonate e degradate e riadattato su altri contesti attraverso nuove esperienze di street art sociale ed indipendente.

 

YOU

Il tuo contributo rappresenta per tutti noi una grossa gratificazione per quanto abbiamo già realizzato (SAM Torino & SAM’s BOOK) e per gli sforzi fin qua compiuti.

Ma la cosa più importante è che, anche grazie a te, sarà possibile recuperare altri spazi abbandonati che nelle nostre città non hanno alcun ruolo sociale se non quello di essere anonimi blocchi di cemento o giganti edifici fatiscenti. Riproporre l’esperienza SAM vuol dire riprogettare esteticamente e promuovere la rinascita sociale degli spazi per dare un tocco di colore alle nostre vite che tutti i giorni in questi spazi si muovono.

Contribuendo al nostro progetto sarai parte integrante di un’esperienza di riqualificazione urbana ed artistica con la quale potrai entrare in contatto nei luoghi dove SAM sarà realizzato.

 

S.A.M. (Street Art Museum)

Posted by roberto09 | Posted in Arte e suggestioni metropolitane, Critica d'arte e curatele, Lo spazio della Polis | Posted on 18-03-2013

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